Francesco Clementi: Un’anatra non così zoppa

Le elezioni di midterm rappresentano, anzitutto dal punto di vista politico, un “referendum” generale sull’attività del presidente,

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Articolo già apparso sulla rivista “Federalismi” a firma di Francesco Clementi Professore associato di Diritto pubblico comparato Università degli Studi di Perugia

1. Le elezioni di midterm della Camera dei Rappresentanti come competizione politica nazionale che si riverbera su tutto il ciclo elettorale.

Il senso profondo delle elezioni di midterm, nell’assetto politico-istituzionale statunitense, lo aveva già colto centotrenta anni fa quella figura poliedrica che è stata James Bryce, Regius professor di diritto civile ad Oxford, poi politico nonché futuro ambasciatore britannico negli Stati Uniti, in quella seminale opera del 1888 che è The American Commonwealth, laddove sottolineava che le elezioni di midterm offrono all’elettorato americano l’opportunità di giudicare, innanzitutto, l’azione del governo del presidente; permettendo, sostanzialmente, «al popolo entro due anni di esprimere la sua approvazione o disapprovazione riguardo alla condotta [del Presidente], inviando un’altra Camera dei Rappresentanti che può sostenere o opporsi alla politica che In questo senso, le elezioni per il rinnovo completo dei 435 membri della Camera dei Rappresentanti sono come una “seconda elezione” nazionale, essendo questa competizione – oltre a quella presidenziale – l’unico momento elettorale politicamente articolato, pur su collegi piccoli, su tutto il territorio nazionale; un momento elettorale capace di coinvolgere contestualmente e simultaneamente, nello stesso giorno, l’intera platea degli elettori (quella per il Senato, infatti, è sempre una competizione parziale, perché 

rinnova ogni due anni solo di un terzo dei componenti, coinvolgendo solo il perimetro elettorale di ciascuno Stato, di volta in volta chiamato in causa).

Inevitabilmente, dunque, le elezioni di midterm rappresentano, anzitutto dal punto di vista politico, un

“referendum” generale sull’attività del presidente, eletto appena due anni prima; al punto tale che alcuni autori arrivano addirittura a sostenere che si tratti di una sorta di implicito voto di fiducia, sulla falsariga di quelli propri delle forme di governo parlamentari.

Sia come sia, con il rinnovo della Camera dei rappresentanti, la logica politica di tipo nazionale, di controllo dell’attività e dell’operato presidenziale da parte del popolo, domina tutto l’election day di medio termine.

Essa infatti permea, in modo profondo e trasversale, anche le altre elezioni – parziali per natura e perimetro politico – che qualificano il midterm, ossia, tanto il rinnovo, come detto, di un terzo (35) dei cento membri del Senato, quanto quello, in questo caso, di trentasei governatori statali su cinquanta (oltre che, naturalmente, quello dei singoli membri dei parlamenti statali). E ciò avviene – si badi bene – nonostante le profonde asimmetrie e differenze che vi sono tra le cariche istituzionali in palio, tra gli assetti dei partiti politici nazionali a livello statale e locale, nonché, ultimo ma non ultimo, tra i profili dei singoli candidati.

Dunque, dentro una flessibilità ed un’elasticità strutturale – invidiabile per altre esperienze del mondo – nel mantenersi in contatto con i mutamenti della dinamica della realtà sociale, le elezioni di midterm, in un profondo, largo ed unico election day, per la loro natura di competizione nazionale alla quale partecipano, in modo coerente ed omogeneo, tutti i cittadini americani, collegio per collegio, contea per contea, sono l’emblema di un sistema politico-istituzionale che ricerca, al fondo, comunque uno spirito ed una logica politica unitaria; capace di riassumere, pur nei diversi ed articolati voti che ciascun elettore 

è chiamato ad esprimere nell’urna, il senso di un votare tendenzialmente espressivo di un indirizzo politico unitario, basato sostanzialmente sulla verifica del voto espresso due anni prima nell’elezione presidenziale.

