UN VISIONARIO AL SERVIZIO DELLA «MIGLIORE POLITICA». MONS. GALANTINO RICORDA STURZO A 70 ANNI DALLA SUA NOMINA A SENATORE A VITA.

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Pubblichiamo stralci dalla relazione «Don Luigi Sturzo: la passione di uomo e la fede di credente al servizio della “migliore politica”» che il vescovo presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa) ha tenuto a Palazzo Giustiniani il 15 novembre in occasione dei 70 anni dalla nomina a senatore a vita del fondatore del Partito popolare.

 

Per definire l’azione e le scelte di don Sturzo nel suo tempo, prendo a prestito le parole con le quali Papa Francesco definisce l’uomo politico nella Enciclica Fratelli tutti (nn. 149-150). Per il Papa l’uomo politico è un «realizzatore» e un «costruttore di grandi obiettivi»; una «persona dotata di uno sguardo ampio, realistico e pragmatico, anche al di là del proprio Paese».

Un Papa molto caro a don Sturzo, Pio XI (1922-1939), definì la politica come una delle forme più alte di carità. Espressione ripresa dai Papi successivi.

Per quel che mi riguarda, se dovessi definire i quattro lati della cornice all’interno della quale collocare l’azione e la storia personale del prete calatino — ampliando quanto papa Francesco dice dell’uomo politico in genere — non esiterei a indicarli con queste quattro espressioni sintetiche: Uomo di carità, Realizzatore del bene comune, Costruttore di grandi obiettivi e Visionario. Vedo riconducibili a queste caratteristiche la vita, l’azione e il pensiero di don Sturzo. Ma ritengo anche che di uomini e donne che sappiano incarnare queste caratteristiche ha bisogno il nostro tempo. Un tempo che, come quello di don Sturzo, è fortemente segnato da conflitti di vario genere, dall’aumento di povertà vecchie e nuove e da una evidente e tragica crisi del pensiero politico.

Come ha risposto don Sturzo a una emergenza che era, come la nostra, di natura sociale, politica e culturale? Ha risposto con un’arma che gli derivava dall’essere non uno stratega politico, ma un uomo di fede e un prete che aveva preso sul serio il Vangelo.
Fondando la sua azione sul Vangelo, si era reso protagonista di una vera e propria «crociata di amore», come egli stesso scrisse. L’espressione «crociata di amore», per Sturzo, non aveva niente di romantico né tantomeno di bigotto. Esprimeva piuttosto una sua profonda convinzione e la sostanza della sua missione: la cosa pubblica ha bisogno di un atto di amore per il bene delle persone. Soprattutto di quelle che non ce la fanno. Non ci si può impegnare in politica se manca la spinta che viene dall’amore e dalla passione che tendono a trasformare in meglio le situazioni.

L’espressione «crociata di amore» riassume tutto ciò che noi oggi possiamo chiamare impegno perché la carità — non il comodo assistenzialismo — entri nella vita pubblica, diventando la stella polare della vita sociale, economica e amministrativa.

Lungi quindi dal pensiero e dall’azione di don Sturzo l’adozione di politiche assistenzialistiche. Queste illudono non risolvono. Si tratta invece di battersi strenuamente per difendere la dignità della «povera gente», come amava dire Sturzo, scendendo in campo, trovandosi a fare anche quello che non si era mai pensato di fare. Per esempio fare il Sindaco, pur rimanendo prete e solo dopo aver chiesto la dispensa ai suoi superiori.

Come prete e come uomo politico, don Sturzo si sente in fondo chiamato a ricucire la frattura che si era creata nella società tra etica e politica, con l’abbandono del Vangelo o comunque con l’aver rinchiuso il Vangelo nelle sagrestie.

Proprio perché animato da questo spirito, forte dovette sentire la spinta che veniva dall’invito di Leone XIII che, contro la modernizzazione e la laicizzazione delle comunità, invitava a uscire dalle sagrestie, a mostrarsi attenti alla questione operaia, allo sfruttamento agricolo, alle esperienze della «povera gente». Basta ricordare che, in quel periodo, il 95 per cento della popolazione maschile aveva in mano la vanga e l’aratro del contadino o le armi del soldato al servizio esclusivo dei potenti, ossia dei pochi “padroni” della politica e dell’economia. Leone XIII volle far capire ai «Ministri del Santuario», come lui definiva i sacerdoti, quale grande forza avesse il Vangelo per risolvere il problema della «questione operaia», come si chiamava allora. Era il momento in cui Marx proclamava di aver trovato la sua giusta soluzione con l’abolizione della proprietà privata. L’unico proprietario doveva essere lo Stato.
Ma questa soluzione fu giudicata dalla Rerum novarum di Leone XIII come una medicina del tutto inadatta al male che voleva curare. La vera soluzione stava invece nella stretta alleanza tra il capitale e il lavoro, cioè nella fine del dannoso conflitto tra i pochi “padroni” della politica e dell’economia, e i tanti lavoratori senza diritti, per giungere nel tempo a una società “non di tutti proletari, ma di tutti proprietari”, come Leone XIII la definì con un efficace slogan.

