Un nuovo partito. Ma con le precauzioni di Panebianco e P. Spadaro

Si tratta allora di capire quale possa essere la piattaforma di un “nuovo centro”, democratico e progressista, capace di erodere le basi di consenso del blocco sovranista e populista.

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Si potrebbe fare il punto sulla situazione politica attuale utilizzando gli stralci, anche se lunghi, di due significativi interventi, rispettivamente di Angelo Panebianco (sul Corriere della Sera) e P. Antonio Spadaro (sull’Espresso). Il primo fa riferimento alla crisi del Pd e al vuoto che si è aperto al centro; l’altro, invece, precisa il senso di un nuovo impegno dei cattolici, forse i più adatti a coprire l’area di centro.

“Qualcuno può eccepire – scriveva ieri l’editorialista del Corriere – di fronte all’idea che una formazione neo-centrista sia in grado di incontrare il favore di molti elettori. Ma è nei sistemi maggioritari, dominati dal bipolarismo (sinistra contro destra), che i partiti centristi, distinti sia dalla sinistra che dalla destra, non hanno chance di successo. Non è più il nostro caso. Ora abbiamo di nuovo la proporzionale e ove vige la proporzionale lo spazio per formazioni di centro, almeno in teoria, c’è”.

In parallelo, domenica scorsa, rispondeva così il direttore di Civiltà Cattolica: “In un tempo in cui il bisogno di partecipazione si sta esprimendo in forme e modi nuovi, non è possibile tornare all’”usato garantito” o alle retoriche già sentite. Non basta più neanche un’unica tradizione politica a risolvere i problemi del Paese. Se dal Vangelo non si possono dedurre ricette politico-sociali, è chiaro però che il Vangelo stesso giudica queste ricette. E svela l’”idolatria” di chi lo strumentalizza”.

Sembra, in sostanza, che la ricerca o la costruzione di un nuovo assetto politico, implicante la ripresa d’iniziativa “al centro” e la mobilitazione di “mondi vitali” di matrice cattolica, porti alla identificazione di un vasto campo di manovra, tanto nelle istituzioni democratiche quanto nella società civile. La convergenza, in questo caso, si potrebbe registrare nella esclusione di formule valide nel passato ma oggi non più riproponibili. Panebianco e P. Spadaro, muovendo da presupposti diversi, arrivano tuttavia alla medesima conclusione: l’ipotesi di un partito di ispirazione cristiana, nel solco e nella tradizione di quella che fu la Dc, non è da prendere in considerazione.

Si tratta allora di capire quale possa essere la piattaforma di un “nuovo centro”, democratico e progressista, capace di erodere le basi di consenso del blocco sovranista e populista. E, a maggior ragione, si tratta di spiegare i termini della ripresa di iniziativa dei cattolici democratici e popolari. Il loro apporto, se non si vuole prolungare lo stato di evidente astenia, dovrà pur essere organizzato e promosso in un quadro di visibilità e concretezza, e nondimeno di rispetto del dato necessario di autonomia funzionale a garantire l’efficacia di una rinnovata presenza politica.

Il dibattito assume dunque connotati più precisi, lasciando cadere opportunamente ogni richiamo a una perniciosa e inammissibile sovrapposizione di fede e politica, per altro già esclusa da Sturzo nel suo Appello di cento anni fa. Bisogna lavorare su una traccia che offra ai “liberi e forti” degli anni Duemila la possibilità di cooperare per il bene dell’Italia. I tempi stringono, monta l’urgenza di un segnale di partenza, senza aspettare che un arbitro immaginifico si disponga a dar fiato al suo fischietto. La partita in qualche modo è già cominciata.