  1. I risultati elettorali, tra continuità e cambiamento.

I risultati delle elezioni del 6 novembre 2018, che in misura molto maggiore rispetto a tutte le precedenti hanno rappresentato un vero e proprio “tagliando popolare” dell’azione del presidente, esprimono una novità: il Presidente Trump è infatti riuscito – – fatto assai raro nella storia delle elezioni di metà mandato

– ad evitare il declino elettorale del partito del presidente, ossia la prima regolarità politica storicamente consolidata riguardo alle elezioni di midterm. Egli è stato capace, grazie ad una campagna di forte polarizzazione e di personalizzazione dello scontro politico, non soltanto di mantenere la maggioranza repubblicana in Senato ma anche di rafforzarla e di consolidarla ulteriormente, sottraendo due seggi ai democratici (l’Indiana e il North Dakota); così che quella Assemblea passa da una maggioranza di 51 repubblicani a 47 democratici (e 2 seggi vacanti) a quella, da ieri, di 51 repubblicani, 46 democratici, 2 indipendenti e 1 seggio – quello della Florida – ancora non assegnato (il repubblicano Rick Scott e il democratico Bill Nelson vanno infatti al riconteggio delle schede in ragione di una liminare distanza tra i due risultati).

Tuttavia, nonostante la forte personalizzazione, il Presidente Trump non è riuscito ad evitare quella che è ormai divenuta una seconda (semi)regolarità delle elezioni di midterm, ossia che il partito del presidente in carica perda la maggioranza della Camera dei Rappresentanti. Così si è passati da una Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana (235 repubblicani, 193 democratici, 7 seggi vacanti) ad una a maggioranza democratica (223 democratici, 197 repubblicani, e 15 seggi che, nel momento in cui si scrive, ancora non sono stati attribuiti).

Di fondamentale interesse – eppure, spesso, davvero poco considerate – sono state invece le 36 elezioni per i governatori degli Stati che, insieme al controllo delle Assemblee legislative statali, sono cruciali innanzitutto per le battaglie politiche che verranno, considerato che il ridisegno delle linee di confine dei distretti e dei collegi elettorali – il c.d. redistricting – viene effettuato ogni dieci anni e che il termine viene in scadenza proprio durante il mandato dei politici locali eletti in questa tornata.

Così il governatore che sarà in carica per la prossima riorganizzazione delle mappe politiche del Congresso – che saranno ridisegnate, appunto, dopo il censimento del 2020 – è stato eletto proprio in questa tornata di elezioni di midterm, così come, in 30 Stati, la metà o più dei senatori delle legislature statali – il cui mandato si estenderà lungo la prossima redistricting dei collegi appunto – sono stati eletti, proprio, in questa tornata.

Dunque, è evidente che si è trattato di una elezione decisiva non soltanto per il futuro dei singoli Stati e della politica locale quanto, se non soprattutto, ancora una volta, per la politica nazionale, in quanto il suo esito mira a definire quale partito sarà favorito nel ridisegnare la mappa elettorale nazionale degli Stati Uniti, distretto per distretto, collegio per collegio. Infatti, pur nel rispetto delle leggi e della giurisprudenza costituzionale che mira ad evitare pratiche scorrette di gerrymandering che favoriscano, attraverso lo spostamento delle linee distrettuali, un partito al posto di un altro (concentrando gli elettori dell’opposizione in un numero minore di distretti o disperdendoli in un’area in larga maggioranza politicamente a loro avversa, proprio per attenuare l’influenza di ciascun voto), non si può non considerare che la possibilità di trasformare, tramite un creativo gerrymander, il colore politico di uno Stato in bilico, può notevolmente influenzare l’equilibrio del potere politico, a partire dalle elezioni di midterm del 2022. Non poco, insomma.