Viene spontaneo pensare all’invito che Papa Francesco va rivolgendo, sin dagli inizi del suo ministero petrino, a essere «Chiesa in uscita». In uscita, non solo dalle sagrestie materiali. Ma, «in uscita» da altre forme, non meno pericolose di sagrestie metaforiche. Essere «Chiesa in uscita» o uscire dalle sagrestie, come diceva Leone XIII , vuol dire abbandonare coraggiosamente i luoghi comuni, la retorica e il politicamente corretto. Sono le forme di uscita più faticose. Soprattutto per la Chiesa e per la sua storia millenaria. Fatta di splendide realizzazioni, animata da uomini e donne straordinari, ma continuamente esposta anche a forme di compromesso più o meno striscianti.

Di fronte all’entusiasmo — al limite dell’intraprendenza — di don Sturzo e di numerosi sacerdoti e laici di quel periodo, continuo a chiedermi: come mai l’invito di Papa Francesco non trova altrettante risposte convinte ed entusiaste, al limite della sana provocazione, anche oggi?

Questa domanda, che è anche una constatazione, l’ho ritrovata, con parole diverse su un settimanale solo qualche giorno fa [Antonio Polito, Ripensare il Cristianesimo e la sua forza ai funerali di un 18enne, in «7/Corriere della sera» 11.11.2022]. L’ha posta un noto giornalista, a detta sua, non credente. Ascoltando l’omelia al funerale di un ragazzo falciato da una macchina mentre camminava sul marciapiede, il giornalista osserva: «Che guaio che il messaggio cristiano si sia così indebolito nella nostra Italia. Che forza ci darebbe per affrontare un tempo sempre più tumultuoso e inquieto». E dopo aver constato amaramente che spesso si è costretti a sentire preti che non vanno più in là dell’«appiccicare burocraticamente due parole di circostanza», lo stesso si chiede: «Perché la Chiesa non riesce più a fare oggi, in condizioni di monopolio religioso, ciò che le riuscì splendidamente duemila anni fa, quando era sparuta minoranza in un mondo anche più pagano del nostro?».

Una risposta ce l’avrei. E la ricavo da alcuni tratti della vita di don Sturzo. Alcuni evidenti, altri ritenuti ingiustamente secondari. Un elemento attraversa l’intero arco della vita di don Sturzo, ed è senza dubbio il suo non aver mai barattato l’impegno politico e le numerose creazioni sociali che lo hanno caratterizzato con il suo essere uomo di fede e prete. Volle che sulla sua tomba, tra la data della sua nascita e quella della sua morte, fosse inserita la data della sua ordinazione sacerdotale, il 1894. È stato lui stesso quindi a volere esplicitamente che il suo esser prete fosse la cifra per leggere tutta la sua vita di uomo, di credente e di politico.

(…) Mi sono chiesto tante volte se l’insistenza sullo stretto legame, in don Sturzo, tra vocazione sacerdotale e impegno al servizio della civitas non impoverisse la sua statura politica, e se, per certi versi, non ne limitasse la esemplarità, soprattutto in quanti — e sono tanti, per fortuna — fanno politica, come laici. La mia risposta è no. L’essere prete di don Sturzo è una modalità nella quale ha trovato realizzazione quello che ogni uomo o donna di buona volontà è chiamato a coltivare: il sentirsi strumento nelle mani di Dio (per chi ci crede) per la realizzazione di un progetto. Il progetto cioè di prendersi cura di tutto ciò che rischia di andare in rovina e di tutti quelli che fanno fatica a vivere con dignità. Da qui nasce l’impegno della carità pubblica, della solidarietà, dello spendersi per il bene comune, della politica come forma alta di carità. E questo lo si può fare indipendentemente dalla modalità di vita che si è scelta. Sturzo l’ha fatto come prete; ma tanti lo hanno fatto vivendo altri stati di vita.

(…) Certo, a fronte della pigrizia mentale e a fronte di un cristianesimo di facciata, ai tempi di Sturzo come ai nostri tempi, l’apostolato visionario del prete di Caltagirone, radicato fortemente nel Vangelo, diventava uno strumento dirompente. Indispensabile per abbattere i muri della discriminazione. Qualsiasi forma essa avesse.

Torno allora alla domanda posta prima e che in tanti si pongono: come mai la passione con la quale don Sturzo ed altri hanno risposto al forte invito di Leone XIII non trova oggi altrettante risposte entusiaste? O almeno così sembra!

Un tentativo di risposta forse sta nel fatto che allora, come oggi, a certi inviti risponde chi prima della vocazione sociale e della chiamata al servizio politico avverte una passione che, per don Sturzo, era passione per il Vangelo. Insomma, fare buona politica per Sturzo significava sentirsi spinto dal Vangelo a trovare risposte alle esigenze concrete della «povera gente». (…)

Fonte: L’Osservatore Romano – 16 novembre 2022.
[Il titolo nella versione originale è “Don Sturzo al servizio della «migliore politica». Protagonista di una crociata d’amore”.].

Qui la video-registrazione dell’incontro al Senato [RadioRadicale]