USA, la sindrome anti-Trump in vista delle elezioni di novembre

La copertura mediatica ha reso possibile tutto questo.

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L’intensità con cui la sinistra americana e chi controlla gran parte dell’informazione coltivano la patologica avversione al presidente Trump (in America definita, dalle voci che sostengono il presidente, Trump Derangement Syndrome) si manifesta nell’aspra opposizione alle eccellenti scelte di Trump per la Corte Suprema. La sinistra vuole una Corte che sancisca scelte politiche, anziché difendere le leggi e la Costituzione, sia pure interpretandola. Cioè vuole politicizzare la giustizia. E già l’opporsi a tale progetto definisce l’importanza storica della presidenza Trump. La faziosità che l’ideologia impone ai giudici liberal della Corte Suprema ha trovato conferma quando, alla recente delibera della Corte che ha confermato la perfetta legittimità delle limitazioni imposte da Trump agli ingressi negli USA da alcuni paesi mediorientali o africani non in grado di comunicare informazioni credibili sui loro cittadini che vogliono recarsi negli USA, si sono opposti i quattro giudici liberal della Corte, tra cui l’anziana Ginsburg, che si addormenta durante i dibattiti, e l’estremista dell’immigrazione Sotomayor, nominata da Obama (la quale ha dichiarato di sapere che il decreto di Trump è costituzionale, ma nonostante ciò ha cercato di bloccarlo). Un giudice tradizionalista come Brett Kavanaugh, di recente nominato da Trump, è un incubo per la sinistra, perché per completare la deformazione degli USA in un paese dai confini aperti e con un welfare mastodontico e indebitato (come è avvenuto con le presidenze di George W. Bush e di Obama), la Costituzione dev’essere modificata. Questo è il compito assegnato dalla sinistra alla Corte Suprema, dietro la veste delle scelte sociali “progressiste” su temi come l’aborto facile (la cui difesa consente di prosperare a un traffico losco e multimilionario). E questo è il motivo dell’opposizione rabbiosa alla nomina di Kavanaugh durante le audizioni pubbliche in Congresso, in cui politici di sinistra hanno preparato le ignobili aggressioni verbali della teppa presente nell’aula (e le hanno definite “democrazia in azione”, come ha fatto il senatore Democratico Durbin).

Chi difende Trump in America, e in certa misura anche in Europa, lo fa a proprio pericolo. Quanto meno con il pericolo di ostracismo. Il globalismo, l’immigrazionismo e la sinistra liberal, con il controllo dei media, agiscono per trasformare gli USA in un grande campus universitario, dove vige l’ortodossia di sinistra e il pensiero conservatore non trova accoglienza. Strumentali a tale obiettivo sono le calunnie, o le accuse dozzinali di “razzismo” e “fascismo”; o il concedere ufficialmente il voto agli immigrati illegali, come di recente hanno deciso, imitando la California, i governi locali di alcuni stati dell’est (Maryland, Connecticut) e di “città-santuario” (Chicago ed altre), mentre forze potenti cercano di imporre il voto agli illegali nel cruciale stato della Virginia, già snaturato dall’affollamento immigratorio nelle maggiori città. Del dissesto strumentale fa parte anche l’occupare, a Portland nell’Oregon, la sede dell’agenzia ICE (il cui compito è applicare le leggi sull’immigrazione), abbassare la bandiera americana, alzare quella di un sedicente gruppo “antifascista”, senza che il sindaco di sinistra (di una “città-santuario” devastata da droga e occupazioni illegali di abitazioni) autorizzi l’intervento della polizia per ripristinare la legalità. La sinistra detesta Trump, come detesta gli elettori di Trump, i loro valori, ciò che essi rappresentano, cioè l’America rurale e di provincia, i bianchi poveri, gli operai o i minatori dimenticati dal welfare degli anni obamiani.

