Una voce profetica forse. La Chiesa di Francesco a una svolta.

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E chi sa se la voce profetica – dice lautore in conclusione – non sia quella appena avvertibile del Papa emerito che davanti al dramma degli abusi ha evocato un eccesso di mondanità” e, quindi, una crisi di fede.

 

La maggioranza degli italiani, gente umile, intellettuali, impiegati, operai e contadini tutti dicono di sostenere questo Papa che vuole svecchiare la Chiesa, fare pulizia, cambiare comunque. Bene. Ma la maggioranza degli italiani ha progressivamente lasciato la pratica religiosa, tant’è che la chiese sono ordinariamente vuote (quando non chiuse) e non si riempiono più neppure nelle feste di precetto (una espressione che non credo venga più capita). Insomma tra le due realtà c’è un contrasto stridente, dal quale risulterebbe, infatti, che il Papa non centri niente o poco con la vita di fede dei credenti. La vecchia Europa, si dice ormai, non è più cristiana. Lo è stata, ma adesso non più. Insomma c’è una diffusa non credenza che però mette adesso più di prima il Papa sopra i propri scudi.

Ma ci si potrebbe domandare: è un sentimento profondo, oppure è londa irriflessa di una tendenza culturale? Una moda di una stagione nella quale le diverse ragioni in campo si tengono una accanto allaltra senza più avvertire le esigenze della coerenza, ma si impongono ciascuna in modo apodittico senza più curarsi di quelle relazioni di causa ed effetto che fino a poco fa si ritenevano logicamente necessarie?

E in generale si potrebbe dire che questa diffusa ammirazione per il Papa argentino sia per sé stessa sufficiente ad acquietare le coscienze e a liberarle da ogni altro obbligo non solo di coerenza religiosa, ma anche di razionalità. Effetto della nuova comunicazione globale? Probabilmente sì. Il che complica terribilmente le cose perché ci troviamo davanti ad un fenomeno nuovo di diffrazione che illusoriamente sposta la visuale della sorgente dellautorità dal soggetto che la detiene al mezzo che la trasmette e diffonde trasformandola in opinione. Con una certa furbizia(una virtù che il Papa parlando con i giornalisti ha riconosciuto come sua caratteristica), Francesco ha detto più volte che a lui interessa avviare i processi senza prefigurare per quelli una soluzione precostituita (anche se nel doppio Sinodo sulla famiglia non fu proprio così), atteggiamento che gli consente sia un apparente distacco dalle cose, sia di rilanciarle quando per i fini che egli persegue, ne ravvisa lopportunità.

Insomma i credenti e quanti hanno qualche interesse per la fede e per la vita della Chiesa, vivono (e forse ne sono soggiogati) questa diffrazione alla quale consegue inevitabilmente un continuo spostamento dei piani che tende a nascondere quale sia effettivamente la fonte dellautorità: quella del Papa, ovvero quella dei tempi e delle mode che diversamente li attraversano. Tutto questo nel grande cerchio delle tante questioni che, appunto, rientrano nellordinarietà. Ma quando si esce da questo cerchio, tutto cambia e alle differenti opinioni che siamo abituati a registrare attorno alla Chiesa, subentra qualcosa di inedito ed imprevisto che apre il campo allo sgomento. Ormai ha scritto bene su Face Book Patrizia Nardini linverosimile ci travolge.

Ed è quanto è avvenuto questa settimana con due fatti: il Rapporto sugli abusi commessi dal clero e dai religiosi in Francia dal 1950 al 2020 e il processo in corso in Vaticano a carico di Angelo Becciu e altri nove. Due fatti diversissimi tra loro che però hanno entrambi una fortissima carica di deflagrazione nellopinione pubblica mostrando tutti e due accuse e colpe gravissime imputate a carico di ecclesiastici. Il Papa e il Presidente dei vescovi francesi (recentemente in visita ad liminaa Roma), monsignor Eric de Moulins-Beaufort, hanno parlato di vergogna. Ma basta? Non la parola che è durissima e senza appello, ma si avverte il bisogno di qualcosa daltro, una parola profetica forse che, pur in tanto abominio, si potrà pur dire.

Il silenzio giustamente è figura indicibile del rispetto per le vittime; ma è anche limmagine dellabisso dal quale chi vi cade non può risalire, e non può essere questo il messaggio della Chiesa. Forse a parole ci eravamo illusi che la sua santità e la sua buona fama quasi ci esimessero dal percepirci nella condizione di peccatori. Tutti e bisogna riconoscere che il Papa spessissimo lo dice di sé – la salvezza e il futuro della nostra fede (con buona pace di Giuliano Ferrara che non dà credito allinchiesta francese) ci obbligano a ripartire dal fango che le slavine della storia hanno trascinato sugli arredi delle nostre malriposte certezze. E vale qui il richiamo al famosissimo salmo De profùndis clamàvi ad te, Dòmine che si conclude con la promessa che Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe. E, per analogia, anche tutti noi.

Da zero sì, ma ripartire. Anche dalla fredda aula che ospita il tribunale dove un cardinale accusato e già umiliato con la spoliazione delle sue prerogative, oltre a sé stesso difende qualcosa di più grande alla quale tutti noi semplici fedeli vogliamo ancora credere: la dignità altissima di chi è vestito di porpora. Io vedo la sua come una grande battaglia che, se non intervengono novità o ripensamenti, inevitabilmente scuoterà lintero sistema di un potere che pur essendo soprattutto spirituale, conserva molte (o troppe?) incrostazioni temporali che lo hanno appannato e che da quelle deve essere liberato. E chi sa se questo processo (il cui peccato originale scrive Il Foglio – è quello di essere ex-post, cioè celebrato dopo la condanna preventivada parte del Papa al principale imputato. Cosa che il tribunale che amministra la giustizia in nome di Sua Santità’ non potrà smentire) pur cominciato molto male, non finirà per fare ripartire con la grazia che le appartiene, la missione della Chiesa nel mondo? In gioco, infatti, non ci sono i soldi, troppi per un palazzo e per i compensi dellintermediazione, ma lintangibilità di un sistema di cura spirituale e forse meglio di una speranza che nonostante le brutte immagini di una diffusa non credenza certamente anima ancora il profondo del cuore dellumanità.

Il Sinodo che il Papa aprirà domenica è troppo a ridosso di questi eventi che più di documenti da discutere e approvare, mi pare abbiano bisogno di un coinvolgimento personale di conversione. Direi di un atto di fede recuperato dal fondo della coscienza di ciascun membro della Chiesa. E chi sa se la voce profetica non sia quella appena avvertibile del Papa emerito che davanti al dramma degli abusi ha evocato un eccesso di mondanità” e, quindi, una crisi di fede?