Luigi Zoja: “Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo”

Intervista con Luigi Zoja, psicanalista Junghiano e saggista che ha svolto attività professionale a Milano, Zurigo, New York. Già Presidente del CIPA e dell'International Association for Analytical Psychology, attualmente è docente c/o l'Università di Pechino (Cina). Ha pubblicato articoli e libri in 15 lingue.

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Professor Zoja, uno degli indirizzi prevalenti nella psicanalisi attuale è il cosiddetto ‘approccio olistico’, cioè totale, alle malattie psichiche: la profonda e sperimentata convinzione che le sole conoscenze mediche non siano sufficienti a scandagliare la malattia per comprendere l’interiorità di chi soffre, per aiutarlo a superare le sofferenze e ritrovare fiducia in sé. Anche la filosofia, la letteratura e le scienze umane possono fare la loro parte? Ci aiuta a capire il senso più autentico di questa intuizione?

La sua domanda comporta per me una risposta quasi scontata, occupandomi da una vita di psicanalisi.

La medicina non ha niente a che vedere con le problematiche psicanalitiche: è un grosso rituale di iniziazione che dura sei anni più quattro anni di specializzazione in psichiatria, dove in realtà tradizionalmente non viene insegnato nulla sui problemi psichici veri.

La psichiatria è una specializzazione della medicina mentre la psicanalisi nasce nello studio di un medico viennese, alla fine dell’800: le grandi intuizioni sono creazioni di chi le ha fatte e non hanno nulla a che fare con il loro background. In questo caso si trattava di un’intuizione sulle scienze umane. A mio avviso – e questo fa parte di un dibattito che durò per tutto il ventesimo secolo – il grande errore di Freud e dei suoi seguaci più ortodossi fu quello di tentare di diffondere la psicanalisi come scienza, nell’alveo delle scienze naturali. In realtà fa parte delle scienze umane, dello spirito e non stabilisce invarianze rigide, anzi è una forma di sapere che riguarda proprio il contrario – cioè la psiche umana – che è il massimo della varianza e dell’individualità.

Quindi ha come oggetto di studio specifico il massimo potenziale della variabilità.

Con quali atteggiamenti deve dunque l’analista porsi di fronte al paziente e ai suoi vissuti? Certamente saranno utili la disponibilità all’ascolto, un atteggiamento empatico che infonda fiducia nell’interlocutore, la semplicità e la naturalezza del dialogo, l’apertura di un rapporto improntato alla confidenza e alla speranza…. E poi? Questo corredo di competenze clinico-umanistiche può essere nelle potenzialità strumentali di tutti gli analisti o non occorre piuttosto un’intima predisposizione verso ‘l’altro da sé’, una sensibilità raffinata, quella che i latini chiamavano “sapientia cordis”, cioè bontà dell’anima…. In altre parole: non basta essere grandi scienziati, occorre essere soprattutto dei grandi uomini ricchi di sensibilità e benevolenza. Condivide?

Non so se tutti gli analisti possono essere considerati grandi uomini, anche tra loro ci sono piccoli uomini, è un fatto naturale e professionale.

Io provengo dallo Jung Institute di Zurigo dove, in particolare, la direttiva presa da Jung intendeva amplificare una dotazione culturale generale: la denominazione che dà Jung alla sua disciplina –psicologia analitica, a differenza di Freud che aveva parlato di psicanalisi – spiega la genesi come tecnica e specializzazione medica, quindi molto focalizzata sulla guarigione e su certi fenomeni correlati, e poi si amplia invece come psicologia generale. La famosa distinzione del ’68, degli anni della radicalizzazione -“non esiste la malattia mentale”- è anticipata da Jung di una generazione.

Se lei prende in considerazione i venti volumi di Jung si accorge che in realtà solo i primi due si occupano di lavoro clinico, gli altri trattano le scienze umane. All’interno di questo filone la mitologia e la storia delle religioni sono molto importanti perché i miti sono il grande “sogno-sognato” da tutte le epoche e da tutta l’umanità, quindi il prodotto non dell’inconscio individuale bensì di quello collettivo.

Se studiare i nostri sogni ci è utile per capire di cosa abbiamo bisogno, le nostre insoddisfazioni , le nostre ansie e paure perché allora non cercare di intuire cosa cerca il sogno dell’umanità, perchè allora certi grandi miti – personalmente ho ripreso in considerazione il mito di Icaro e dell’uso eccessivo della tecnica, finalizzata come scopo in sé – non possono spiegarci il senso dell’esistenza, la direzione di marcia dell’umanità?

