Un libro di Massimo De Angelis su Nietzsche oltre il nichilismo. Il deserto e la sete di Dio

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Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Bonfrate

Il libro di Massimo De Angelis, Serve ancora Dio? La via di Nietzsche oltre il nichilismo, (Roma, Castelvecchi, 2020, pagine 288, euro 25) conduce nel deserto, per fare esperienza della sete di Dio. Facendo il bilancio della articolata interpretazione del pensiero nietzschiano in ambito cristiano sarebbe legittimo domandare: cosa resta di Dio? Nella serrata critica di Nietzsche all’idea di verità come descrizione oggettiva-assoluta delle cose, solo il soggetto nel suo atto di volontà, non altri, non altro, diventa ermeneuta del reale. Si rigetta l’idea di un ordine del mondo, e per liberare il proprio sì alla vita non si potrebbe far altro che rinunciare a Dio. Ma, se riprendiamo la famosa enunciazione di Paul Ricoeur che unisce Marx, Nietzsche e Freud nella definizione di «maestri del sospetto», potremmo comprendere l’utilità di questo libro. Il “sospetto” incrina gli equilibri, e sollecita un distanziamento da come le cose stanno, rivelando, insieme, la fallacia della realtà e l’apparire di qualcosa di nuovo. La forza distruttiva diventa generativa, con la conseguenza che bisogna congedarsi dal vecchio, per porsi nella direzione di un altro evo: il “sospetto” genera krisis, separazione, vaglio per una nuova consapevolezza dello stare al mondo, e così scegliere, decidersi. Lo dovremmo a noi stessi, scoprendoci impastati di “infingimenti”.

In questo libro l’autore assume la sfida della krisis. Accetta la sfida di un «un rigoroso confronto» con la propria fede, come lo scolpisce Nietzsche in Aurora, «finché non siate andati lontano» dal cristianesimo. Divenendo esuli (una rinuncia teoretica alle metafisiche e al cogito cartesiano), i gesti, la vita come inveramento, condurranno all’autenticità dei significati, in cui le parole ritroveranno i loro suoni di verità: un nuovo inizio, povero di sicurezze, ma in cui tempo ed eternità, corpo e spirito, si daranno finalmente la mano. E qui diventa centrale l’umanità di Gesù, facendo emergere una paradossale cristologia filosofica, la cui radice alimenta la teologia dell’umano. Se ne evince già dal visibile connubio tra autobiografia dell’autore e biografia di un pensiero tellurico, all’apparenza solo distruttivo. I sommovimenti sismici aprono una strada: la via di Nietzsche oltre il nichilismo. Come in ogni conversione o riforma, la crisi e la morte sono una necessità che perde rilievo di fronte alla vita che germina in esse.

Gesù, l’uomo «eternamente sacro e degno di venerazione» è la chiave della risoluzione della lotta che avrebbe estenuato il cristianesimo, quella tra l’umano e il divino, tra il corpo e lo spirito, nel segno dell’intangibile dualismo che ha contrassegnato la riflessione e l’esperienza cristiana. Le pagine si rincorrono intrecciandosi a frammenti di meditazione di una vita che si guarda allo specchio dei pensieri nietzschiani. Il libro innerva un processo discendente e ascendente, composto lungo due sezioni asimmetriche che paiono riprendere la struttura dell’Ottava sinfonia di Mahler, quella che più di ogni altra ha cercato la soluzione della tensione tra suono e parola. Ogni capitolo, trova il suo tempo interiore nella misurazione musicale: andante, lento, adagio, mosso, rondò, allegro, e così via. Lo sfondo musicale coispira la “meditazione” filosofica di De Angelis, che con Nietzsche percorre il suo esodo strappando i rivestimenti teoretici, per mostrare una verità che deve dissolversi per riprendere il suo corpo, rigenerarsi nella distanza per abitare una patria, perdersi per scoprirsi sulla via, contrastare la corrente per risalire il fiume, manifestarsi nella sete e nella fame, per alimentare il fuoco del desiderio. Coerente, ci pare, con quanto avvenuto nelle partiture mahleriane, che mentre portavano alla dissoluzione della forma sinfonica, purificavano nel fuoco la fedeltà alla tradizione. E non è un caso che si attribuisca a questo compositore il celebre aforisma che «la tradizione non è la venerazione delle ceneri, ma tener vivo il fuoco».

