UN MILIONE DI ALBERI E DI POSTI DI LAVORO: LE PROMESSE INCONSISTENTI DEL CAVALIERE.

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In campagna elettorale, Berlusconi aveva cercato il consenso dei giovani attraverso il tik-tok (tak) e quello degli ambientalisti e degli intossicati dallo smog urbano anticipando la piantumazione di un milione di alberi: sarebbe davvero esemplare se questo proposito fosse recepito dal Governo, finora fermo al palo dell’eccesso di annuncio di un Cavaliere scatenato nelle iperbole. Ci vorrebbe un forte richiamo alla serietà e alla coerenza, ma dall’opposizione nessuno sembra in grado di andare oltre qualche timido balbettìo.

 

Inaugurando la nuova sede regionale di Forza Italia in Via Vincenzo Monti a Milano, Silvio Berlusconi, forte anche dell’ennesima assoluzione nel lungo tormentone del Ruby-ter, ha sfoderato un classico del suo repertorio: come creare – praticamente ex novo, cioè dal nulla – un milione di posti di lavoro, in particolare per i giovani dai 18 ai 34 anni, detassando le imprese che li assumeranno. Inoltre come favorire la ripresa edilizia e imprenditoriale sciogliendo ogni lacciolo burocratico con l’invio di una semplice raccomandata r.r. di inizio attività. Il Cavaliere si sa, va sempre “all’ingrosso”.

Anche se nel programma del governo di cui fa parte non c’è traccia di questo obiettivo, né lo si trova scartabellando le richieste dei sindacati confederali, da cui eventualmente attingere per blandire e rassicurare la piazza, la promessa conserva un fascino antico e un appeal che riscuote consensi. A cominciare da quello dei fedelissimi capigruppo di Camera e Senato, al fianco del Cavaliere fino al taglio del nastro, che con ampi cenni del capo hanno annuito dall’inizio alla fine del discorso del loro leader. Non si sa quanto possa giovare al premier Giorgia Meloni questo endorsement peraltro autorevole, considerata l’esperienza di lungo corso di Berlusconi e il suo indiscutibile carisma, un rilancio attinto dal passato che fa il paio con la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, questa volta assunto come ragione di vita da Matteo Salvini, un’infrastruttura che potrebbe essere l’icona di una promessa mantenuta anche se finora è costata 300 milioni di euro per gli studi di fattibilità, senza che sia stato posato il primo pilone di sostegno. Questa retorica non credo piaccia a Meloni.

Nella compagine governativa, infatti, sembra decisamente improntato a più sobrio e misurato calcolo lo stile del Presidente del Consiglio che concretamente mette in agenda e nella legge di bilancio la revisione del reddito di cittadinanza e del superbonus edilizio, costati alcune decine di miliardi ma forieri di più di un interrogativo circa la loro sostenibilità nel breve-medio termine e gli scandalosi privilegi da default economico e da bancarotta dello Stato che ne sono derivati. Qualcuno ricorderà che in campagna elettorale il Cavaliere aveva cercato il consenso dei giovani attraverso il tik-tok (tak) e quello degli ambientalisti e degli intossicati dallo smog urbano anticipando la piantumazione di un milione di alberi: sarebbe davvero esemplare se questo proposito fosse recepito dal Governo, considerato il dissesto idrogeologico e l’attesa ripartenza verde, finora ferma al palo dell’eccesso di annuncio di un Cavaliere scatenato nelle iperbole.

Ma dall’opposizione nessuno sembra in grado di andare oltre qualche timido balbettìo.

La sinistra, che non è più capace di pensare in grande ed è stata la prima vittima della sua sistematica demonizzazione di Berlusconi, essendo più impegnata a far fuori gli avversari politici che a disegnare un modello sociale alternativo e credibile, è ridotta ai minimi storici e rappresenta ormai per l’elettorato l’area politica imparentata con i prelievi forzosi, le tasse e la burocrazia che paralizza le istituzioni e la pubblica amministrazione, incapace di parlare al popolo e di interpretarne i bisogni. Volgendo lo sguardo al passato qualcuno si chiederà come mai dopo Berlinguer non c’è stato qualcuno capace – nel campo progressista – di rivolgersi direttamente alle ‘masse lavoratrici’ e di farne il senso di un progetto politico popolare, democratico e inclusivo.

Sembra persino paradossale e – a conti fatti – perdente questa vocazione della sinistra ad immedesimarsi solo nelle battaglie per i diritti civili, un tempo bandiera del mondo liberale e garantista, dimenticando i grandi temi sociali delle disuguaglianze, del lavoro, della sicurezza, della famiglia, degli anziani, dei giovani, e perché no – del merito- che non cozza contro il principio del diritto allo studio essendo entrambi integrati nella Carta Costituzionale. Tra retaggi ideologici e incapacità di lettura delle derive storiche del presente ciò si è tradotto in un fallimento interpretativo: quello di non saper dire ciò che la gente pensa, in modo pragmatico e scevro da fumisterie linguistiche in uso nei ‘salotti buoni’. Ciò che – oltre le coreografie e le boutade strumentali, tra demagogia e luoghi comuni – l’area liberale ma anche quella sociale del centro destra stanno invece cercando di far proprie, ribaltando le immedesimazioni rappresentative del passato. Adesso sono coloro che un tempo erano definiti conservatori che si appropriano dei temi sociali, cogliendo il disagio profondo dei grandi numeri delle insicurezze e delle nuove povertà.

E a giudicare dai sondaggi si tratta forse di una tendenza che si va consolidando verso una lunga deriva, ‘centro’ permettendo, mentre la sinistra sembra vittima dei propri errori, demotivata e confusa.