Sostengo da tempo che – da questo punto di vista – Omero sia il più grande degli psicanalisti perché era stato in grado di anticipare in modo narrativo i temi considerati da Freud e da Jung  ma con un linguaggio certamente più poetico. Pensi ad esempio alla descrizione del ping-pong, del palleggio emotivo interiore di Ulisse, con termini evocatori nel linguaggio di allora, reso poi universale.

Per questo la tragedia greca – non solo l’Edipo Re di Sofocle – ma tutti i miti in generale sanno spiegare in termini di complessità e di ricchezza le problematiche della nostra modernità. 

Nel mio libro su Ettore ricordo il gesto di Ettore padre-giusto che eleva il figlio sopra di sé, proprio in modo gestuale, lo innalza e lo affida agli Dei.

Nelle scuole di psicoterapia tutti cercano di attirare nuovi allievi dicendo “vi spieghiamo come approcciare il primo colloquio terapeutico, la tecnica diagnostica ” ma non osano affrontare i grandi temi con altrettanto grandi corsi sulla storia delle religioni e delle mitologie. 

Questo perché i programmi e le direttive che provengono dal Ministero e l’intervento di coloro che ne devono verificare l’applicazione si preoccupano più dei saperi specialistici e dei protocolli formali che di una visione più ampia e colta della professione.

Si è perduta l’anima, lo spirito originario della psicanalisi fondata sulla narrazione e sulla cultura dei miti.

In che modo in particolare le grandi pagine della letteratura e della filosofia aiutano a intuire e leggere, a gettare una luce di conoscenza scientifica e umana comprensione su esperienze soggettive di angoscia, paura, epilessia? Ed è allora possibile che far lievitare la vita interiore, coglierne le sfumature, ci possa aiutare a capire e analizzare le incrinature e le trasformazioni che nascono negli altri-da- noi? Dunque anche la lettura di Proust e la riutilizzazione in chiave terapeutica dei soprassalti emotivi, delle metamorfosi caratteriologiche e comportamentali, quegli squarci sentimentali prevalentemente legati ai ricordi e alle emozioni del passato ci possono aprire a prospettive rivelatrici e clinicamente utili?

Mi vengono in mente due riflessioni, rispetto alla sua domanda. Ecco la prima.

Il XX secolo è quello che semplifica la narrazione che si afferma come industria: la sua icona è Hollywood. Qui non c’è più la tragedia ma il copione già scritto, ad esempio che il buono vince il cattivo.

Io trovo che la narrazione abbia un rapporto diretto con la salute, intesa come salute psichica ma anche come “salus”, salvezza. Ma occorre distinguere.

Il ‘racconto pubblico’ diventa – ad es. attraverso il cinema o  la televisione – un fatto commerciale e risulta molto semplificato; per preservare invece il racconto, in quanto invece esigenza originaria e primaria dell’animo umano e raccontarsi con sincerità – che dentro di me c’è il bene e il male, cioè la nostra complessità e anche la nostra ambivalenza, poiché questa è  la vera realtà umana – come fece per primo Ulisse esitando (entrare o non entrare nella grotta del Ciclope e dimostrando di essere non solo lui o il furbo e l’altro il muscoloso), si inventa il ‘racconto privato’.

La psicanalisi è il sistema che permette di dare un ausilio per rimettere in ordine la propria vita, non in quanto fornisca un ordine interpretativo (“io vado dall’analista, lui mi interpreta tutto e io guarisco”), ma perché dà alla mia vita un ordine narrativo: io raccontando quello che sono e le mie sofferenze, do un ordine alla mia complessità e cerco di dare un senso alle cose. 

La psicanalisi è il perfezionamento del comandamento non mentire: è  un’opera etica, morale, senza preconcetta distinzione tra bene e male. Ovviamente i racconti dei grandi narratori ‘ci sanano’.

La seconda osservazione è relativa al fatto che nel secolo XX la cultura viene impregnata di psicanalisi e – in modo reciprocamente circolare – questa influenza la prima.

Fino all’inizio del 1900 – ad es. la letteratura è descrizione di spazi esteriori, così come la pittura; nel XX secolo – semplificando un discorso complesso – la letteratura diventa descrizione di spazi interiori: Proust, Kafka, Joyce, bastano questi tre grandi nomi per rendere l’idea.