E in questo quadro, ad esito delle elezioni, su 50 Stati, al momento la maggioranza continua ad essere repubblicana con 26 governatori contro 23 democratici (ed 1 non ancora attribuito), confermando così la terza (semi)regolarità, ossia che il partito del Presidente, in genere, perde raramente la maggioranza delle elezioni negli Stati.

Dentro questi risultati, pur senza soffermarsi puntualmente su ogni candidato, si possono evidenziare – a prima vista, ed in modo assai sintetico – alcuni casi interessanti, vuoi in ragione del profilo politico dei candidati, vuoi in ragione dell’esito politicamente interessante.

Per esempio, al di là del caso mediatico della democratica Alexandria Ocasio-Cortez che ha vinto a New York un seggio per la Camera dei Rappresentanti, divenendo la più giovane esponente mai eletta alla Camera, appare assai più interessante la vittoria del democratico Max Rose contro l’uscente repubblicano Dan Donovan nell’undicesimo distretto di Staten Island, o quello, sempre a New York, nel diciannovesimo distretto, di Antonio Delgado contro l’uscente repubblicano John Faso, in un’area 

storicamente repubblicana, in quanto segnali chiari tanto di una ripresa politica democratica dopo l’ondata rossa Trump quanto di candidati vincenti appartenenti ad una sinistra non radicale.

Del pari un caso interessante – che poi è divenuto anche molto mediatico, fatto che forse, nelle urne, gli ha giovato meno di quanto si possa immaginare – è quello del candidato texano democratico, poi sconfitto dal senatore uscente Ted Cruz in un duro corpo a corpo, Robert Francis “Beto” O’Rourke, già membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato del Texas, autore della sconfitta di maggior successo in questa tornata elettorale, e che sembra già aprire a questa figura politica – secondo il noto detto, chiusa una porta, aperto un portone – la via per una importante candidatura alle primarie presidenziali democratiche del 2020, ricordando tanto nell’empatia popolare il giovane governatore dell’Arkansas Bill Clinton quanto, nella capacità di stare sulla scena, il giovane senatore dell’Illinois Barack Obama. Si vedrà. Al tempo stesso, questo è stato il voto che, alla Camera dei Rappresentanti, ha portato alla ribalta molte “prime volte”, soprattutto dal lato democratico: dalle elezioni di due donne di religione islamica (Ilan Omar e Rashida Tlaib, rispettivamente in Minnesota e Michigan), a quella di due native (Deb Haaland, eletta in New Mexico, e Sharice Davids, eletta in Kansas); da quella della prima rappresentante per il Massachussetts di colore nero, Ayanna Presley, alle prime due donne ispaniche, Sylvia Garcia e Veronica Escobar, elette in Texas. Così come, del pari, non si può non registrare, come un autentico cambiamento per lo Stato del Colorado, la scelta di eleggere un governatore, Jared Polis, dichiaratamente gay nonché di religione ebraica (una prima volta, anche in questo, per quella realtà territoriale).

Questa ondata di novità, tuttavia, se, da un lato, ha avuto il suo fuoco soprattutto nel fatto che queste elezioni di metà mandato hanno visto il record di donne candidate ed elette nella Camera dei Rappresentanti (112), con un forte ricambio di genere e di diversità, dall’altro, ha comunque evidenziato il sostanziale fallimento di quell’importante movimento sociale e politico che è stato, nell’ultimo anno, il #metoo: finito a ridursi dentro posizioni e proposte politiche troppo radicali ed estremiste per molti elettori, essendo incapace, peraltro, pure di mantenere, nell’essere minoranza, una coesione unitaria (basti pensare che in molte cruciali aree per recuperare il voto perso in favore dei repubblicani come le aree suburbane, molte donne di colore bianco, espressione di distretti rurali e della c.d. working class, si sono schierate comunque con i repubblicani, calcando ulteriormente un antico cleavage politico-demografico per quel Paese che attribuisce innanzitutto le aree rurali ai repubblicani e quelle metropolitane ai democratici).

