Un terzo polo, ripartendo dal popolo

Ci serve uno slancio vitale

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La politica autoreferenziale è quella che si esprime e si alimenta nel vorace consumo delle parole.

Quando ciò accade si verificano alcune derive critiche che la allontanano dal perseguimento del bene comune e dal rapporto con la gente.

Chi immaginava che la crisi della cosiddetta “Prima Repubblica” e il processo di transizione ad una “fase nuova” attraverso il “bipolarismo” realizzasse compiutamente un progetto politico chiaro, definito, comprensibile, condivisibile, concreto non può che constatare il fallimento di questa speranza.

Bipolarismo è stato soprattutto radicalizzazione, scontro, demonizzazione dell’avversario, appropriazione esclusiva del potere, creazione di nuove oligarchie, dogmatismo cieco e acritico, svuotato dai valori della concertazione, della moderazione e del dialogo, atteggiamento pervasivo di possesso, concezione manichea del bene e del male: o di qua o di là.  Tertium non datur.

Ma i processi di modernizzazione e di differenziato sviluppo di un Paese, le emergenze economico-sociali, la gestione della cosa pubblica non possono essere ascritti ad una visione monotematica, ad una concezione alternativa ed esclusiva della progettualità: oggi è necessario condividere e confrontarsi sui valori e sulle idee, verificarne la fattibilità in un contesto dialogico aperto, modulare e contemperare le esigenze di tutti secondo gli interessi della collettività, saper gestire il consenso popolare senza creare discriminazioni, corporativismi, settorializzazioni, contrapposizioni tra la parti organiche della società civile.

L’interscambiabilità delle alleanze degli ultimi due governi hanno reso l’ambizione pentastellata di porsi come elemento nuovo e diverso della politica italiana una mera simulazione del postulato cambiamento.

Partendo da  una posizione di estraneità alla logica delle alleanze e al metodo della mediazione, il partito di Grillo ha finito per diventare un esempio da manuale di situazionismo legato alla gestione del potere, partecipando alla logica spartitoria, allo scacchiere delle nomine, all’utilizzo dell’welfare come strumento di potere, al mutamento degli orientamenti in tema di geopolitica e di geeoeconomia. La scatola di tonno è stata aperta ma il contenuto è stato abilmente riciclato secondo nuovi pesi e contrappesi: come diceva Amintore Fanfani bisogna distinguere la qualità del cibo.

Occorre fare attenzione ad evitare impropri paragoni storici con il passato.

Anche se il pensiero debole dell’attuale PD consegna di fatto ai grillini uno smodato potere di condizionamento, restando la sinistra fatalmente imprigionata tra ambizioni di governo e cicliche frammentazioni e scissioni.

I cinque stelle non possono esprimere il nuovo baricentro di alleanze intercambiabili: sono troppo condizionati dai conflitti interni che portano a posizioni centrifughe e il policentrismo rivendicato come ago della bilancia del cambiamento va da un estremo all’altro, nulla ha a che fare con le correnti di centro del tempo andato. 

Un terzo polo mediano ha ispirazioni storiche, cultura fondativa, parvenze e prospettive diverse.

Non è necessario come punto di equilibrio tra posizioni contrapposte, non è un luogo geografico, un’invenzione geometrica, un ritorno alla democrazia bloccata, un macchinoso escamotage per privilegiare le alleanze sui programmi e sui contenuti della politica.

Recentemente ho letto erudite esegesi epistemologiche sul concetto di centro come nuovo polo.

Essere terzo polo significa saper dare risposte nuove e convincenti ai bisogni della gente, pensare ad un modello sociale non necessariamente conflittuale, privilegiare il concetto di “bene comune” sugli interessi di parte, realizzare una politica fortemente centrata sul ruolo alto, neutro e terzo delle istituzioni, dar spazio ad una prospettiva di organizzazione sociale che privilegi la compresenza e la solidarietà piuttosto che la competizione e l’appartenenza secondo meri princìpi d’interesse.

Occorre pensare a un terzo polo di centro con l’ambizione di presentarsi con le carte in regola: puntando sul rinnovamento della classe dirigente, sul sostegno alle famiglie e ai giovani, su un’economia di mercato che non sia vittima della finanziarizzazione, sulla tutela dell’ambiente e del territorio, sulla difesa dei valori che caratterizzano la nostra storia e che sono espressi dalla Costituzione Repubblicana.

