Superlega, quando la rivoluzione (non) è un pranzo di gala

Cui prodest?

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Scriveva Mao Tse Tung nel famoso Libretto rosso che “la rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo: non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza e magnanimità”. Oggi le stesse parole si potrebbero applicare al progetto Superlega. Al di là della prova di forza, è un disegno rozzo e poco convincente: quindici grandi club europei (con l’esclusione eloquente dei top team francesi e tedeschi) hanno firmato un contratto per dare vita, a partire dalla prossima stagione, ad un “supercampionato” continentale. Naturalmente chiuso e su invito, senza cioè tenere conto delle classifiche dei campionati nazionali, che determinano l’accesso alle Coppe europee. Cui prodest?

E’ significativo che a capo dei “rivoltosi” della Superlega attuale ci sia Andrea Agnelli, cioè un discendente della famiglia torinese proprietaria della Juventus da più di un secolo. Il quale forse dimentica (o finge di non ricordare) come lo zio Gianni promosse una discreta ma incisiva moral suasion per bloccare il precedente progetto di Superlega europea. Sì, perché l’iniziativa in cantiere non è neanche nuova. Correva infatti l’anno 1999 e alla guida dei “rivoltosi” c’era Sergio Cragnotti, patron della Lazio, fresca vincitrice della Coppa delle Coppe (non a caso ritirata subito dopo). Lo scopo era esattamente lo stesso: la nascita della Superlega europea. Il presidente del Bayern Monaco, a nome della potente Bundesliga tedesca, diffidò i club ribelli dal procedere oltre. Nel 1999 come nel 2021. La guerriglia calcistica si risolse allora in una migliore spartizione degli introiti commerciali a favore dei club più ricchi e a un diverso format della Champions League (in vigore fino ad oggi).

Bisogna anche considerare che dietro le decisioni importanti di Sergio Cragnotti c’era spesso Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, main sponsor e primo azionista della società biancoceleste. Così come alle spalle di Andrea Agnelli non è difficile intravedere la sagoma imponente di Florentino Perez, suo grande alleato. Anche il patron del Real Madrid vuole terremotare il calcio europeo, auto-proclamandosi presidente della costituenda Superlega. Ha anche messo nel mirino Autostrade per l’Italia, dicendosi convinto che valga 10 miliardi di euro, più dell’offerta concorrente formulata da Cassa Depositi e Prestiti (che vuol dire Ministero del Tesoro) senza neanche chiedere una due diligence. Naturalmente non gliene importa nulla se il resto del calcio europeo uscirebbe distrutto dall’operazione: qui conta solo stare bene a tavola e mangiare tanto (in pochi).

Questo passaggio porta con sé ulteriori considerazioni. Fiat-Fca vende automobili in Europa e nel mondo e risponde essenzialmente al gradimento della propria clientela. Non può prescindere dalla propria accountability. Rovesciare il mondo del calcio (con i suoi riti e le sue tradizioni) per un puro scopo economico, avendo contro milioni di persone in ogni parte d’Europa, non sembra una felice operazione di marketing. Assomiglia più a un azzardo. Il calcio è una delle poche sfumature della vita rimaste ancora sentimento (perfino in quest’anno segnato dalla pandemia), ma colpito alle spalle può sprigionare rabbia e rancore. E’ un affare? Può facilitare la vendita di automobili? Sarebbe interessante conoscere al riguardo il parere di John Elkann: difficile pensare che il cugino Andrea, prima di dimettersi dall’Esecutivo Uefa (l’organizzazione calcistica continentale), non lo abbia neppure consultato. A giudizio di chi scrive, l’atteggiamento “piratesco” da parte dei club ribelli non avrà lunga vita. Per varie ragioni. Mettendo da parte l’aspetto emotivo (proprio delle tifoserie), bisogna considerare che i broadcaster televisivi non sono ingenui. Sanno perfettamente che il valore commerciale (e di relativa audience tv) della Champions League è oggi probabilmente superiore a quello di un’eventuale Superlega. Dunque al momento sembra più un golpe “da operetta” che un progetto serio, di lungo periodo. Si torna così alla domanda iniziale: cui prodest?