In ogni modo, provando a sintetizzare, come accennato, si può dire che vi sono soprattutto tre elementi chiave hanno caratterizzato queste elezioni:

  • una forte personalizzazione della figura del Presidente Trump, che ha rafforzato la natura di competizione nazionale, strutturalmente propria, della sola elezione della Camera dei Rappresentanti; 
  • una (conseguente) forte partecipazione popolare, fatto non comune per questo tipo di elezioni, storicamente caratterizzate da un calo dei votanti (basti pensare, d’altronde, che vi sono state oltre 35 milioni di schede votate dall’estero);
  • un esito che, nell’elezione della Camera dei Rappresentanti, pur confermando il trend della c.d. anatra zoppa nel Congresso dopo due anni di mandato presidenziale – cioè l’assenza, avendo perso la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, di una omogenea e coerente maggioranza politica con il Presidente in entrambi i rami del legislativo -, lascia tuttavia sorpresi per il consolidamento di una maggioranza repubblicana al Senato. Fatto, invece, davvero non comune, avvenuto soltanto in cinque occasioni nella storia americana.

Questi risultati spiegano una campagna elettorale dominata, non a caso, appunto, dalla forte scelta del Presidente Trump di radicalizzare e polarizzare lo scontro politico.

L’obiettivo chiaro per Trump, infatti, era quello di contrastare l’allontanamento dal voto da parte degli elettori “del presidente”: i primi a non considerare rilevante, come i dati storicamente dimostrano, questo appuntamento di midterm. Così, proprio per contrastare quello che la dottrina ha stigmatizzato fin dalla fine degli anni Cinquanta come la teoria del “surge and decline” – Trump ha fortemente radicalizzato lo scontro politico; andando alla ricerca, innanzitutto, del voto di quella “White Nation” – fatta, per lo più, di elettori marginali e, generalmente, poco propensi al voto – che ha costituito due anni fa, invece, lo zoccolo duro dell’elettorato che gli ha permesso di vincere.

Accendendo così una forte copertura in primis mediatica, Trump ha cercato di evitare anzitutto alla presidenza, più che al partito repubblicano, la perdita di voti e seggi, rafforzando e conformando così ulteriormente anche la base elettorale del partito repubblicano alla sua leadership, sradicando sempre più le radici politico-culturali che avevano reso il Grand Old Party uno dei pilastri della vecchia tradizione politica statunitense, moderata e paternalista. In questo senso, come è stato attentamente sottolineato, il partito repubblicano, sotto la guida di Donald Trump, sta sempre più divenendo un partito in qualche modo di stampo maccartista, che si alimenta e si sostiene per lo più su un insieme di false accuse e di fantasie paranoiche, di teorie cospirative e di notizie inventate. Radicalizzando, infatti, lo scontro politico, 

si vuole recuperare e agitare nell’elettorato bianco – anche in ragione del prolungamento della vita e dei suoi riflessi sulla demografia elettorale – in primis i noti luoghi comuni degli anni trenta e cinquanta, richiamando, quasi in modo ancestrale, innanzitutto le paure di allora, nelle quali quelle generazioni, volenti o nolenti, sono cresciute.

Per questo, nonostante la crescente ripresa economica, la campagna presidenziale si è incentrata in modo sostanzialmente marginale sui temi economici e sul “votare con il portafoglio”, mentre, con grande forza, il Presidente Trump – in primis, tramite i social networks e, tra essi, Twitter – ha voluto stimolare le paure degli elettori, da quelle relative alla sicurezza, a quelle legate al tema dell’immigrazione, a quelle proprie di uno scontro sociale ed etnico (tra bianchi e neri, tra latinos e wasp).

