Tommie Smith e John Carlos: The Black Power

Ci sono foto che resteranno nella nostra memoria nonostante non si fosse ancora vivi per seguire da vicino quegli eventi.

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Ci sono foto che resteranno nella nostra memoria nonostante non si fosse ancora vivi per seguire da vicino quegli eventi. Gli esempi sono infiniti. Ma solo alcune riescono a raccontare un evento o un periodo storico nella sua interezza attraverso un click.

Siamo nel 1968, anno della primavera di Praga, degli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, anno delle impiccagioni di neri in Rhodesia e in Sudafrica, e del maggio francese.

Le Olimpiadi vennero organizzate in Messico. L’evento non si aprì senza molte polemiche.

Infatti, il 2 ottobre 1968, dieci giorni prima dell’apertura dei Giochi, nella Piazza delle Tre Culture a Città del Messico, durante una manifestazione, i soldati iniziarono a sparare ad altezza d’uomo. Fu una strage.

Ne rimase coinvolta anche Oriana Fallaci, che fu creduta morta e portata in obitorio e, solo grazie all’intervento di un prete, che si accorse che era ancora viva, si salvò.

In questo il clima iniziarono le XIX Olimpiadi.

Un contesto “peggiore di quelli che ho visto alla guerra”, come disse la stessa Fallaci.

Tutto questo, in una data che rimarrà impressa nella storia delle Olimpiadi, il 17 ottobre 1968, portò Tommie Smith e John Carlos, durante la cerimonia di premiazione, a compiere quella che, probabilmente, è ricordata come la più famosa protesta della storia dei Giochi olimpici.

Salirono sul podio scalzi e ascoltarono il loro inno nazionale chinando il capo e sollevando un pugno con un guanto nero, a sostegno del movimento denominato Olympic Project for Human Rights (Progetto olimpico per i diritti umani) e, più in generale, del potere nero.

Smith, nato nel Texas, settimo di undici figli, aveva 24 anni e veniva da una famiglia in cui il padre raccoglieva cotone. Carlos, 23 anni, era figlio di un calzolaio, nato e cresciuto ad Harlem.

Nella cerimonia tutto fu fortemente simbolico, dalla mancanza di scarpe (indice della povertà) alla collanina di piccole pietre che Carlos si mise al collo (ogni pietra era un nero che si batteva per i diritti ed era stato linciato).

Non saranno solo loro, però, che a Città del Messico protesteranno. L’atleta Vera Càvlaska, ginnasta ceca, sul podio “chiuse gli occhi e abbassò il capo in segno di tacita protesta” per la repressione seguita alla primavera di Praga.