INTEGRALISMO RUSSO, LA SFIDA CHE METTE L’OCCIDENTE DI FRONTE A NUOVI IMPEGNI E NUOVE RESPONSABILITÀ.

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Difronte a tutto quello che sta accadendo, nessuno può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita.

 

Lorenzo Dellai

 

Mentre in Italia si discute – giustamente – sul voto del 25 settembre; il PD vive il suo psicodramma da formicaio impazzito;  i vincitori delle elezioni sono alle prese con la spartizione del potere acquisito e con il problema di come conciliare le attese suscitate con la dura realtà della vita e l’Unione Europea manco riesce a trovare un accordo su una comune strategia energetica di emergenza, la Guerra di Putin procede imperterrita.

 

Che quella di Putin contro l’Ucraina non fosse una “semplice” guerra di confine e neppure una azione a tutela della minoranza russa sotto la sovranità di Kiev era evidente fin dall’inizio. Ciò che è acceduto in questi lunghi sette mesi ed i fatti degli ultimi giorni lo stanno a dimostrare. Solo l’ingenuità o il pregiudizio filo-putiniano ed anti occidentale potevano indurre a analisi diverse. Un conto è la nostra profonda “volontà di Pace”, che per fortuna – da noi – possiamo manifestare liberamente senza temere di finire in carcere. Un altro conto è capire quello che sta succedendo. Non si è mai costruita Pace “vera e giusta” senza comprensione delle volontà in campo.

 

Putin vuole ricostruire l’Impero Russo dentro un nuovo assetto mondiale. E si gioca il tutto per tutto. Reagisce al – presunto – atto di “terrorismo” di Kiev per via dello smacco subìto al Ponte di Crimea, quando dal 24 febbraio Mosca sottopone gli ucraini a bombardamenti a tappeto, torture, deportazioni, esecuzioni sommarie di civili, ad opera del suo esercito e delle bande di tagliagole reclutate in Cecenia e in mezzo mondo. L’aggressione all’Ucraina – finora riuscita in minima parte, grazie al coraggio degli Ucraini e al sostegno di alcuni Paesi liberi – e il ridicolo Referendum nei territori militarmente conquistati – puntano ad un “nuovo ordine internazionale”. Anche a costo di minacciare la violazione del tabù nucleare. Un ricatto che non può essere accettato, né da parte della Russia, né delle altre, troppe, Nazioni dotate di armi atomiche.

 

L’Occidente affronta questa drammatica sfida nelle condizioni peggiori. L’Europa – nonostante i coraggiosi tentativi degli ultimi mesi, che pure non vanno sottovalutati – è ancora largamente incapace di assumere decisioni unitarie ed efficaci. Non meravigliamoci: senza una ulteriore cessione di “sovranità” da parte degli Stati Nazionali all’Unione, in particolare nei campi della politica estera e di difesa, non potrà esserci nessun vero ruolo europeo. Altro che rafforzamento della sovranità statale, di cui si legge nei programmi trapelati del futuro governo italiano. L’Europa paga una pluridecennale, miope incertezza sul proprio assetto politico. Molte delle Nazioni che la compongono – Francia e Germania comprese –  non hanno capito che, nel mondo globalizzato, semplicemente non toccano palla senza una Unione Europea forte e coesa. E senza strumenti comuni di politica estera e di difesa. L’aveva invece capito Alcide Degasperi, con la sua incredibile, inascoltata lungimiranza, fin dai primi anni cinquanta.

 

Gli Stati Uniti vivono la loro stagione di credibilità più bassa, e non da oggi. La recente decisione dell’OPEC – concordata con Mosca – di ridurre la produzione di petrolio per tenere alti i prezzi la dice lunga al riguardo. Così come il posizionamento ambiguo di grandi Paesi come l’India, mentre l’Africa sta ormai diventando un condominio spartito tra l’influenza cinese e quella russa. Gli Stati Uniti pagano la loro illusione di poter “governare” un mondo globalizzato senza una “dottrina” adeguata ai tempi e senza un nuovo pensiero politico globale. Mancano da anni di “soft power”. E la loro marginalizzazione nelle aree più critiche e strategiche del pianeta lo dimostra.