Il “nazionalismo bianco” infatti rende elettoralmente molto di più di una campagna elettorale basata sulla ripresa economica in quanto, di questi tempi, volatili ed incerti, non soltanto non vi è nessuno che, pur essendo stabile economicamente, possa dirsi definitivamente al riparo da una potenziale vulnerabilità economica (il ricordo della crisi economica, in primis dei mutui subprime, brucia ancora…), ma anche che tutti – occupati o disoccupati, ricchi o poveri che siano – vivono inevitabilmente, dentro questa fase storica di crisi di visione del mondo, molto più di paure che di certezze riguardo al futuro.

Pertanto, questo “aggiornamento” dell’ideologia maccartista ha contribuito, in uno stress politico continuo, pure ad alimentare una sempre meno sotterranea nuova “guerra civile americana”, che ha ulteriormente accentuato i solchi antichi delle divisioni sociali, etniche, religiose e politico-demografiche del Paese; quelle che, invece, proprio la vittoria alla presidenza di Barack Obama – il primo presidente di origini afroamericane – sembrava definitivamente aver chiuso.

Se dunque questa strategia divisiva del Presidente Trump, e del “suo” partito repubblicano si verrà a confermare, marcando ogni loro azione politica anche con forti allusioni e non poche venature di razzismo, di fanatismo e di antisemitismo, appare evidente che non può bastare al partito democratico il puntare, per una riscossa elettorale, in modo sempre più intenso, sul cambiamento sociale e sull’evoluzione demografica del Paese, valorizzando ogni forma attuale di minoranza (linguistica, etnica, 

sociale e sull’orientamento sessuale) in attesa che, con il tempo, divengano e si tramutino in maggioranza, anche elettorale, pronte a votarli. Perché questa strategia, come si è visto proprio in queste elezioni di midterm, non sembra essere sufficiente a cambiare le scelte degli elettori americani, i quali, nell’insieme, continueranno a considerare questi eletti – si licet – come l’espressione di tante bandierine senza una bandiera comune; non cogliendo, nei pur rilevanti e decisivi i segni del tempo che la vittoria di tanti nuovi eletti culturalmente e socialmente incorpora, il senso di una visione unitaria da offrire il Paese.

Insomma, di certo i democratici non possono pensare di vincere le prossime elezioni presidenziali se non decidono di recuperare, con una strategia non incerta, il voto degli elettori bianchi wasp, a partire da quelli delle zone rurali, provando a sottrarre, proprio al partito repubblicano del Presidente Trump, la sua base elettorale. Né può bastare in tal senso, al campo democratico, la scelta di candidare veterani di guerra o ex militari in quanto, nonostante qualche vittoria sporadica (si pensi a quella di Jason Crow, nel distretto di Denver, per un seggio alla Camera), tale strategia, sostanzialmente, si è mostrata ampiamente fallimentare. Non da ultimo perché l’elettore, nel momento elettorale, di fronte ad un’offerta politica che si assomiglia, preferisce sempre l’originale alla copia. Su questo, infatti, non c’è nessuna strategia di sconto che tenga: nell’acquisto del “prodotto” politico – per le ragioni intrinseche che esso incorpora – normalmente l’elettore, a differenza non di rado del mercato dei beni, preferisce non badare a spese.

Così, mentre i repubblicani riescono a vincere innanzitutto (o anche) quando alimentano divisioni e paure nella società, agitando spettri e nemici contro i quali schierarsi e combattere, i democratici, al contrario, vincono per lo più solo (o soprattutto) quando riescono ad individuare e a proporre all’intero Paese un progetto ed una visione chiara, di prospettiva ed univoca: fatto che, al momento, non sembra profilarsi all’orizzonte, a meno che non si voglia immaginare che lo spostamento, in qualche caso specifico, dell’elettorato su figure “socialisteggianti” sia prodromico ad una proposta politica di quello stampo, perché, come appunto i risultati di queste elezioni di midterm dimostrano plasticamente, è pura illusione immaginare che, dentro quella lettura radicale e, non di rado, pure fintamente popolare, si possa trasformare una minoranza (o più minoranze) in una maggioranza.

