Ucraina – Mentre la guerra continua, il clima politico fra Mosca, Washington e gli alleati si fa incandescente. 

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La crisi ucraina si acuisce sempre più, assumendo le sembianze di uno scontro senza quartiere tra la Russia e l’Occidente guidato da Washington e Londra, il cui esito e conseguenze restano ancora pericolosamente incerte. 

Alla missione di pace effettuata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite a Mosca – tra la più assoluta indifferenza di tutte le parti in causa (!?) – ha fatto riscontro il proclama di guerra ad oltranza espresso dal Segretario di Stato americano Blinken e dal suo autorevole compagno di viaggio, Segretario alla Difesa, Austin, al vertice di Ramstein (Quartier Generale delle basi americane in Germania). Vi hanno partecipato i Ministri della Difesa dei Paesi NATO, Paesi Baltici, Giappone, Sud Corea, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Giordania, Qatar, Kenya, Liberia, Marocco e Tunisia. Quarantatré paesi in tutto, apertamente schierati contro la Russia. Un ampio allineamento che prefigura agli occhi dell’opinione pubblica una significativa ed inquietante scelta di campo anche bellica… 

Infatti, mentre Guterres, nel chiedere a Putin di fermare l’invasione, contestandone la legalità in base al diritto internazionale ed alla Carta dell’Organizzazione, riceveva un sostanziale fermo rifiuto, nell’adunata convocata dal presidente americano Biden, si è parlato, senza mezzi termini, di sempre più consistenti forniture d’ armi all’Ucraina (sulla base di una “shopping list” presentata dalle competenti autorità ucraine) per arrestare l’offensiva russa e, in prospettiva, impedire a Putin di restaurare una supremazia in Europa orientale.

Quasi automaticamente, si è innescata una sequenza di azioni e reazioni, che ha portato ad altissimo livello la tensione fra Mosca, Washington e i suoi Alleati e lo spettro di una terza guerra mondiale e dell’impiego di armi nucleari è angosciosamente di nuovo tornato ad aleggiare. 

Per (improbabile?) coincidenza, nella Transnistria, la striscia di terra moldava confinante con l’Ucraina proclamatasi da tempo indipendente, dove la componente filorussa spadroneggia, si sono verificati degli insoliti attentati, fra cui l’attacco (senza vittime) al locale centro di emissione radio in lingua russa, ad opera di ignoti sabotatori. I fatti hanno riportato alla mente quanto affermato pochi giorni prima dal Vice Comandante delle forze armate russe ossia che l’operazione militare in corso prevederebbe l’occupazione dell’intera fascia costiera meridionale proprio fino alla Transnistria. Al riguardo, gli osservatori non escludono l’ipotesi di un tentativo (riconducibile ad uno dei due belligeranti) di creare disordini a livello locale per giustificare una estensione del conflitto in corso. 

Al termine della stessa giornata, il Vice Ministro della Difesa inglese dichiarava pubblicamente che gli armamenti forniti all’Ucraina avrebbero potuto essere utilizzati anche per colpire obiettivi sul territorio russo, ottenendo prontamente una risposta di pari tenore ossia che la Russia potrebbe decidere, in tal caso, di colpire analoghi obiettivi sul territorio dei paesi fornitori di quegli stessi armamenti. 

Nel continuo susseguirsi di eventi, Gazprom ha annunciato l’interruzione delle forniture di gas a Polonia e Bulgaria per la volontà da loro espressa di non pagare in rubli. Puntuale la risposta di Bruxelles attraverso la voce della von der Leyen, che, definendo inaccettabile questo ultimatum, confermava la volontà della Unione Europea, se necessario, di assistere in ogni modo possibile tutti i propri membri. Putin stesso, poco dopo, scendeva in campo per minacciare in maniera criptica gli Stati che interferissero nell’offensiva militare con l’immediato impiego contro di loro di armi di cui la Russia disporrebbe l’esclusiva (…).

È stata poi di nuovo la volta di Guterres (spostatosi a Kiev, come da programma) a dichiarare ai giornalisti, prima di vedere Zelensky, che Putin non aveva dimostrato con lui alcuna intenzione di arrestare l’offensiva. Dopo l’incontro, egli tracciava, in estrema sintesi, il quadro di una situazione estremamente deteriorata con prospettive di composizione pacifica della crisi ucraina molto poco incoraggianti. Poco dopo, due missili russi colpivano il centro urbano della capitale, quasi a ribadire minacciosamente l’attuale chiusura di Mosca ad ogni tipo di soluzione negoziata.

Nel frattempo, sul campo i bombardamenti russi sono continuati con sempre maggiore intensità, estendendosi in varie aree del territorio ucraino e prendendo di mira soprattutto le infra strutture ferroviarie nel tentativo di interrompere o comunque ostacolare il trasporto di armamenti forniti dall’Occidente. Gli osservatori segnalano una lenta, seppur continua, avanzata dell’esercito russo nell’area meridionale del paese, in attesa prevedibilmente dell’afflusso di forze fresche cui affidare il compito di abbattere una volta per tutte la resistenza locale e, tentativamente, spianare la strada almeno fino ad Odessa.

Dunque, la crisi ucraina si acuisce sempre più, assumendo le sembianze di uno scontro senza quartiere tra la Russia e l’Occidente guidato da Washington e Londra, il cui esito e conseguenze restano ancora pericolosamente incerte. 

Da più parti si sostiene che, fino ad oggi, sia stata data da tutte le parti in causa maggiore importanza all’impiego delle armi per porre fine al conflitto, trascurando troppo l’uso della diplomazia. Si ribatte che Putin abbia fin dall’inizio voluto utilizzare unilateralmente proprio la forza per raggiungere i suoi obiettivi e stia mostrando l’intenzione di continuare nello stesso modo, rifiutando un negoziato dal quale, anche nella migliore delle ipotesi, non riuscirebbe ad ottenere per intero quanto si era prefisso. 

Del resto, si rileva che anche l’intransigenza di Zelensky, molto esplicito nel rifiutare ogni eventuale amputazione territoriale a beneficio degli invasori, ostacoli notevolmente l’avvio di fruttuose conversazioni. 

Infine, anche l’Occidente (soprattutto Stati Uniti e Regno Unito), deciso a contrastare energicamente le intenzioni di Mosca ed impegnato in una complessa attività di sostegno militare all’Ucraina nonché di attuazione delle sanzioni economiche, non sembrerebbe incline all’avvio di una attività negoziale tra le parti belligeranti, poiché ritenuta al momento destinata a fallire.

In conclusione, mentre appare chiaro a molti qualificati analisti, “rebus sic stantibus”, il possibile punto di approdo di un eventuale negoziato ossia cessione alla Russia del Donbass (a seguito di consultazione referendaria) ed eventuale neutralità permanente dell’Ucraina, restano però ancora oscuri i tempi e le modalità per portare i belligeranti intorno a un  tavolo, anche per normalizzare la situazione in un territorio che due mesi di guerra hanno già letteralmente sconvolto sia nelle infrastrutture che, soprattutto, nello spirito della popolazione, causando enormi danni economici e materiali, migliaia di vittime e otto milioni di esuli. 

Trattasi di afflizioni superabili soltanto nell’arco di più generazioni e di cui la Russia (grazie a Putin) dovrà inevitabilmente, prima o poi, farsi carico. Comunque vadano le cose.  

 

*Giorgio Radicati, Ambasciatore