Un padre nella tormenta. In un volume di Giorgio Aimetti le lettere di Carlo Donat-Cattin (L’Osservatore Romano)

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Riproponiamo l’articolo apparso ieri sul giornale ufficioso della Santa Sede, con riferimento al volume edito da Rubettini sul leader storico della sinistra sociale della Dc.

 

(Redazione)

 

Due lettere, inviate a suor Teresilla, una suora impegnata nell’assistenza ai detenuti, e al presidente della Repubblica Cossiga, sono un segno del rapporto tra fede e politica di Carlo Donat-Cattin. I documenti sono riportati in diversi capitoli del volume «Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo» di Giorgio Aimetti (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021, pagine 540, euro 29) che sarà presentato il 26 ottobre (è stato presentato ieri, per chi legge – ndr) presso l’Istituto Luigi Sturzo a Roma.

 

Nel volume si ricorda che «nel maggio del 1980 la storia politica di Carlo Donat-Cattin, a quel tempo vicesegretario della Dc e uomo forte del partito, si fermava perché si era scoperto che il quarto dei suoi figli, Marco, faceva parte del gruppo terroristico “Prima linea”. Lo rivelava agli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il pentito Patrizio Peci, esponente tra i maggiori delle Br». «Le accuse — continua la ricostruzione — erano di aver partecipato all’attività criminale del gruppo terroristico. Partecipazione diretta e tutt’altro che secondaria. Con Savasta e Gallinari era stato nel commando che aveva ucciso il giudice Alessandrini, verso la fine del 1979. Anni pieni di piombo».

 

Di quella vicenda l’Archivio Donat-Cattin conserva molte tracce, tra le quali due lettere. La prima è inviata a suor Teresilla, che si dedicava all’assistenza dei carcerati. Era la risposta a una missiva di cui non resta traccia, ma nella quale non devono essere mancati rimproveri da parte della religiosa. La seconda, in basso, fu indirizzata al presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga, dopo la morte del figlio Marco. L’ex brigatista fu travolto da un’auto in un giorno di foschia (il 19 giugno 1988) sull’autostrada nei pressi di Verona. Affidato ai servizi sociali, dopo aver già scontato parte della condanna, si era fermato a soccorrere gli infortunati a bordo delle auto coinvolte in un incidente.

 

 

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Lettera a Suor Teresilla

 

Cara sorella,

 

devo prima di tutto farmi perdonare per il ritardo col quale le rispondo, causato dalla mia vita randagia e dalla minima capacità di lavoro che mi rimane dopo l’infarto. Ma voglio soprattutto ringraziarLa per l’azione che svolge, con passione, per dare aiuto e riportare alla speranza giovani carcerati per terrorismo e in particolare per l’ultimo dei miei figli, Marco. Mi rendo conto di un’opera sacrificata, esposta alla conoscenza degli abissi del male, non soltanto contro la vita, ma anche e continuamente contro la dignità degli uomini in un sistema di reclusione antiquato e tendente a peggiorare anziché recuperare i condannati. Ma la nostra storia di comunità cristiana nasce ai piedi di un patibolo ed ha le sue radici alimentate dal sangue dei martiri, di infinite testimonianze nella carcerazione, nelle torture e nelle esecuzioni capitali finali. Che Dio l’assista e la Madre di ogni misericordia Le sia sempre vicina. La prego non soltanto per Marco, se pure l’egoismo parentale me lo richiama davanti a tutti nell’immaginazione e nel cuore, ma per tutti quelli che Lei riesce ad avvicinare, e per quelli che non sono avvicinati in alcun modo o non lo vogliono.

 

Nella mia vita ho cercato di pensare al prossimo, di operare per il prossimo, quello che il linguaggio cristiano chiama con questo nome, ma, me ne rendo conto, in forme più generali ed astratte: la giustizia per tutti, il miglioramento delle condizioni di vita, la promozione delle classi subalterne (…). Cosa diversa è l’incontro col prossimo, uomo per uomo, quel sofferente, quel carcerato, quel disperato; è in più di un caso peso lasciato ad altri, alla costituzione di corpi specializzati come quelli delle suore, per la ripugnanza o il fastidio istintivo ed edonistico provocato dalla nostra natura chiusa, e ad un tempo che ha eliminato ogni trascendenza e riduce la vita alla soddisfazione personale (…).

