Venti di crisi sulla Gran Bretagna. Agli inglesi non rimane che appellarsi al motto nazionale: “God save the Queen”.

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Mentre il governo di Londra sta cercando di “utilizzare” la guerra in Ucraina per acquisire un proprio ruolo internazionale di maggior rilievo, al proprio interno le minacce indipendentiste si sono amplificate come nessuno dei promotori di Brexit aveva immaginato. 

E così a conclusione delle giornate di celebrazione del lungo regno di Elisabetta nulla cambia a Londra. La regina guarda al futuro con ottimismo e riconfermata volontà di servizio al suo popolo. A Downing street rimane il controverso Primo Ministro Boris Johnson, sopravvissuto pur se ammaccato al tentativo di golpe interno al Partito Conservatore.  

In realtà molte sono le incertezze che avvolgono nella nebbia il futuro del Regno Unito. Le avvisaglie si sono palesate in più momenti, ultimo dei quali l’inedito risultato elettorale di un mese fa in Irlanda del Nord, dove per la prima volta il Sinn Fein (il partito cattolico che fu “braccio politico” dell’IRA) ha conquistato la maggioranza dei seggi a Stormont, il Parlamento di Belfast. L’obiettivo dichiarato dalla leader Michelle O’Neill è la secessione da Londra e la riunificazione con Dublino. Anche se durante la campagna elettorale l’accento è stato posto su temi di più immediata vicinanza ai problemi quotidiani della gente comune, dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità alle carenze del servizio sanitario nazionale.

L’onda lunga di Brexit dopo la Scozia ha raggiunto così anche il nord dell’isola verde. Una delle cause dell’inattesa sconfitta dello storico partito unionista e protestante, il DUP, è stata l’insistenza quasi “ideologica” con la quale si è battuto per abolire il “Protocollo” col quale la Gran Bretagna e l’Unione Europea hanno evitato di creare un confine interno fra Irlanda e Irlanda del Nord consentendo così a quest’ultima di rimanere in qualche modo ancorata alla UE e, così facendo, di non intaccare l’equilibrio sul quale vennero costruiti gli accordi del Venerdì Santo, che hanno garantito ad oggi 20 anni di pacificazione sull’isola. 

Brexit produrrà nel tempo effetti nefasti per il Regno Unito. Non solo dal punto di vista economico. Di più, li genererà sul fronte dell’unità nazionale del popolo britannico, che forse non solo per effettivo affetto (giustificato) nei confronti di Elisabetta ha mostrato anche in queste splendide giornate di festa il proprio legame con la sovrana. Attenzione, però: con la sovrana, non con la Casa Reale, ormai deturpata da troppi scandali e da troppe figure inadeguate se non indegne che solo la straordinaria capacità della Regina – ora da anziana, molto anziana signora viene pure aiutata da quella magnetica empatia che deriva proprio dall’età – ha salvato dall’ignominia, garantendo ancora prestigio all’istituzione monarchica quale simbolo di unità di Britannia. Ma senza di lei durerà? Senza il suo prestigio e il suo carisma difficilmente il Regno potrebbe sopravvivere alla spinta secessionista a quel punto fortissima di Scozia e Nord Irlanda.

A Edimburgo la spinta politica per ottenere un nuovo referendum secessionista, che certamente Johnson non concederà, sta ciò nondimeno intensificandosi, e con essa quella popolare. Ora quanto verificatosi a Belfast non potrà che accentuarla. Si ricorderà che Scozia e Irlanda del Nord nel 2016 votarono a larga maggioranza per il Remain e in questi anni i cittadini non hanno certo cambiato idea. E così, mentre il governo di Londra sta cercando di “utilizzare” la guerra in Ucraina per acquisire un proprio ruolo internazionale di maggior rilievo nonché di efficiente supporto agli Stati Uniti nel nome della vecchia “special relationship”, al proprio interno le minacce indipendentiste si sono amplificate come nessuno dei promotori di Brexit aveva immaginato ma come invece era sin troppo facile prevedere. Agli inglesi non resta, allora, che invocare lunga vita ad Elisabetta. God save the Queen, davvero.