Un Governo di transizione operosa, senza Salvini e senza Lega.

Con discernimento, occorre capire quali siano i margini per correggere la traiettoria che a portato alla saldatura tra i due partiti di governo

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Se c’è una critica da fare al comportamento di Di Maio, essa consiste nel rilevare quanta prudenza rallenti il chiarimento del M5S con la Lega. A questo la pubblica opinione è molto attenta.

Sul “caso Metropol” il distinguo si nota, ma resta ancorato a procedure formali, fermandosi laddove parrebbe necessario, invece, formalizzare la richiesta di dimissioni del Ministro dell’Interno. Questi ha perso credibilità, non solo in Italia, perché conduce maldestramente una sua politica estera dai contorni ambigui, e dunque pericolosi.

In Europa Salvini è isolato da tutto e da tutti. Nonostante le proposizioni più aggressive, resta fuori dai giochi che contano. Trump e Putin, per ragioni diverse ma convergenti, diffidano di lui, che pensa di muoversi con disinvoltura, quando in realtà esibisce un mix di inesperienza e spregiudicatezza.

Come può guidare, un leader tanto controverso per i modi eterodossi e l’inconcludenza ammantata di decisionismo, un dicastero chiave del governo della Repubblica? Il passaggio a un’altra fase della vita democratica italiana è iscritta nel circuito delle cose inevitabili. Non è detto, allora, che l’attuale Presidente del Consiglio non possa essere obbligato dalle circostanze a gestire una transizione necessaria.

Tutto si muove in queste ore. Conte rivendica il suo ruolo, annuncia la sua volontà di rispondere in Parlamento sullo scandalo dell’hotel moscovita, rivendica la sua coerenza come uomo delle istituzioni, prima ancora che garante di un patto bipartitico. Esclude operazioni trasformistiche, in contrasto con il suo credo e il suo agire da fresco “commis d’Etat”. Ma questo che significa?  Sì può escludere, qualora salti il connubio Lega-M5S, un governo Conte-bis sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza, a schema libero, magari con il concorso esterno del Pd?

Zingaretti è tornato a parlare di elezioni anticipate. In sostanza ha frenato gli ardori o le paure del Pd. Sa che l’apertura ai Cinque Stelle offre a Renzi l’occasione per rompere, con o senza Calenda. Insomma, a sinistra domina il timore che un eventuale cambio di maggioranza determini a cascata la temuta e sempre esorcizzata scissione del Pd.

Il momento della verità non è molto lontano. Che la sinistra, un po’ ovunque in Europa e nel mondo, sia preda della confusione, non è una novità dell’ultimora: anche i socialdemocratici tedeschi, rileva sconfortato e perfido D’Alema, hanno votato contro Ursula von der Leyden, ministro fino all’altro ieri del governo Merkel, di cui la Spd è componente essenziale e decisiva. Davvero inspiegabile!

Qualcuno potrà argomentare, non senza buone ragioni, che Lega e M5S rappresentano facce diverse della medesima involuzione della politica italiana. Tuttavia, con discernimento, occorre capire quali siano i margini per correggere la traiettoria che a portato alla saldatura tra i due partiti di governo. Soprattutto occorre stabilire quale sia l’obiettivo da raggiungere, se sfasciare tutto e precipitare nel vuoto di elezioni anticipate o, al contrario, lavorare in direzione di una tregua operosa, affidata a un governo tecnico-politico senza Salvini e senza Lega.

Immaginare che le opposizioni riescano nell’impresa di mandare a casa il governo, vincere le elezioni organizzate a tamburo battente e allestire, subito dopo, un esecutivo di sinistra e poco più, non appartiene al novero delle ipotesi ragionevoli. È probabile, invece, che si vada a sbattere.