Prof. Galimberti, Lei si è occupato nei Suoi studi e nelle Sue pubblicazioni di approfondire i profondi mutamenti della condizione umana ed esistenziale nella civiltà contemporanea, dominata in maniera pervasiva e irreversibile dalla dimensione tecnologica. Non trova che si sia realizzata una sorta di rivoluzione copernicana per cui non la persona in quanto tale ma il contesto in cui vive è il centro dell’universo simbolico nel quale siamo immersi? Titolava una rivista scientifica americana: “Wanted people Renaissance”. Abbiamo davvero bisogno di nuovo umanesimo, di un nuovo Rinascimento?

Ne avremmo effettivamente bisogno ma non ne vedo le condizioni. Il Rinascimento è caratterizzato sostanzialmente dalla centralità dell’uomo (penso al ‘De dignitate hominis’ di Lorenzo Valla ma anche già all’arte greca che metteva il corpo dell’uomo al centro della scena) tuttavia oggi ciò non è più possibile in quanto nell’età tecnica l’uomo non è più ‘centro’, soggetto, perché è diventato ‘un funzionario di apparati tecnici’. Il modello di riferimento cui si cerca di renderlo adeguato è sostanzialmente ‘la macchina’, rispetto alla quale si presenta come qualcosa di imperfetto: si ammala, ha umori, le donne restano gravide, non è efficiente e funzionale come la macchina, laddove efficienza e funzionalità sono le categorie dominanti dell’età della tecnica.

Noi continuiamo a pensare la tecnica come uno strumento nelle mani dell’uomo: in realtà non è più cosi e questo è dovuto al fatto – ce lo insegna Hegel – che quando un fenomeno aumenta quantitativamente allora produce un cambiamento qualitativo del paesaggio.

Questo teorema Hegeliano era stato ripreso da Marx quando sosteneva che il denaro è un mezzo per la realizzazione di quegli scopi che sono la soddisfazione dei bisogni e la produzione dei beni.

Se però il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualunque bene, allora il denaro non è più un mezzo ma diventa il primo scopo rispetto al quale si vedrà in che misura soddisfare bisogni e produrre beni. Se questo discorso lo applichiamo alla tecnica – come condizione universale per realizzare qualsiasi scopo – allora gli scopi vengono subordinati al raggiungimento del massimo potenziale tecnico e allora la tecnica – e non l’uomo- diventa il massimo soggetto della storia.

Max Weber descriveva i processi di razionalizzazione non come progressiva ed estensiva conoscenza di tutti i meccanismi e di tutte le regole che governano la nostra vita  ma – al contrario – come ‘disincantamento dal mondo’, luogo delle idee e dei concetti, della libertà di pensiero. Non pensa che ci sia – nella nostra situazione esistenziale – un prepotente ritorno dei meccanismi di condizionamento dei comportamenti, fino a renderci schiavi del ‘pensiero pensato’ piuttosto che creatori e artefici di un ‘libero pensiero pensante’? Nella stessa quotidianità molta parte di ciò che facciamo non è dettata da ragionati convincimenti ma da luoghi comuni, stereotipi, opinioni, modelli precostituiti. E’così?

Purtroppo è così, gia Heidegger ci avvertiva che il pensiero dominante è un pensiero calcolante, “che fa di conto” e se accade questo noi finiamo con il capire solamente ciò che è utile e non sappiamo più che cosa è bello, che cosa è giusto, che cosa è vero, che cosa è sacro. Allora tutte queste categorie umanistiche che hanno fatto la storia del pensiero occidentale sbiadiscono, vanno sullo sfondo rispetto al pensiero ‘in grado di far di conto, di calcolare’.

Ciò vale ancor più in ‘un’economia diventata globalizzata e nell’epoca della tecnica.

La preoccupazione di Heidegger è che non esistono alternative a questo modo prevalente di pensare, esclusivamente calcolante: è allora inquietante che il mondo intero si trasformi in un unico, enorme apparato tecnico e – soprattutto – che noi non siamo preparati a questa radicale trasformazione del mondo.

Ma la cosa ancora più inquietante è che non disponiamo più di un pensiero alternativo al pensiero della tecnica. Questo ha dei risvolti e dei cascami ancora più miserabili perché la gente – non avendo un’alternativa al ’pensiero che calcola’ – per percepire il mondo si affida ai luoghi comuni, diffusi in primis dai media e dalla televisione, facendosi suggestionare da idee ipnotiche e linee guida non-pensate della propria vita. 

Si considerino le derive comportamentali indotte dai media, specie se al servizio della politica e dell’economia.