 

Questi sono alcuni dei ragionati motivi, cara sorella, per i quali non sono sordo alla sua passione e non mi irrito per la sua conseguente aggressività; e per i quali la mia gratitudine non sarà mai sufficiente.

 

Quando parla dei partiti, se ho bene inteso, lei parla del potere pubblico. Ed allora consideri che — rispetto a quanti hanno avuto coinvolgimento attivo nella lotta terroristica — l’azione dei pubblici poteri, con non pochi contrasti, è stata indirizzata alla clemenza verso chi abbia mostrato di dissociarsi dal suo passato, mentre è diventata pesantissima (…) verso chi non voglia sconfessarsi. Oggi l’attenzione è concentrata sul tema cosiddetto dei “pesci piccoli” per ottenere l’affrancamento. Credo che in un domani non lontanissimo e forse non lontano si giungerà a forme di remissione non dissimili da quelle stabilite già nel 1947 a beneficio dei fascisti di Salò ed anche dei partigiani che compirono reati nel corso della Resistenza, tenendo conto, tra l’altro, che quel periodo abbondò — come ogni guerra civile e politica — di nefandezze efferate.

 

Il compito essenziale del potere politico, alimentato dai partiti, ognuno con la propria concezione della vita, è, nel caso, in questo campo. Devo dire che si è stentato a far passare criteri di clemenza, specie rispetto alla mentalità media di una fascia notevole del mondo cattolico. Mia moglie ed io abbiamo anche sentito il gelo della ripulsa e dell’emarginazione. Molto più accentuate dal mondo comunista, che — per altre ragioni — mi ritiene un nemico e, secondo i suoi sistemi, persona perciò da eliminare, almeno moralmente. Ma, al di là del contatto umano dei singoli, mentre tra i comunisti è prevalsa l’idea di una clemenza utilitaria — quella verso il “pentito” in quanto delatore —, nel nostro mondo, in parte legato alla mentalità inquisitoria, al rogo per la salvezza dell’anima, alla giustezza della pena anticipata degli uomini, alla salutarietà dei tormenti, è stato ed è ancora difficile entrare nell’anima del perdono. Agiscono in contrasto con quest’atteggiamento donne e uomini come Lei, padre Bachelet, padre Riboldi, molti amici di C.L. e, in generale, la mentalità più attenta della maggior parte dei sacerdoti (…).

 

Sul piano dei sentimenti non Le dirò molte parole. Marco sa di avere non soltanto il perdono, ma l’amore di sua madre, dei suoi fratelli e mio. Sappiamo com’è difficile la vita carceraria e ci siamo resi conto, perciò, anche di alcuni errori successivi. (…)

 

E mentre compio ogni tanto l’esame delle mie responsabilità per le vicende di Marco, prego il Signore perché gli sia vicino anche attraverso la presenza Sua, suor Teresilla, e degli altri che, nel nome di Gesù di Nazareth, sentono con più forza l’amore. Con un cordiale saluto, Carlo Donat-Cattin.

 

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Lettera a Cossiga

 

Caro Cossiga,

 

mi vorrai perdonare del ritardo col quale, anche a nome di mia moglie, ti ringrazio del biglietto che hai voluto con tanta premura e tanto affetto farmi giungere a Torino subito dopo la morte di Marco. Sono rimasto in condizioni di non saper far nulla altro che le cose meccanicamente conseguenti. La fede è faticosa per la mia logorata umanità; eppure “tutto è grazia”. La prova più problematica è quella di mia moglie: un figlio, giovane, ma il figlio che vivo lacera il cuore, viene ripreso giorno per giorno, per anni di carcere (tutti quelli stabiliti, senza privilegi e neppure consentite condizionali), recuperato da un amore senza confini. Ti ringrazia, in particolare, per il pensiero che le hai dedicato. Cerchiamo di pregare. Ti abbraccio.