Una visione moderna, efficiente, efficace della politica, lontana dal casting mediatico e dai siparietti personali cui la politica degli ultimi due decenni ci hanno abituati.

Si sente in giro una gran voglia di ricominciare, se ‘siamo quello che siamo stati’ non ci resta altra speranza che si possa davvero cambiare, essere concretamente migliori.

Non c’è altra direzione di marcia –‘indietro non si torna’- per questo ci tocca di dare la mano al futuro ed attrezzarci per affrontare il cammino, rimboccarci le maniche per costruire, come ebbe a dire Voltaire,  ‘il migliore dei mondi possibili’.

Nel grande volano della globalizzazione nulla ci è estraneo e tutto ci riguarda: il nichilismo non governa mai il cambiamento, essere disfattisti non paga e non risolve, per questo il sogno diventa un dovere più che un auspicio, un’opportunità invece che un inconcludente passatempo.

Diceva quel tale: ‘l’analisi conosce, la sintesi crea’ e allora ‘basta spiegare!’, ‘basta capire!’, è ora il tempo di immaginare, se programmare oggi ha un respiro breve e molte ricette sono già sepolte nel cestino, nulla ci impedisce però di sognare qualcosa di nuovo e importante.

Da dove ripartire? Guardiamoci  intorno e azzardiamo tre impegni: gli spunti ci sono, vicini e lontani. 

Al primo posto – senza generalizzare – si può mettere il destino del mondo, l’emergenza ambientale.

Ci sono dati che fanno rabbrividire: deforestazione galoppante, tonnellate di polveri sottili, alterazioni genetiche, inquinamento come deriva inarrestabile, compromissione irreversibile della salute generale, esaurimento delle fonti energetiche, cementificazione selvaggia.

Un crescendo distruttivo e tossico che sta distruggendo il pianeta. E’ stato calcolato che rapportando la presenza della vita sulla terra alle 24 ore di un giorno, lo spazio temporale occupato dall’avvento dell’uomo corrisponderebbe agli ultimi due minuti prima della mezzanotte. E in queste poche migliaia di anni di ‘umanità’ gli ultimi cinquant’anni sono più brevi di un nanosecondo: eppure la maggior parte dello sfacelo provocato dall’uomo è concentrato in questo soffio finale.

La tutela ambientale è la precondizione contestuale alla sussistenza della vita stessa: urge, è assolutamente indilazionabile, che ogni comportamento umano, dall’azione del singolo alle scelte collettive, sia ispirato alla conservazione e alla valorizzazione della natura, alla stabilizzazione dell’ecosistema. Finora è stato il contrario: l’ambiente è quasi un ostacolo, un nemico che rallenta un progresso che si rivela poi effimero e breve, ogni metro di verde uno spazio da conquistare. 

La scienza è al servizio della vita, l’una per l’altra: possiamo dire che è sempre così?

I chiaroscuri della pandemia Covid -19, che attendono di essere spiegati al mondo, possono evidenziare errori di laboratorio o uso improprio della ricerca scientifica da un lato e l’immane sforzo che i sistemi sanitari stanno affrontando per arginare il morbo e preparare un vaccino che lo sconfigga.

Ma sullo sfondo restano una presenza border line dell’uomo sulla terra, a discapito della natura, lo sforamento della sostenibilità umanità-ambiente, gli scompensi demografici incontrollabili, il rischio dell’estinzione della biodiversità.

Vanno rimodulati i rapporti tra studi e ricerca della scienza e flessibilità discrezionale o strumentale della politica.

C’è poi l’urgenza di accogliere tutte le sfide educative del nostro tempo e non si tratta solo di un fatto generazionale o istituzionalizzato, per esser chiari non è solo un problema di scuola.

Inutile investire sulla formazione, educare alle buone maniere se l’eloquenza dei comportamenti umani è poi di segno nettamente contrapposto.

C’è bisogno impellente di una ‘buona educazione’, in un mondo dove le relazioni sociali si sono incancrenite nell’invidia, nella cattiveria, nel sospetto e nel rancore.

Dopo la lunga stagione dei diritti è adesso l’ora di riparlare di doveri, qualcuno deve avere il coraggio di farlo.