Conseguentemente, se all’interno dei due grandi contenitori partitici americani, similmente ad altre esperienze, albergano due partiti in uno (rectius, due linee politiche in una), mentre il partito repubblicano ha perso la sua “moderazione” senza però perdere il suo appeal elettorale, proprio perché, nella pancia profonda di società divise, frammentate ed impaurite, quell’offerta politica riesce storicamente ad essere comunque attraente, all’interno del partito democratico, al contrario, la prevalenza di una linea fondata su argomenti radicalmente identitari al posto di una, invece, propriamente di governo progressista dei problemi, rischia di rendere sempre più debole quel partito, perché capace di offrire soltanto una visione inevitabilmente minoritaria e parziale della società; fondata, nel tentativo di ricomporre il puzzle dei tanti 

tasselli di uno specchio sociale rotto, su una operazione, destinata inevitabilmente a distorcere di un poco – ma di quel poco che fa la differenza – la visione politica che si propone per l’elettore.

Ecco, dunque, il dilemma per il Partito democratico degli Stati Uniti (e, se si vuole, anche altrove): come rimanere se stessi, cioè socialmente “compositivi” delle divisioni, naturalmente positivi sul futuro, istintivamente fiduciosi nel progresso della società, ricomponendo i tanti sogni spezzati di un futuro migliore, a maggior ragione dentro un tempo scomodo, fatto di incertezze e di paure, di individualismi e di solitudini, insomma, di società liquide, attanagliate da cleavages, disuguaglianze e revanscismi crescentemente più profondi?

Hic Rhodus, hic salta.

 

 

  1. Cosa emerge da queste elezioni?

Se questa è la sfida dunque, il partito democratico americano dovrà essere innanzitutto molto attento a come usare la maggioranza ottenuta, innanzitutto, alla Camera dei Rappresentanti, valorizzando più gli elementi di contraddizione sociale che questa presidenza ha aperto nella società americana – che vede non a caso aumentare e radicalizzare le disuguaglianze sociali e soprattutto economiche, con un forte prosciugamento dello spazio del ceto medio – più che quelli, in senso stretto, di scontro di tipo personale nei confronti della figura politica di Trump.

In questo senso, nonostante la maggioranza al Congresso offra la possibilità per i democratici di muoversi tra le linee presidenziali di indirizzo politico in modo assai vigoroso, fino ad arrivare ad introdurre addirittura una richiesta di impeachment nei suoi confronti, questa strategia, personalmente, a me pare, poco lungimirante. Essa si presta, infatti, a giocare sullo stesso terreno del Presidente che – si badi bene

– non esce “con le ossa rotte” da questo turno elettorale, proprio perché abilissimo a muoversi nella divisione e nello scontro, ben consapevole che quella dinamica, naturalmente e storicamente, favorisce la vittoria sua e della sua parte.

Serve, insomma, un’altra strategia per i democratici, non da ultimo perché queste elezioni di midterm si sono presentate – come è sempre più evidente – come una campagna elettorale permanente, innanzitutto verso le elezioni presidenziali del 2020.

Esse sono state la “seconda puntata” – il sequel – di un unico voto, nel quale il protagonista – il Presidente

– non smette di tenere alta la tensione politica, polarizzando lo scontro proprio per galvanizzare e consolidare l’elettorato della profonda America socialmente individualista ed economicamnte impaurito, ben descritto da Robert Putnam nel suo noto volume Bowling alone

Certo, la seconda parte del (primo?) mandato Trump non sarà in discesa.