La pittura da figurativa diventa astratta quindi non descrive più lo spazio esterno ma quello interno, dando luogo ad interpretazioni soggettive: la presenza della variabile psicologica non è solo importante ma diventa assoluta. La psicanalisi influenza tutte le arti e ne è influenzata, tanto che il XX secolo è epoca di grandi cambiamenti; diventa – la psicanalisi – una terapia della civiltà e una grande rivoluzione culturale. Alla fine del XX secolo la visione che l’uomo ha di se stesso, grazie alla psicanalisi, è totalmente mutata, producendo risultati ben più irreversibili di certe rivoluzioni storico-politiche. C’è dunque una compenetrazione fortissima tra psicanalisi ed espressione culturale generale, nel secolo appena trascorso.  

Uno dei miei timori è che nel XXI secolo la psicanalisi torni ad essere un’applicazione individuale, in linea con l’individualismo che ci sta dominando.

Si producono pochi saggi culturali sulla genesi e sull’influenza dei miti.

Trovo che la solitudine sia una condizione emotiva tendenzialmente incline a manifestare comportamenti e stati d’animo interessanti dal punto di vista terapeutico. Oltre il dato clinico mi colpisce la trasversalità del fenomeno che riguarda giovani e anziani, ricchi e poveri e che si evidenzia paradossalmente anche nei contesti di socializzazione primaria come la famiglia o la scuola. Nel Suo breve ma intenso libro “La morte del prossimo” Lei afferma che “nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo”. “Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo”.  Quali sono le cause e gli effetti di questo fenomeno così dilagante proprio nell’epoca dell’immediatezza e della potenzialità comunicativa?

C’è  oggi un’esasperazione della competizione, che produce – come fenomeno correlato – sentimenti negativi nel vivere sociale.

Nella nostra vita abbiamo attualmente un eccesso di presenza di tecnica e di economia, dico questo senza con ciò condividere visioni apocalittiche sull’uomo e sul suo futuro.

Mi trovo tuttavia in sintonia con le posizioni espresse dal Prof.  Galimberti, pur tenendo conto delle reciproche specificità professionali, in particolare essendo lui un filosofo ed io uno psicanalista.

Il problema è che se stai troppo ai margini del sistema dominante della tecnica, rischi di essere tagliato fuori.

Individuerei due aree di motivi: uno sociologico, che descrive una società dominata dai mass-medium, e la massificazione che ne consegue e – nello stesso tempo – la tendenza all’individualismo, alla separazione, come reazione ai fenomeni di globalizzazione con un ritorno ai localismi.

Il secondo aspetto è – come ho detto in esordio al mio libro – la tecnologia.

C’è potenzialità comunicativa se è sorretta dai sentimenti, anche se la nostra quantità di affetto è limitata: se la riserviamo al ‘lontano’, ne abbiamo poca per chi ci è vicino.

Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo.

Coloro che vanno dall’analista sono quelli che si accorgono di questi problemi esistenziali e relazioni: in fondo si tratta di una nicchia di consapevoli e privilegiati.

Ma allora, professore, quanto ci interessa la vita degli altri?

Secondo me ci interessa ancora ma ne siamo meno coscienti e lo facciamo passivamente.

Le trasmissioni televisive voyeristiche – quelle dell’America latina sono le peggiori – evidenziano l’aspetto patologico delle relazioni personali, introducendo l’elemento di godimento per la sofferenza degli altri.

Nel Suo libro “Il gesto di Ettore” Lei descrive una sorta di rarefazione della figura paterna come deriva emergente dal contesto familiare contemporaneo. Perché dunque questa società è sempre più orfana dei padri? Quali evidenze emergono dall’analisi delle modificazioni delle tradizionali attitudini e competenze genitoriali? Esiste ancora una tipizzazione del ruolo paterno e di quello materno o ci troviamo di fronte ad ibridazioni nuove?

Ci troviamo di fronte ad ibridazioni nuove come dato di fatto di una fenomenologia sociale esistente e a cambiamenti di ruoli.

Come analista junghiano sono interessato dalle ‘figure psichiche’: l’archetipo paterno – di cui stiamo discutendo- si occupava dell’educazione secondaria. Ciò tuttavia non è solo castrante: il padre non è solo quello di Edipo ma anche quello ‘buono’di Ettore; di fatto è meno presente in casa sia per motivi professionali sia per l’aumento esponenziale dei divorzi nella società occidentale (a New York il dato riguarda il 50% delle famiglie) che espungono dalle mura domestiche più la figura del padre che quella della madre.

Quindi i figli che crescono senza entrambi i genitori avvertono l’assenza fisica e quella simbolica della figura paterna, correlata peraltro al processo di laicizzazione del XX secolo e della religione che non scompare ma  diventa un fatto privato, si pensi alla grande metafora “il padre di tutti che è nei cieli” che sbiadisce, si pensi ancora ai modelli negativi dei ‘padri della patria’ nelle dittature di destra e di sinistra, ai padri del nazismo e del comunismo che tolgono la vita anziché darla e con la loro presenza rovinosa screditano il padre come grande simbolo collettivo.