La fiamma è il Cristo exodus, motore e primo passo del benefico peregrinare per liberarsi dalla sententia Christi, dai concetti, e scorgere finalmente il corpus Christi, presenza che si rivela nella carne, unendola a sé dove altri vorrebbero separarla, ritenendola indegna di Dio. Il dualismo è la soluzione analgesica dei tormenti della creaturalità, il sintagma intorno al quale si sono costituite tante soluzioni falsificanti, come lo gnosticismo e il pelagianesimo. Errori antichi che ancora costringono l’idea di salvezza nel rigido assoluto della legge e nell’immanente solitudine delle proprie ragioni, perdendo la verità di Dio che si presenta in Gesù, e trapassa permanentemente nel “sacramento” del tu-noi, all’ombra della grazia che dà gioia ai cieli, come direbbe Nietzsche, per il fatto che Dio è sulla terra. A questo si aggiunge la lotta contro quella ragione che ogni cosa riempie annichilendo, e da cui si esce, ancora nichilismo, svuotando di valore le categorie a cui tutto è appeso: scopo, unità, essere. Un congedo che si trasforma in oblio. Tutto frana, sembrerebbe.

Ma si potrebbe verificare, invece, che a cadere sia la maschera di una ostinata prepotenza intellettuale che incatena i passi di chi vuole andare oltre. Allora, i muri di acqua che hanno aperto e difeso la via nel mar Rosso si trasformano nella tempesta che travolge i deduttivi, dispersit superbos mente cordis sui, per mettere al centro la vita che brama l’oltre, et exaltavit humiles (Luca 1, 51-52).

La scena di questo mondo si trasfigura nel sacrificio delle proprie certezze, al prezzo di trovarsi nella massima distanza da Dio. Ed è nella più estrema lontananza che si acclara che il Regno di Dio è qui (Matteo 5-7), e la gloria di Dio è l’uomo vivente pensato da Ireneo (Adversus haereses 4, 20, 5-7), nella tensione di sguardo alla vita, di presa in carico di essa, dissipando la menzogna e rinunciando alle illusioni, per vedere Dio. Il minimo coincide con il massimo, e quello che per Cusano trascende ogni possibilità dell’intelletto, non è per Nietzsche negato alla vita, al suo sapore-sapere, alla pratica dell’esistere. Egli danza tra gli opposti, ma la musica sembra esaurirsi lì dove, secondo un’interpretazione costante del suo pensiero, ponendo in alternativa fede e religione, tra soggettività e alterità, io o Dio, non riesce a cogliere, questa la tragedia di Nietzsche, che la natura relazionale della fede non è soltanto rinuncia-perdersi dell’uscire da sé, ma è un perdersi per trovare Dio dentro di sé, intimior intimo meo (Agostino, Confessiones III , 6): mai relazione fu più intima e profonda, delicata rimembranza di una possibilità perduta e ridonata, liberante dalla trappola dell’autoreferenzialità, nuova forma — superamento e dignità ritrovata — dell’umano. Il minimo e il massimo si compenetrano fino alla sorpresa di Matteo 25, quando la coincidenza proietta luce sulla fine per generare un nuovo inizio, inatteso e impensabile come solo una teofania può esserlo: quello «che avete fatto ai miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», pienamente umanizzante, nel vuoto, nell’assenza, nell’indigenza, nella nudità, nella solitudine, nella vulnerabilità. E cos’altro avrebbe potuto ispirare quanto raccolto in Al di là del bene e del male: «Amare l’uomo per amore di Dio — fu questo, fino a oggi, il sentimento più nobile e più remoto che sia stato raggiunto dagli uomini. Che l’amore per l’uomo senza una qualche segreta finalità che lo santifichi sia una sciocchezza e una bestialità in più, che l’inclinazione a questo amore umano debba ricevere soltanto da una inclinazione superiore la sua misura, la sua finezza, il suo granello di sale e il suo pulviscolo d’ambra — chiunque sia stato l’uomo che per la prima volta ha sentito e “ha vissuto” tutto questo, per quanto la sua lingua possa aver balbettato, allorché tentò di esprimere una tale delicatezza di sentimento, egli sarà per noi eternamente sacro e degno di venerazione, in quanto è l’uomo che ha volato più in alto sino a oggi e si è smarrito nel modo più bello».

Lo smarrimento, lo straniamento di un essere che deve trapassare sé stesso, avvertire la vertigine del vacuum per scoprirsi capax Dei. Ma qui, come giustamente avvertirebbe De Angelis, siamo oltre Nietzsche. Nello stesso tempo, però, dalle pagine di questo libro emerge la gratitudine al suo pensiero, che riesce a far ascoltare quello che non è riuscito a sentire: un canto alla vita, nostra e, non sorprenda, alla necessaria vita di Dio.