Il ciclo economico, in ragione anche di una dura politica economica fatta di dazi e di superproduzione destinata all’interno, dopo una prima crescita, rischia nei prossimi due anni di registrare un chiaro rallentamento, facendo ancor di più aumentare disuguaglianze e povertà, così come l’agenda politica – a partire dal licenziamento in tronco del Ministro della Giustizia Sessions (avvenuto subito a ridosso del voto, sostanzialmente in ragione della sua posizione riguardo alle indagini sul c.d. Russiagate) – offrirà molte opportunità per evidenziare le contraddizioni e le aporie della presidenza più divisiva della storia americana.

E tuttavia, il contrasto di molte scelte del Presidente rischieranno di non essere colte se il partito democratico – che, all’esito di queste elezioni, rimane, comunque, un vincitore a metà – non troverà la forza di affrontare il senso del cambiamento richiesto per ribaltare, fra due anni, l’esito del voto.

Innanzitutto, rinnovando intensamente la leadership democratica, non acconciandosi – come sembra, invece, già all’orizzonte – a nominare, ancora una volta come speaker, Nancy Pelosi; la quale, nonostante il suo impegno, rimane comunque molto più congeniale al Presidente Trump di quanto possa apparire, non da ultimo perché entrambi appartengono alla stessa generazione anagrafica, potenzialmente interessati “a sostenersi reciprocamente” per arrivare, dignitosamente, a fine carriera.

Una leva importante per il futuro sarà di certo quella degli Stati, e dunque dei loro governatori: sia per le ragioni già menzionate, relative al redistricting elettorale successivo al censimento del 2020, sia perché i governatori sono l’espressione politica di vertice di quella diversa, composita e multiforme forma di Stato – non a caso il motto nazionale degli Stati Uniti è “e pluribus, unum” – che qualifica la Federazione degli Stati Uniti. E le loro scelte, dunque, misurano ed indicano, nel loro insieme, gli spostamenti dell’indirizzo politico del corpo elettorale dell’America profonda. Non a caso, tra i maggiori successi che i democratici possono vantare è l’aver recuperato proprio in tre Stati persi (Pennsylvania, Michigan e Wisconsin), a maggior ragione di fronte alla loro difficoltà competitiva negli Stati repubblicani (si pensi al Texas o alla Georgia).

Ne emerge dunque un quadro nel quale il Paese profondo è ancora, sostanzialmente, con il presidente Trump, non essendo riuscite queste elezioni a rovesciare i rapporti di forza, pur essendo i democratici, ancora una volta, come nel 2016, maggioranza nel voto complessivo.

In ogni modo, in un’ottica più generale, tra continuità e discontinuità, non si può non notare che questo voto sicuramente conferma il cambiamento epocale che stiamo vivendo, caratterizzandosi per una polarizzazione politica e sociale che, tuttavia, per quanto la si guardi e la si studi, alla fine, non riesce a disegnare un futuro. Anzi, il futuro, per certi aspetti, sembra essere sparito dall’orizzonte dello spazio del dibattito pubblico statunitense (e non solo). 

Infatti, tra paure evocate e offerte di protezione dal bisogno, si parla di progresso senza che ciò sembri dischiudere all’orizzonte un vero progetto, una visione reale per il domani; un ragionamento che vale, negli Stati Uniti (ma non soltanto lì), tanto nel campo democratico, da ieri parzialmente all’opposizione, quanto in quello repubblicano, da ieri, espressione di un governo dimezzato.

Proprio l’esito di queste elezioni, dunque, fa emergere così una dinamica che porta ad interrogarsi se, nonostante il progresso, sia finito il futuro per come la politica è stata capace di disegnarlo, innanzitutto, nel secolo scorso; lasciando così noi tutti – ma in primis gli attori politici – tra un già ed un non ancora. Vorrei dire quasi in sospensione: in attesa di cogliere, dentro la realtà di un progresso che per la prima volta nella storia del mondo promette ai figli un futuro peggiore rispetto a quello dei padri, un nuovo e diverso modo di essere e di fare politica, auspicabilmente differente da quello che, ormai, abbiamo imparato a chiamare con la parola populismo.