Non c’è niente di corrispondente ad uno Stalin o ad un Hitler sul piano femminile….

Quindi la figura della madre è più stabile – come dice Neumann.

Trovo allora – nella decadenza della figura paterna un’assenza fisica, un’assenza simbolica e un’assenza del principio normativo di autorità, una mancanza dei ‘maestri’ nell’età dell’iniziazione. Sparendo il padre, cioè la figura normativa, vien fuori l’altra polarità del maschile, che è quella del maschio pre-paterno, animale, competitivo, aggressivo. Ne consegue l’aumento fortissimo della criminalità, specie tra i giovani maschi delle società ricche dell’occidente, privi di modelli paterni e aperti ad apprendimenti ‘orizzontali’ tra coetanei, quello che io ho chiamato il complesso di Lucignolo, che altri non è che il ‘grandiglione’ ripetente che avevamo in classe.

Ecco allora il bullismo e la delinquenza gratuita dei giovani, che si sta radicando nelle società ricche dell’occidente, anche laddove il padre fisicamente c’è ma sfoglia solo la Gazzetta dello sport e il resto sta tutto sulle spalle della madre.

Oltre il dato nativo e genetico – che spiega malattie psichiatriche particolarmente gravi e a volte con risvolti clinici oggetto di studio di altri,  più specifici ambiti di considerazione – come ad esempio la criminologia (mi spiegò il Prof. Francesco Bruno che circa il 70% della popolazione ha potenzialità genetiche di tipo criminale, pur nelle diverse sfumature del termine) perché cresce intorno a noi l’area del disagio comportamentale? Quali sono i fattori che favoriscono questa deriva: sono cause dovute prevalentemente a condizionamenti di tipo sociale o sono tracce già scritte nel nostro DNA, che emergono magari in forma imprevedibile o reattiva?

Rispetto il dato fornito dal criminologo anche se mi sembra un po’ alto e legato alla tradizione lombrosiana. L’archetipo esiste in tutti, sono poi le circostanze individuali e storiche che determinano da che parte del crinale passare.

Sto lavorando ad un libro sugli aspetti maschili più violenti, legati alla scomparsa del padre buono, trovo che sia più decisivo del dato genetico o nativo.

La violenza maschile sulle donne è un fenomeno emergente e senza vergogna, specie quella di gruppo,  in nome di un maschilismo che dimentica la cavalleria come valore: fai fuori l’avversario ma rispetta la donna e il più debole.

Anche questo è un archetipo e io lo ritrovo nel Centauro, che infatti è mezzo uomo e mezza bestia. 

Preferisco dialogare sui potenziali umani: c’ uno studio sulle violenze dello stalinismo che dimostra che il 99% dei torturati, per sottrarsi alla tortura, finiva per accusare un parente o un amico.

Trovo questo disumano e umiliante.

Prof. Zoja, a conclusione di questa intervista vorrei ringraziarLa a nome di tutte quelle persone cui ha fatto del bene, a cui ha rivolto parole di incoraggiamento e di speranza. E’ forse ancora l’alfabeto del cuore quello che riesce a trasmettere le emozioni più forti e a convincerci che tutto sommato – anche soffrendo – la vita merita di essere vissuta e condivisa con gli altri fino in fondo?

Penso certamente di sì. Mi accusano di essere pessimista. Ma nei convegni cui partecipo cerco di far passare proprio questo messaggio: l’alfabeto del cuore.

Un giorno sull’Herald Tribune avevo letto un articolo che ricordava e celebrava un libro di Hans Fallada – romanziere tedesco della prima metà del secolo XX – intitolato “Ognuno muore solo”.

E’ la storia vera di due oppositori ad Hitler, non gli studenti intellettuali di Monaco, ma un operaio e sua moglie casalinga, genitori di un figlio unico, tra i primi morti al fronte. Una storia struggente.

Per far giustizia al figlio, non potendo fare altro, cominciano a scrivere cartoline, mandando a dire che Hitler era un pazzo delinquente. Riescono ad inviare circa duecento cartoline in giro per Berlino, poi vengono individuati e ghigliottinati. 

Questa storia vera – estratta dagli archivi della polizia tedesca – dimostra che qualcuno deve cominciare a fare qualcosa. E’ il discorso della prima pietra. Partire dalle piccole cose, con tenacia e determinazione, con coraggio.

Non solo lanciare la prima pietra ma edificarla.