Franco Anelli (Cattolica): Tempo di una nuova etica

Pubblichiamo stralci del discorso pronunciato,giovedì 23 gennaio, dal rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2019-2020 della sede di Roma dell’ateneo.

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Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Franco Anelli

Si sta affermando una diffusa, un tempo inconfessata ma ora sempre più palese, sensazione di disagio, quasi di disorientamento, di fronte alle nuove possibilità della tecnologia. Una situazione che appariva impensabile per una società che ancora porta in sé i geni del positivismo, dai quali ha derivato la fiducia nel progresso delle conoscenze come mezzo per risolvere i problemi dell’umanità e che ha visto per molti aspetti confermata quella fiducia, almeno nei paesi il cui sviluppo economico lo ha consentito: si pensi al generale miglioramento delle condizioni di vita delle persone, alla liberazione da tanti lavori faticosi e alienanti, alla diffusione del benessere, all’accesso generalizzato all’istruzione. Nel campo medico le tante malattie debellate o contrastate sempre più efficacemente aprivano alla speranza di continuo incremento della longevità e salute degli individui. Rimanevano le diseguaglianze, le limitazioni all’accesso ai benefici del progresso: ma questo non contraddiceva la premessa circa il valore intrinsecamente positivo delle nuove conquiste scientifiche; il problema si poneva sul diverso piano della distribuzione dei risultati conseguiti.

Oggi però non ci fidiamo più dello schematismo che scindeva scoperta scientifica e applicazione tecnologica, e che ci rassicurava ribadendo che la conoscenza è neutra, mentre il potenziale abuso delle tecnologie che ne derivano è questione da risolvere imponendo regole agli uomini che le utilizzano. Un simile approccio, che ci ha accompagnato per decenni, non è più attuale, perché le tecnologie hanno potenzialità che sfuggono ai tentativi di confinarle e indirizzarle mediante uno strumento — la norma — che mostra fatica perché sembra che le sfugga il bersaglio; perché non è chiaro come, dove e verso chi la forza coercitiva del precetto debba rivolgersi, e come le forme di autorità costituite, legate alla forma-stato, possano efficacemente operare.

La domanda è se siamo di fronte a un’altra fase nella storia della medicina o, forse, se siamo già immersi in un modello radicalmente nuovo e sono le nostre resistenze (culturali, concettuali e forse anche esistenziali) che ci impediscono di coglierne appieno la portata. In un articolo del dicembre 2019, «Nature Medicine» raccoglie il parere di autorevoli scienziati e attori nel campo delle istituzioni mediche di livello mondiale sulla medicina che ci sarà tra venticinque anni. Le risposte sono varie ma in realtà si aggregano intorno ad alcuni nuclei fondamentali. I primi e più importanti sono quelli dei progressi della genetica, e dell’informazione. La possibilità di sequenziare il codice genetico di un essere umano e di avere accesso alle informazioni che vi risiedono è alla base di una serie di pratiche mediche il cui punto di arrivo futuro sarà il passaggio dal trattare una malattia a partire dai sintomi al curarla intervenendo preventivamente sulla sua radice genetica. «Passo dopo passo, profileremo i pazienti, conosceremo i meccanismi alla base dei sintomi di ciascuno e sapremo quindi come intervenire in modo personalizzato anche dal punto di vista farmacologico, trattando adeguatamente il paziente là dove, in passato, usavamo cannoni per uccidere zanzare», sostiene il premio Nobel Aron Ciechanover in un’intervista a «La Stampa» (maggio 2019). Il primo motore di questa rivoluzione medica è quindi l’informazione genetica; ma questa può essere trattata e raccolta solo disponendo di una immensa capacità di calcolo: è la sfida dei big data. E qui entra in gioco l’altro protagonista del XXI secolo: l’intelligenza artificiale. Lo sviluppo di algoritmi consente di analizzare questa grande mole di dati derivando precise ipotesi diagnostiche.

Ma la questione non è solo “ingegneristica” e ci conduce a un altro tema fondamentale, quello della disponibilità delle cure, delle modalità della loro erogazione, della sostenibilità dei costi. Il futuro della medicina dovrà confrontarsi ancora con le classiche sfide dell’incontro tra salute e società: la diseguaglianza nell’accesso alle cure, sia all’interno dei singoli paesi sia tra i vari stati; i costi, sempre più alti e incidenti nei bilanci degli stati, e i problemi del mantenimento nel tempo dell’equilibrio economico dei sistemi di assistenza sanitaria generale che si sono sviluppati soprattutto nei paesi europei a partire dal dopoguerra. Simili problemi, essenzialmente politici, oltre che etici, saranno anch’essi demandati agli algoritmi, che decideranno, in modo non sappiamo quanto trasparente, chi e come deve essere curato per garantire la sostenibilità del sistema? Tanti elementi nuovi, in larga parte ancora da comprendere, convergono verso un mutamento del ruolo del medico, messo in discussione da una tecnologia che potrebbe in molti casi prendere il sopravvento sulla relazione tra il medico e il paziente. Non basta, non rassicura, dire che al termine del processo si pone sempre una decisione umana che riguarda le sorti di un altro essere umano del quale si ha il dovere di prendersi cura.