Di tutto questo in Europa arriva un riflesso stordito, confuso. In luglio, durante il viaggio di Trump in Europa abbiamo visto, a Londra (divenuta la Chicago d’Europa, cioè la capitale europea del crimine) e altrove, manifestazioni di protesta che ci hanno ricordato quelle, ben organizzate, che accolsero Reagan in Europa nel 1983. Alla sinistra europea piacevano i viaggi di Obama e il suo “chiedere scusa”, o le sue aperture all’islam (mai accolte da risposte reciproche da parte di paesi islamici). In America le marce di “protesta” anti-Trump sono divenute dei festival, completi di musicanti e banchi per il cibo, con la presenza di politici Democratici, meglio se donne e nere, con messaggi dagli altoparlanti di celebrità hollywoodiane che hanno versato pubblicizzati assegni per finanziare le marce. La disonestà intellettuale della guerra incondizionata a Trump è sconcertante. Chi la gestisce ha venduto bugie per tre anni. I maggiori media, quasi tutti, sono divenuti uno strumento di propaganda anti-Trump; di fatto, sono divenuti il partito di opposizione. Nemmeno gli insulti e le oscenità verso Melania o verso Ivanka vengono sanzionati. I responsabili delle redazioni dovrebbero fermare il degrado. Non lo fanno perché Trump ha esposto la finzione della loro obiettività. Li ha denunciati. La CNN era considerata una fonte di notizie; oggi, per la evidente parzialità, è del tutto screditata (“CNN sucks”, “la CNN fa schifo”, intonano in coro i sostenitori di Trump quando egli nomina la rete nei suoi rallies). Il New York Times o il Washington Post erano considerati i modelli dell’informazione libera. Non è più così. Essi sono divenuti vettori di notizie false o strumentali, rielaborate ogni giorno con avvilente insistenza. Qualche volta sono vettori di odio: il tema dichiarato di un recente editoriale (a firma Sara Shang) del New York Times è l’odio verso la polizia e verso gli “uomini bianchi” (il razzismo è lecito se i bianchi sono l’obiettivo). In tal modo l’antico giornale newyorkese si pone al livello dei più truculenti social media. I media tradizionali, nel loro complesso, non saranno più, o almeno per molto tempo, considerati con rispetto.

I sostenitori di Trump amano la sua franchezza, la sua autenticità. Si identificano con i suoi programmi e con i suoi istinti. Sanno che Trump non è legato ai centri di potere da cui dipendono molti politici. I finanziamenti che Trump ha ricevuto per la campagna elettorale nel 2016, o quelli che riceverà nel 2020, sono minimi. Persino i fratelli Koch, a capo di un gruppo industriale che è tra i maggiori finanziatori dei Repubblicani, non sostengono Trump, perché non ne condividono le politiche sul commercio. Trump è il vero outsider perché non è indebitato verso i finanziatori (né verso i gruppi che controllano i media, né verso la Silicon Valley e i suoi miliardari), non ha bisogno del loro denaro, né delle loro attività di lobby. Il sistema, l’establishment, lo “stato profondo”, non lo controllano. Trump dice cose intemperanti (molto raramente, in realtà) anche perché non è al servizio delle lobby globaliste e del conformismo falsamente virtuoso. I suoi sostenitori lo comprendono. Vedono che mantiene le promesse, che alle parole fa seguire i fatti. Non sempre ciò è possibile: per esempio in materia di immigrazione, senza le delibere del Congresso i cambiamenti restano minori (però su questo punto tornerò in altra occasione). Quando può, Trump ottiene risultati: ha cambiato in modo spettacolare il passo dell’economia; ha frenato l’arroganza della burocrazia; ha consentito al paese di raggiungere l’indipendenza energetica (inseguita dai tempi di Nixon); ha messo fine ai pericolosi tagli ai programmi militari e alle forze armate; ha modificato le direttive in quanto a risposta agli attacchi informatici, con l’obiettivo di rendere meno sicuri alcuni paesi, anzitutto la Cina, che i loro attacchi e furti non avranno – come accade da due decenni – rappresaglia; ha messo due giudici adeguati alla Corte Suprema, e sta cercando di portare equilibrio nelle Corti d’Appello, occupate in misura scandalosa da giudici di sinistra nominati da Obama (in misura scandalosa e pressoché irreversibile nel District of Columbia, nel 4° e soprattutto nel 9° Distretto, che ha sede a San Francisco, che blocca il tentativo del governo Trump di modificare la politica delle “città-santuario”, e che dunque impone una finta legalità alla difesa reazionaria di situazioni locali insostenibili e lesive). Gli americani dimenticati da due decenni di globalismo e da otto anni (obamiani) di assistenzialismo partigiano sanno che Trump è il loro presidente. Ai minatori, agli operai dell’acciaio, ai pompieri, agli autisti di camion, agli agenti di confine, Trump può dire (come ha fatto di recente in un rally in Ohio): “Voi siete l’élite”, non i professori di Berkeley.