Già Nieztsche aveva intuito che chi la pensa diversamente, rispetto al pensiero diffuso, se ne va spontaneamente in manicomio. Nel mio ultimo libro sui miti di oggi mi occupo del disincanto di questi luoghi comuni, a cominciare dall’amore materno: non è vero che le madri amino solo i propri figli, li odiano pure, e quanto al mito della giovinezza, il lifting sarebbe meglio farlo alle proprie idee e non al proprio corpo. Prevalgono configurazioni convenzionali,  le idee pigre, le idee non pensate, i dettati ipnotici mentre è venuto meno l’atteggiamento critico. E’ chiaro che la “critica” può condurci nella “crisi”, perché quando destabilizziamo idee diffuse, automaticamente non è detto che ne nascano di nuove: però se ci affidiamo solo agli stereotipi e alle idee diffuse diventiamo gregge in mano del potere.

Politica, informazione, economia: non più modi organizzativi convenzionali premianti e liberatori, funzionali al ben-essere ma gabbie, involucri occulti e totalizzanti che ci impongono di schierarci, agire, essere e apparire oltre la nostra individuale consapevolezza, oltre la nostra libertà. Tra una società radicalmente strutturata, globalizzata e interdipendente e i miti della cultura”amish”, cioè del ritorno alla natura espungendo dai nostri stili di vita gli aspetti più deteriori di quella che chiamiamo civiltà, esiste forse una terza via che ci restituisca la possibilità di essere protagonisti delle nostre scelte esistenziali in un mondo di regole e non di costruzioni?

Già Freud aveva segnalato che il progresso della civiltà comporta il possesso di regole sempre più precise, coatte e stringenti – tali da rinchiudere l’uomo in una sorta di gabbia d’acciaio.

E osservava che noi abbiamo barattato la nostra felicità per un po’ di sicurezza: la nevrosi è il risultato di questa società fatta di linguaggi prevalentemente da apparati.

L’uomo che si presenta a noi e ci dice il suo nome non ci dice nulla: lo fa di più il biglietto da visita che ci consegna, l’idea di appartenenza che ci trasmette, l’apparato in cui noi lo identifichiamo.

L’uomo in quanto tale declina il suo essere in una funzione: per questo c’è un degrado nei rapporti umani e le persone comunicano sulla base dei modi che l’apparato richiede.

C’è un collasso dei sentimenti, delle relazioni autentiche, dell’umanità, delle relazioni, perché le categorie prevalenti della tecnica e dell’economia globalizzata sono quelle della ragione strumentale: “raggiungere il massimo obiettivo con il minimo utilizzo di mezzi”.

Al di fuori di questo non c’è pensiero: tutto il resto appare come sovrabbondanza, come eccesso, come spreco. Ma la dimensione umana non è solo razionalità, è anche sentimento che finisce invece per essere trascurato come valore. Non esiste più la gratuità del gesto ma la sua utilità e ciò determina un degrado dell’umanità la quale – non reggendo a questo stile di efficienza e di produttività, di linguaggio essenzializzato a queste categorie –  finisce con lo star male: non è un caso che siamo diventati i primi consumatori di psicofarmaci al mondo e questo più per un sintomo che per una cura. Anche la stessa depressione ha cambiato volto: non più organizzata attorno al nucleo del ’senso di colpa’ ma a quello dell’inadeguatezza: ce la faccio o non ce la faccio?

Professor Galimberti, poiché risulta vano rispondere ai mille interrogativi dell’esistere con una spiegazione strettamente disciplinare, mi pare prevalga nelle analisi sociali e negli scandagli dell’anima, la dimensione di un approccio olistico, cioè totale e multidisciplinare.. Sociologia, psicologia, psichiatria, pedagogia non riescono da sole, ad una ad una , a dare risposte convincenti ai nostri perché. Di fronte alle difficoltà di interpretare i nostri bisogni esistenziali, di fronte alla solitudine e alla difficoltà di capire e comunicare, anche la filosofia, la letteratura e le varie espressioni artistiche possono fare la loro parte? Perché si trovano più risposte ai problemi della nostra epoca nella rappresentazione di  una tragedia greca, nell’ascolto della musica di Mozart o nella lettura di una pagina di  Proust, piuttosto che in mille trattati di dotti sapientoni o nelle chiacchiere dei lavori di gruppo e dei ‘tavoli di concertazione’?

 

Un volta la filosofia era la madre di tutti i saperi, poi c’è stata differenziazione ed emancipazione.