Un’umanità svuotata di sensibilità e rispetto, di tolleranza e senso del dovere è un’umanità abbruttita che brancola sulla soglia del baratro dove tutto è possibile, ogni violenza può prendere forma, anche per mano o per bocca di chi parla in nome della ‘verità’ .

C’è molto passato che non deve più tornare, dobbiamo educarci reciprocamente al buono e al bello.

Mitezza, benevolenza, temperanza, rispetto sono ingredienti emotivi di una più estesa educazione sentimentale che urge a tutti: quella che accanto all’alfabeto dei saperi potrebbe dar voce all’alfabeto del cuore.

Ciò che dobbiamo insegnare ai nostri figli ancor prima lo dobbiamo praticare noi stessi.

E’ decisivo che del problema formativo si faccia carico la società: non come di un fardello inutile e dispendioso ma come del miglior investimento collettivo possibile per conservare la civiltà come valore condiviso.

C’è poi una terza domanda che non può essere elusa mentre  ristagna da sempre, sopita, nelle coscienze: quella che riguarda il perdurare delle disuguaglianze sociali che generano discriminazioni e rinnovano povertà materiali e spirituali.

Un recente studio della FAO ha calcolato che un miliardo di persone vivono nella fame.

Contemporaneamente una società opulenta e senza vergogna spreca risorse e beni materiali, elude il solo pensiero di rinunciare a qualcosa per consentire la sopravvivenza di altri esseri umani.

Il debito dei paesi poveri pesa come un macigno sulle coscienze: non basta respingere barconi e migranti, la miseria e la disperazione busseranno con sempre maggior forza alla porta della nostra anima e delle nostre case.

Serve una civiltà ispirata all’equità sociale e alla sobrietà nei consumi, dopo proclami e statuti, protocolli e trattati urge metter mano concretamente al problema del welfare.

A partire da qui, fino ai confini del mondo.

Convivere con questi drammi planetari, senza far nulla di concreto, ci rende tutti colpevolmente complici. Senza dimenticare che accoglienza e rispetto delle regole devono coesistere.

I popoli soggiogati alla schiavitù della miseria non hanno la forza della ribellione, ma l’ignavia della nostra indifferenza la trasformerebbe in una condanna senza appello.

Senza contare che anche intorno a noi si sedimentano sacche di emarginazione, solitudine e povertà.

Il tema del lavoro fa affrontato con concretezza e lungimiranza: la ricchezza generata dalla finanza è a vantaggio di pochi quella prodotta dal lavoro crea uguaglianza di opportunità.

Sta scritto all’articolo 1 della nostra Costituzione.

Scuola e lavoro sono stati i due contesti tematici più trascurati nei programmi della politica di questo inizio secolo.

Eppure sono le basi sulle quali una società moderna e civile si fonda, i fondamenti per un progetto politico nuovo che costruisca un modello sociale stabile.

Tre contesti: ambiente, educazione, giustizia sociale e lavoro. 

Tre risposte: sobrietà, tolleranza e solidarietà.

Tre motivi per i quali vale la pena di darsi da fare per il bene comune, oltre gli interessi di parte e la progettualità asfittica e inconcludente di una società che sembra priva di orientamenti fondativi e di gerarchie valoriali.

Sono occasioni di un rinnovato impegno che possono sostanziare di contenuti condivisibili la stessa politica, fino a renderla finalmente concreta, utile e lungimirante se il metodo è quello del dialogo pacato e costruttivo e il fine è la persona, al centro di ogni progetto.

Il gap tra paese legale e paese reale si è allargato, è cresciuta la sfiducia della gente nella politica, occorre un radicale ricambio della classe dirigente e un modo nuovo di pensare la politica e il sociale.

E’ venuto il momento di uscire dal limbo delle incertezze, si fa pressante l’urgenza delle scelte, la scala delle priorità.

Ci serve uno slancio vitale nuovo e necessario per far tesoro della storia ed affrontare a viso aperto, con speranza e coraggio, le inevitabili sfide che un futuro per molti aspetti ancora ignoto e imprevedibile ci sta preparando, che lo si voglia o no.

Per uscire dalla crisi non basta “volerlo” e neanche “progettarlo”: bisogna concretamente impregnare la quotidianità di azioni esemplari e consapevoli, fino a dare un ‘buon senso’ alla nostra vita.