Purtroppo i sostenitori di Trump sono il 35-38% degli elettori, non di più. Per le elezioni del prossimo novembre vi sono timori di ridotta partecipazione al voto da parte degli elettori Repubblicani. Una parte di questi sarebbe delusa dagli insufficienti cambiamenti in materia di immigrazione. Ma anche se la tradizionale base del GOP va a votare, ciò non è sufficiente in termini numerici. Dunque è necessario che i cosiddetti “indipendenti” (il 10-12% degli elettori) comprendano la dimensione della presidenza Trump, che è una presidenza di cambiamento e di rottura come poche negli ultimi due secoli di storia americana. Come quella di Reagan e, qualcuno dice, quella di Lincoln. Gli elettori indipendenti devono considerare che un Congresso, o anche solo la Camera, in mano ai Democratici significherebbe il blocco della presidenza Trump. Significherebbe che la parte migliore degli americani avrà perso il proprio paese, e molto difficilmente lo avrà indietro. Le elezioni di mid-term del novembre 2018 possono rappresentare il sostegno a un cambiamento storico, oppure il successo della reazione globalista e immigrazionista. Possiamo solo sperare che a fermare il cambiamento non siano le false notizie mediatiche, i falsi problemi, i doppi voti nei quartieri suburbani, il voto ufficialmente concesso agli illegali, gli insulti che arrivano da Hollywood, o la rabbia patologica di alcuni politici. Dobbiamo sperare che a fermare il cambiamento non sia l’indagine-truffa del procuratore Mueller (truffa anzitutto perché fu montata senza che vi fosse un crimine da indagare), a cui il Congresso dovrebbe decidere di togliere i fondi prima che essa rilasci – magari a fine ottobre, a ridosso delle elezioni – qualche fuorviante pronunciamento. E a fermare il cambiamento non dev’essere il disegno di assassinio politico nei confronti di Trump messo in atto sui media e nelle piazze.

Senza alcun rilievo mediatico, nell’agosto 2018 abbiamo avuto la prova dei livelli storici di corruzione nel Dipartimento Giustizia e nei vertici dell’FBI nell’ultima fase della presidenza Obama. La prova è arrivata ad opera di  giornalisti investigativi (come Sara Carter e John Solomon), della fondazione investigativa Judicial Watch e del suo direttore Tom Fitton, e di Congressmen Repubblicani come Mark Meadows, Jim Jordan e David Nunes, ed è stata presentata a quella limitata parte del pubblico disposta ad ascoltare da figure note, per lo più su Fox News, come Sean Hannity o Laura Ingraham o Jeanine Pirro. Senza alcun rilievo negli altri maggiori media in America, e del tutto ignorata in Europa, si è avuta conferma delle malefatte che hanno circondato la nascita e poi la prosecuzione delle accuse di “collusione con i russi” verso Trump. La conferma è venuta da molte evidenze: il dossier falso, compilato da un agente dello spionaggio inglese, Christopher Steele, su incarico dei vertici Democratici, e poi presentato al tribunale FISA per ottenere la sorveglianza elettronica su persone vicine a Trump; gli incontri del numero 4 del Dipartimento Giustizia, Bruce Ohr, con Steele; le mail di Ohr a Steele che rivelano nei vertici della Giustizia obamiana l’esistenza di una macchinazione anti-Trump, sostenuta da un’ideologia comune; l’incarico, da parte della direzione Democratica e di cui l’FBI era a conoscenza, alla ditta Fusion GPS affinché producesse materiale avverso a Trump; la copertura alle suddette azioni illegali da parte dell’ex capo della CIA Brennan (l’ex comunista Brennan, squilibrato e aggressivo, ignorante ma in grado di esibire come un’arma per rilasciare false informazioni, nelle frequenti apparizioni in TV, il suo incarico alla CIA, conferitogli da Obama; Brennan ha avuto un ruolo centrale nell’intera cospirazione anti-Trump; l’ex procuratore Joe diGenova lo ha definito “un bugiardo e un traditore”; di recente Trump lo ha finalmente privato della security clearance, cioè della possibilità di ricevere informazioni riservate di intelligence, e a ciò ha fatto seguito l’oscena accusa verso Trump di voler mettere a tacere Brennan, il quale invece continua a parlare tutte le sere sulla rete MSNBC e altrove); le bugie, esibite sulla CNN e altri canali TV, dell’ex capo della NSA Clapper (grottesco anfitrione televisivo: maschera, con il volto grasso e glabro, di corrotto e decaduto clown shakespeariano); la nomina del tutto ingiustificata del procuratore speciale Mueller, il suo accanimento, il suo conflitto d’interessi in quanto ex direttore dell’FBI e in quanto sodale del vice ministro della Giustizia Rosenstein, che gli ha conferito l’incarico. E, adesso, la mancata nomina di un procuratore speciale (o di una “grand jury”) per investigare le azioni degli investigatori.