 

Dentro queste due crisi (dell’Europa non compiutamente decollata e degli Stati Uniti in progressivo declino) si manifesta una crisi ancor più grave: quella della Democrazia Occidentale. Pochi mesi prima di invadere l’Ucraina, Putin disse con chiarezza esemplare: “La Democrazia Liberale è ormai morta e sepolta”. Putin lo sa bene. La nostra è una Democrazia stanca, con un carisma affievolito presso il suo stesso popolo, alle prese con cambiamenti antropologici, economici, sociali e tecnologici rispetto ai quali non ha ancora rielaborato un suo “pensiero”. Non a caso, Putin rafforza il suo legame con tutte le “autocrazie”; intensifica la repressione interna verso ogni forma di dissenso; cerca di condizionare le opinioni pubbliche europee, facendo leva sui suoi “amici” e sul disagio di crescenti ceti popolari; utilizza la benedizione del Patriarca Ortodosso di Mosca – che promette la remissione dei peccati ai russi che si arruolano per la battaglia finale contro l’Occidente – come una sorta di copertura religiosa per la sua strategia aggressiva, dispotica, nazionalista e violenta.

 

La domanda è: quanto siamo disposti a pagare noi – che viviamo oggi nella libertà e nella sicurezza delle Democrazie Occidentali – per difendere i nostri valori, che non sono solo nostri, ma di tutta l’Umanità e per rigenerarli ed innovarli nei nuovi scenari? E quanto siamo consapevoli che la nostra libertà e la nostra sicurezza non sono un bene acquisito una volta per sempre, ma esigono cura, attenzione, educazione, talvolta anche sacrificio, spesso determinazione e robusta capacità di “tenuta”? Siamo capaci – col supporto necessario dei pubblici poteri nazionali ed europei, che gli strumenti li avrebbero, se solo li volessero attuare – di immaginare e condividere un periodo di difficoltà energetica ed economica per non tradire i nostri principi di umanità e democrazia e per non finire dentro un assetto mondiale che ci vedrebbe vassalli di autocrazie illiberali ed imperialiste?

 

La Storia dovrebbe insegnarci qualcosa, al riguardo. Lo scambio tra Democrazia e presunta Sicurezza (anche economica) non ha mai portato nulla di buono.

 

Il Movimento 5 Stelle propone una manifestazione nazionale per la Pace. Ma Conte non è il Papa, che può chiamare a raccolta le comunità attorno ai valori cristiani e umani della Pace, come peraltro ha fatto fin dall’inizio. E non è neppure il capo di una Associazione della società civile. Conte è un rappresentante politico. E ha il dovere di dire – al pari dei suoi colleghi leader di tutti i partiti – come e con quali scelte concrete intende perseguire la Pace. Deve dire se essere per la Pace significa abbandonare l’Ucraina – Paese candidato ad entrare nella UE – al suo destino di Nazione smembrata, violentata e oppressa. Se significa adottare una ipocrita strategia di “neutralità”. Oppure ricercare una sorta di “pace separata” con l’aggressore, in cambio di un po’ di gas o di petrolio. Oppure ancora se condivide la necessità di una forte e unitaria iniziativa europea ed atlantica per fermare Putin e costringerlo ad un vero tavolo di trattativa. In questo caso, deve dire se e come il nostro Paese è tenuto a partecipare (politicamente e militarmente) a questa iniziativa.

 

In assenza di questa chiarezza, personalmente non parteciperò a nessuna manifestazione di questo genere. Anche se il valore della Pace ispira gran parte della mia formazione etica, culturale e politica. Il Papa, per nostra fortuna, fa il Papa: è tutto il contrario del Patriarca Kirill. Bisogna ascoltarlo, perché rappresenta l’unico riferimento morale globale in questo momento di follia. Ma la Politica deve fare la Politica. Difronte a tutto quello che sta accadendo, non può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita. Il resto, tutto il resto, è propaganda effimera. Non è la soluzione, ma è parte del problema.