Come effetto di questa specializzazione l’uomo è stato trattato come una cosa schematizzata: se prendiamo ad esempio la psicologia vediamo che considera l’uomo come ‘il caso’ di una teoria, lo oggettiva. Vale allora l’obiezione di Husserl: se io oggettivo l’uomo, la psicologia perde la sua competenza perché  perde la sua soggettività, l’individualità.

L’economia ci ha addestrato a parametrare la realtà al concetto di utilità, perdendo i valori del bello, del buono, del sacro, del vero, dell’intimo.

La filosofia ricerca la verità, come idea regolativa cui tendere,  attraverso la critica dell’esistente e la problematizzazione dell’ovvio, già a partire da Socrate, che discuteva di queste cose nelle piazze.

La musica è un linguaggio preverbale, una cosa che non si dice ma si sente; Nietzche la pone all’alba del pensiero, dove intercetta tutto l’ordine sentimentale..

L’arte e la bellezza hanno fatto il mondo ma oggi sono condizionate dalle logiche di mercato, dove il denaro è il generatore simbolico di tutti i valori: se un’opera d’arte resta fuori dal mercato viene vissuta come espressione di sé e non come qualcosa di artistico.

Vediamo oggi le varie forme di decadenza dell’umano – rinunciando alla dimensione tragica di cui ci avevano istruito i greci, rinunciando alla bellezza, marginalizzando la musica, trascurando la filosofia: stiamo rinunciando all’uomo.

Anche la scuola ha perso i suoi scopi fondamentali: è diventata luogo di apprendimento-istruzione più che di educazione: i contenuti intellettuali – come ci insegna Platone – passano attraverso categorie emotive. 

Qui passa la differenza tra istruzione ed educazione, i sentimenti si acquisiscono come le nozioni, si imparano: il luogo privilegiato per insegnarli è la letteratura che ci dà i paradigmi per collocare i nostri stati d’animo – l’amore, il dolore, la noia, l’amicizia ecc. –  in una narrazione che ho acquisito leggendo. I ragazzi, interrogati sul perché stanno male non sanno nemmeno nominare il luogo del loro disagio e qui subentra la disperazione. 

Manca alla scuola di oggi una buona educazione sentimentale.

Trovo in particolare che la solitudine sia una condizione emotiva tendenzialmente incline a manifestare comportamenti e stati d’animo interessanti da un  punto di vista antropologico e filosofico. Mi colpisce la trasversalità del fenomeno che riguarda giovani e anziani, ricchi e poveri e  che si evidenzia paradossalmente anche nei contesti di socializzazione primaria come la famiglia o la scuola. Quali sono le cause di questo fenomeno dilagante nell’epoca dell’immediatezza comunicativa? Perché i ragazzi per dialogare escono di casa e vanno nei centri commerciali? Perché i soli, gli anziani, i depressi si mettono per ore e ore davanti alla TV? Prof. Galimberti, perché la gente non riesce più a comunicare? Le do la risposta di un’artista – la poetessa Alda Merini: “perché le persone non parlano, blaterano”. E’ così?   O meglio: è ‘solo’ così? Davvero non siamo più capaci di ritrovare noi stessi al di fuori di stereotipi comportamentali preconfezionati?

Viviamo in una cultura che ha aumentato in modo esponenziale i livelli di comunicazione, accade però che non abbiamo più niente da dire. Diciamo ciò che abbiamo sentito dire da altri, per questo io parlo di ’monologo collettivo’. Questi ragazzi, un po’ afasici, a cui manca il linguaggio e a  cui mancano i luoghi di socializzazione come gli oratori o le sezioni di partito com’era più frequente un tempo, si ritrovano per strada o al bar, dove bevono, si alcolizzano o si drogano: della droga mi colpisce prima ancora dell’aspetto medico-clinico il suo essere una sorta di “anestesia”, di isolamento dal mondo. Vivono di notte perché il giorno li sconfigge.

Io sono convinto che rispetto alla condizione giovanile – che nessuno prende in seria considerazione – è un po’ come se fossimo seduti su di una bomba pronta ad esplodere.

Anche per gli anziani sono cambiati i luoghi di comunicazione: una volta c’erano i paesi, le cascine, coi loro chiacchiericci e pettegolezzi, oggi prevalentemente gli appartamenti metropolitani e ricordo che ‘appartamento’ deriva da ‘appartarsi’.

Una volta gli uomini per sapere qualcosa del mondo uscivano di casa, oggi rientrano in casa e si mettono davanti allo schermo, dove tutto è allestito per presentare le cose in un certo modo, da un certo punto di vista. Il dramma consiste nel fatto di non disporne di altri.