La copertura mediatica ha reso possibile tutto questo. Le accuse di “collusione” di Trump con agenti russi furono inventate e programmate dalla Giustizia e dall’FBI di Obama; il direttore e vicedirettore dell’FBI, Comey e McCabe, sapevano che erano false. Ma anziché denunciare ciò, i media americani più diffusi (confusamente imitati dai media europei) hanno presentato come prova di collusione l’incontro, del tutto di routine nel contesto di una campagna elettorale, del figlio di Trump con un avvocato russo che affermava di avere informazioni negative su Hillary (peraltro non era così, e nell’incontro si parlò soprattutto del problema delle adozioni di bambini russi in America). I media presentano come rilevante il processo e la condanna di Paul Manafort per vecchi reati fiscali, mentre ciò non ha alcuna relazione con Trump. I media non denunciano i tentativi di estorsione degli avvocati di Mueller su ex collaboratori di Trump. I media non denunciano le minacce violente nei confronti di Trump e di persone vicine a lui, e non denunciano le iniziative, di piazza o editoriali, che hanno un movente ideologico antiamericano; anzi, le minacce e i proclami di odio antiamericano sono divenuti la nuova normalità.

La guerra a Trump è sostenuta da un complotto fondato, come ho detto, su un’ideologia comune, e iniziato dalla Giustizia di Obama, la più corrotta della storia recente degli USA. Voci autorevoli (Joe diGenova, o il professore di diritto costituzionale Alan Dershowitz) ritengono che un’indagine criminale sia giustificata. Di fatto, come possono restare impuniti personaggi come Bruce Ohr o Brennan? E anche se non perseguibili penalmente, le responsabilità di Obama non possono essere ignorate. Sappiamo, per esempio, che nel gennaio 2017, due settimane prima dell’insediamento di Trump a presidente, Obama riunì alla Casa Bianca Brennan, Clapper, Susan Rice, Comey, Rosenstein: l’argomento della riunione fu l’indagine ai danni di Trump, da rendere pubblica in seguito. Questo è uno scandalo – oltre che una violazione delle regole di sicurezza nazionale – di proporzioni storiche: un presidente uscente autorizza azioni lesive sul presidente, che si va insediando, del partito opposto. I media, che hanno sempre amato Obama, anche quando dava prove di inadeguatezza e di parzialità, oggi non denunciano quanto è accaduto, come non dicono che Trump, dopo due anni di indagini, non è imputabile di alcuna illegalità. Ma senza che la verità su quanto è accaduto divenga di pubblico dominio, se necessario con la nomina di un nuovo procuratore speciale o di una grand jury, l’America non può proseguire la rotta. Mentre alcune delle conseguenze, anzitutto la distorta russofobia del Congresso e dei media, possono introdurre a crisi persino per la pace.

Il potere globalista, e dunque i politici e i media che lo rappresentano, vogliono rimuovere un presidente che è stato eletto da oltre 60 milioni di americani, e a questi ultimi dicono: non vi è consentito eleggere un presidente che vuole cambiare. La sinistra politica cerca un terzo mandato Obama, qualunque sia il nome del nuovo presidente. Con le elezioni del novembre 2018, essa intende riprendere il controllo della Camera per bloccare Trump, metterlo sotto accusa, occultare gli illeciti commessi, imporre il silenzio ai sostenitori di Trump e derubricarli come razzisti, “suprematisti bianchi” e miserabili. Questo progetto è ignorato o travisato in Europa, e anche in America esso è poco denunciato.