Un lavoro per tutti

Nel giorno della festa dei lavoratori il pensiero deve rivolgersi soprattutto a chi è senza un lavoro

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Si dice che il lavoro nobilita altre volte si dice che stanca e forse sono vere entrambe le cose.
Ma se la Costituzione Repubblicana considera il lavoro come principio fondante della stessa democrazia non credo che ciò sia dovuto ad una retorica invenzione oppure al caso.
Mio padre mi aveva insegnato che l’importanza di un lavoro si misura dalla sua utilità sociale, serve se promuove il bene comune.

Per questo ogni lavoro è complementare agli altri cosa che non comporta necessariamente una corrispondenza tra servizio reso e sua remunerazione, anzi è più spesso vero il contrario anche se tutto – a cominciare dai modelli di massima gratificazione personale e sociale promossi dalla Tv – sembra muovere nella direzione opposta.
Il lavoro – un tempo considerato ‘valore forte’ e principio di nobilitazione – adesso è sostituito dal successo.

E il successo è tanto più forte quanto più si elude il lavoro, anzi è il suo contrario: ha successo chi riesce a non lavorare, il lavoro è una pena non un fatto positivo.
Perché del lavoro si considera, giustamente direi, soprattutto il diritto ad averne uno, il diritto ad averlo tutti: credo che ciò significhi innanzitutto non precludere a nessuno la possibilità di una sua realizzazione personale e poi anche il poter condividere con gli altri – mattone su mattone, idea su idea – una casa comune, per il bene generale.
Ma, come in tutte le cose, la difficoltà consiste nel saper mantenere una giusta via di mezzo nei comportamenti sociali ed ecco che da un lato può accadere che quel diritto sacrosanto venga calpestato in nome del profitto e dell’egoismo oppure venga eluso e ingannato se del lavoro si fa motivo di personale tornaconto, lo si considera un punto di arrivo per sopravvivere, una rendita da gestire piuttosto che un punto da cui partire per dare sempre il meglio di sé.

Penso perciò che ogni lavoro, per essere ben fatto, debba saper promuovere le potenzialità di ciascuno senza perdere di vista un interesse generale: ad ogni diritto deve corrispondere un dovere e anche per il lavoro credo che debba essere così, non esiste un’etica sociale che possa eludere il passaggio attraverso ogni singola coscienza, non esiste crescita senza rispetto di valori condivisi.
La storia insegna che ogni fase di ricostruzione, così come il progresso, l’emancipazione, la democrazia, lo stesso benessere si fondano sul fervore sociale, sull’attività dell’uomo, sull’impegno e la dedizione, se necessario sul sacrificio: sono principi forti che stanno alla base dell’idea stessa di civiltà.

Ma insegna anche – la lunga teoria delle vicende umane – che ogni volta che il lavoro diventa motivo di sfruttamento, abiezione, tirannia, disuguaglianza, ingiustizia ebbene è la stessa dignità della persona ad essere calpestata, la sua libertà conculcata, il suo amor proprio umiliato e offeso.
Eppure ancora oggi si muore o ci si ammala per lavoro, si fa mercimonio della condizione minorile per fini di lucro, si generano discriminazioni e iniquità di genere e di stato sociale: non credo che ci possa essere sfruttamento più disgustoso di quello perpetrato dall’uomo su un altro uomo.
E questo vale per i periodi di crescita economica e – ancor più – per quelli di crisi: il prezzo più alto è pagato sempre dai più deboli.

Il principio di equità nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze chiama in causa la straordinaria potenzialità ed eloquenza della dottrina sociale cristiana, che in nome della solidarietà mette la carità accanto alla giustizia e considera il lavoro come strumento di soddisfazione personale e di progresso dei popoli.

Nel giorno della festa dei lavoratori il pensiero deve rivolgersi soprattutto a chi è senza un lavoro, a chi lo ha perso insieme alla speranza, a chi vorrebbe farne motivo di riscatto dalla disperazione.
Perché anche il lavoro – ahimè come il potere – logora soprattutto chi non ce l’ha.