Passano solo messaggi negativi, a cominciare dai luoghi di lavoro che una volta erano ambienti di solidarietà e oggi invece soprattutto di invidia, di stress e di competizione, anche in relazione alla crisi economica.

Conversando con Rita Levi Montalcini ho ascoltato da lei una riflessione che trovo straordinaria – nella sua sintesi – e potenzialmente utile a rispondere a molti interrogativi che ci riguardano: “Pensare può essere utile, parlare non sempre è necessario”. Quanto contano i silenzi nella nostra vita e nella maturazione della nostra identità?

Io del silenzio ho una grande considerazione: è il luogo dell’immaginazione, dell’ideazione, della fantasia.

Dovrebbe esserlo a cominciare dai bambini: ma a chi comunicano i loro stati d’animo evocati dal silenzio, se neppure in famiglia sono ascoltati?

Oggi è qualcosa di introvabile, reperirlo è molto arduo. Questo coincide con il fallimento della comunicazione. Vado in treno da oltre trent’anni: prima la gente si parlava, in viaggio, comunicava: ora hanno tutti il computer davanti o l’ipod nelle orecchie.

Allora mi domando: ma il comandamento cristiano ama il prossimo tuo come te stesso è praticabile se oggi il prossimo non c’è più?

Scrisse Paul Valery in una sua celebre poesia: “Le vent se lève, il faut tenter de vivre”. Non c’è mai un anno zero in cui tutto finisce e poi ricomincia da capo, ogni giorno soffia incessante  il vento della vita e ci porta gioie e dolori, difficoltà e speranze. La vita è sempre un dono, mi ha detto il Card. Martini. Chiedo a Lei: mi spiega il filosofo almeno tre motivi, tre cose che contano davvero, per cui vale la pena di rimboccarsi le maniche, di armarsi di buona volontà e coraggio per viverla fino in fondo?

La condizione elementare e fondamentale per continuare a vivere si chiama amore: il Card. Martini l’ha segnalato, con ragione.

L’aveva detto bene Freud: la vita funziona se qualcuno ci ama.

Noi viviamo finchè c’è qualcuno che ci ama: sono convinto che molte persone anziane ‘se ne vanno’ perché nessuno le ama più. 

I bambini non amati diventano intellettualmente deprivati e sentimentalmente incapaci di cogliere risonanze emotive nelle loro esperienze.

L’amore è la categoria della vita ma comporta una condizione di gratuità: oggi mancano le condizioni dell’amore perché – in prevalenza dell’interesse come valore –  la gratuità viene derisa e vista con sufficienza, come qualcosa di patetico.

L’amore è prevalentemente vissuto oggi come passione, come fatto transitorio: nel nostro tempo si è sviluppato un concetto terrificante di libertà, dove libertà non è facoltà di compiere delle scelte ma come ‘revocabilità’ di tutte le scelte (sono incinta, abortisco, non amo più quest’uomo quindi divorzio ecc.).

Che biografie si costruiscono, che amori si consolidano? Paradossalmente aggiungerei una noticina: oggi non è importante rendere facili i divorzi ma rendere difficilissimi i matrimoni. 

Bisogna che la gente capisca che l’amore è un’opera d’arte, è scoprire il segreto dell’altro, essendone curioso, nella sua continua cangianza.

Oggi vedo persone che si accostano agli altri come se fossero dei muri.

Amore e gratuità sono le due cose che possono dare un minimo di speranza a questa civiltà, ormai assediata solamente dagli interessi, dalla velocità del tempo.

Oggi rischiamo di arrivare al pensiero unico e anche al sentimento unico, perché ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si soffre, come si risponde, che cosa si deve dire, che cosa si prova.

Se tutti pensiamo allo stesso modo è già grave ma se tutti “sentiamo” allo stesso modo, la nostra dimensione di vita è irrecuperabile.

Perciò la terza cosa è la libertà.

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Francesco Provinciali
Già dirigente ispettivo del MIUR, giudice esperto presso il Tribunale dei minori di Milano, componente dell’Osservatorio minori di Regione Lombardia. Collabora con 'Minori Giustizia' organo dell’AIMMF (associazione italiana magistrati per i minori e la famiglia).Scrive su diversi quotidiani e riviste nazionali. Ha pubblicato numerosi libri tra cui “Tutte a casa- Storie di donne, di adolescenti e di bambine”, “Figli smarriti” con prefazione di M. Rita Parsi- “Dove va la politica? Dialoghi con protagonisti della politica italiana”, con prefazione del Presidente della Camera dei Deputati, “Scuola e dintorni”, con prefazione del Presidente CENSIS Prof. Giuseppe De Rita.