Tutti contro tutti. Essere sempre inquieti fa parte della natura umana, ma da tempo viviamo con l’ansia dell’insicurezza.

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Viviamo in un mondo dove viene premiata più la simulazione della realtà, una sorta di “grande fratello globale” dove tutti siamo quello che vogliamo apparire. E la gestione dell’invidia sociale ci rende tutti preoccupati nel misurare ricchezze, benessere, carriere, fortune…Mala tempora currunt?

Forse è vero ciò che mi disse recentemente Pietrangelo Buttafuoco: “in fondo non ce la siamo mai passata così bene”. Personalmente ho qualche dubbio, qualunque parametro si voglia usare: il mero benessere va rapportato ai target sociali e alle aree del mondo, la serenità e la qualità delle relazioni umane le misuriamo anche aprendo o chiudendo la porta di casa.

In realtà la storia ha dei cicli che si ripetono , quasi impietosamente. Se non sbaglio già Voltaire in “Candide ou l’optimisme” scriveva: “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile”. Correva l’anno 1759. Forse fa parte della natura umana essere sempre eternamente inquieti e insoddisfatti. In effetti c’è una parola che si usa sempre meno: accontentarsi. Forse ci aiuterebbe ad affrontare meglio le alterne vicende della vita. Dobbiamo difenderci dagli altri, dalle invidie, dalla violenza, dalle intercettazioni, dall’invadenza, dai soprusi, dalle angherie, dalle negligenze, dall’indifferenza, dall’odio, dal rancore.

Ma che mondo è questo?

Mi capita ogni tanto di pensare agli anni della mia infanzia e mi pare di ricordare che ci fossero meno “tutele scritte” ma più ”rispetto praticato” nelle relazioni sociali. Rivisitare il passato personale e del mondo intorno mi concede almeno qualche nicchia di appagamento mentale. È la vita stessa che ci rende nostalgici, visto che di buone notizie non ne arrivano mai. Dobbiamo guardare inevitabilmente in avanti e questo – lo sappiamo – è un obbligo e forse anche un dovere ma non possiamo nasconderci che tutto sta diventando maledettamente complicato.

Aspettiamo che qualcuno faccia un passo prima di noi, per essere certi di non sbagliare, per non subire delusioni, per non essere disattesi nella nostra speranza, ma non sempre ci rendiamo conto che anche le piccole cose, a cominciare dalle nostre azioni, hanno un peso sociale. Viviamo in un mondo dove viene premiata più la simulazione della realtà, una sorta di “grande fratello globale” dove tutti siamo quello che vogliamo apparire. Pirandello aveva acutamente osservato che c’è una maschera per ogni occasione ma qui – francamente – sembra carnevale tutto l’anno.

Non possiamo separarci facilmente dalla difesa di una generica e istintiva diffidenza, non perché siamo fautori di una cultura del sospetto ma perché l’ultima pacca sulla spalla che abbiamo ricevuto ha lasciato il segno. Mia nonna mi raccontava sempre di quando si usciva con la chiave di casa infilata nella toppa: se percorresse oggi le vie delle nostre città blindate, dove anche i balconi sono chiusi da cancelletti  forse penserebbe di essere capitata in un altro pianeta. Ma non è solo questione di conflitto generazionale. Ricordo le parole di Alda Merini, raccolte al capezzale del letto di casa sua, nell’ultima intervista della sua vita: “Se uno vuole crescere la gente glielo impedisce e se lo divora come un implume”.

La gestione dell’invidia sociale ci rende tutti preoccupati nel misurare ricchezze, benessere, carriere, fortune: persino sull’altrui salute a volte abbiamo qualcosa da dire. Vediamo orchi, mostri, iene, ladri, disonesti, imbroglioni: eppure abbiamo sempre pensato che fossero persone per bene.“Mala tempora currunt sed peiora parantur” ovvero…corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori. Visto che è un antico detto latino si vede che è così da sempre: una buona consolazione.