UN PD DA RIFONDARE? LA POLITICA ESCA DAL GUSCIO DELLE FORMULE E FACCIA I CONTI CON LA REALTÀ. 

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L’Italia si mostra sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica.  Isogna cambiare paradigma. Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso, formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”.

 

Paolo Frascatore

 

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dal quel 20 marzo 2021, quando su queste colonne usciva l’articolo dal titolo “Un Pd a trazione posteriore”. Certo è che non eravamo (e non siamo) né profeti, né astrologi e tanto meno chiromanti, ma probabilmente solo un poco intuitivi e riflessivi rispetto ad azioni ed idee riferite a personaggi dell’attuale panorama politico nazionale e regionale. A quel periodo sopra richiamato risalgono alcuni fatti determinanti del Partito Democratico: Zingaretti sbatte la porta e lascia la segreteria; subito i maggiorenti del partito, in evidente difficoltà, si precipitano a richiamare Enrico Letta da Parigi per offrirgli su un piatto d’argento la segreteria nazionale.

 

Il neo-segretario, nominato e non eletto dal congresso (ma ormai questa sorta di prassi sta diventando regola, anche all’interno delle istituzioni repubblicane, in primis a livello parlamentare), ritorna di buon grado in Italia per assumere le funzioni di segretario nazionale del Pd e poi ricominciare la sua carriera parlamentare. La sua è una gestione grigia, che non sa se spostare il Partito democratico a sinistra o al centro e, nel dubbio, arranca, non convince neanche i propri elettori. Il Pd sembra essere solo un “partito di potere”, cioè di mera gestione del potere.

 

Le elezioni politiche del 25 settembre ne sono la prova lampante, inconfutabile: sotto accusa è un partito nato dall’idea veltroniana (sbagliata) di favorire il bipolarismo e il leaderismo, attraverso prima di tutto una legge elettorale maggioritaria e senza preferenze, per far decidere alle oligarchie dei partiti, o meglio al capo di turno, chi deve sedere in Parlamento. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi mastica un poco di politica. Ossia una sorta di liquidazione sia del centro che della sinistra, entrambi storicamente in Italia punto di riferimento dei ceti medi e di quelli meno abbienti, che costituiscono la maggioranza degli elettori.

 

Se si parte dal dato che quasi il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto hanno preferito disertare le urne, allora la prima analisi corretta da fare è che in questa circostanza non ha vinto la destra, ma quella metà del popolo italiano che è ormai stanca e stufa di questi partiti, di questi politici e, soprattutto, dell’evanescenza dei programmi. Qual è stato durante tutta la campagna elettorale la proposta del Partito democratico e di Letta in particolare? Il monito di non consegnare il Governo del Paese alla destra. Invece quest’ultima con tutti i problemi che oggi affliggono la maggioranza delle famiglie italiane ha saputo. come si suole dire, parlare alla pancia di chi deve scontrarsi giorno per giorno con tributi, cartelle e bollette da pagare a fronte di remunerazioni che ormai sono ferme da vent’anni.

 

Non è questo un discorso ed un ragionamento che vuole esaltare il populismo; piuttosto si tratta di guardare negli occhi la realtà sociale attuale, il dato cioè di questa Italia sempre più povera e sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica. Un politico ed un credente d’altri tempi, ma comunque straordinariamente attuale, Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”. Tradotto nella realtà sociale attuale: come può votare per il Partito democratico un cittadino medio che, tra problemi economici quotidiani, si sente continuamente rimbombare in testa lo slogan “attenzione, non consegniamo il Paese alla destra”?