Da un lato si va affermando una tecnologia che non è più strumento inerte da maneggiare o farmaco da somministrare; dall’altro lato l’organizzazione dell’attività sanitaria risentirà fortemente di tali innovazioni, e si imporrano scelte in termini di impiego delle risorse, che significa, dal lato del paziente, disciplina dell’accesso alle cure, sempre più sofisticate ed efficaci, ma anche sempre più costose. Non si scorge, almeno per ora, in questi processi quell’effetto di riduzione dei costi unitari dei beni e dei servizi che in passato si accompagnava all’evoluzione tecnologica, ai processi di industrializzazione meccanica. E questo è un altro fenomeno nuovo, dopo che ci eravamo assuefatti all’idea che i guadagni della tecnologia si traducessero anche in maggiore diffusione di prodotti e servizi. Tutto questo conduce alla necessità di un governo etico del fenomeno, della regolazione, delle scelte che vanno operate e dei principi che le devono guidare. Luciano Floridi sostiene che non si deve discorrere solo di etica dell’informazione, ma anche di etica dall’informazione, ossia che il nuovo contesto della “infosfera” genera nuovi modelli relazionali, intesi come rapporto tra “enti informazionali”. La radicalità della prospettiva, che la si accetti o meno, offre la misura dei cambiamenti epocali che abbiamo di fronte e della fatica di adattare a essi gli strumenti che abbiamo messo a punto, in tanti settori dell’esperienza umana, nel corso dei secoli. Il nostro ateneo è sensibile e attento a questi temi. Ne avevamo già discusso in termini generali nell’inaugurazione dell’anno accademico 2017-2018 con il cardinale Gianfranco Ravasi, che poneva la questione in chiave radicalmente antropologica. Ne trattiamo in diversi progetti di ricerca, anche direttamente finanziati dall’ateneo. In modo pienamente pertinente ai temi medici, rammento ancora il convegno dello scorso dicembre; in quell’occasione monsignor Edgar Peña Parra ha rammentato l’invito di Papa Francesco a «impegnarsi in uno sviluppo etico degli algoritmi, farsi promotori di un nuovo campo dell’etica per il nostro tempo: la algor-etica» (Discorso ai partecipanti al congresso «Child dignity in the digital world», 14 novembre 2019).

Ecco quindi il “compito” di concorrere a costruire una “etica” delle nuove tecnologie che stanno mettendo alla prova concetti come quelli di libertà, dovere, responsabilità, relazione e ancor più radicalmente ridisegnano la stessa idea di soggetto. Molti di coloro che si occupano di questa materia non fanno mistero di pensare proprio a delle nuove soggettività. Nel porre il problema etico, dunque, non si pone una questione normativa, bensì quella decisiva della difesa della persona. L’elaborazione della nuova etica si associa, e forse ne è uno sviluppo, all’invito del Santo Padre alle università cattoliche a elaborare nuovi modelli di analisi del reale, una «nuova episteme […] della vita», di cui ho parlato nell’inaugurazione milanese.

La risposta alla complessità non può che essere allora lo studio, la riflessione, la ricerca, e il conferimento di senso. In questa prospettiva possiamo dire che gli interrogativi ora formulati ci riportano alla radice delle nostre due istituzioni. Per affrontarli, infatti, non basta un ospedale, è indispensabile l’università e in particolare un’università come la nostra, multidisciplinare negli studi e unidirezionale nello scopo: la centralità e dignità della persona. È necessaria, per non essere travolti dalla corrente irresistibile dei cambiamenti quell’alleanza tra attività clinica, ricerca scientifica e attitudine educativa che permette non solo di coltivare un nuovo umanesimo cristiano nella “civiltà dell’algoritmo”, ma anche di ripensare conseguentemente la cura. Siamo infatti già oltre la soglia di una vera e propria rivoluzione nella pratica e nei soggetti delle cure.

Non si tratta soltanto, come è stato per decenni, di applicare nuovi protocolli, tecniche operatorie, di somministrare più efficaci farmaci, ma di comprendere e governare processi radicalmente differenti da quelli del passato. Non è un progresso lineare, è un salto che esige conoscenze e capacità di multiforme natura.