Viaggio tra gli italiani all’estero

Secondo le stime ufficiali, gli italiani residenti all’estero al primo gennaio 2018 erano più di 5 milioni (5.114.469).

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Articolo estratto dalla rivista “il Mulino” n. 6/18 a firma di Bruno Simili

Secondo le stime ufficiali, gli italiani residenti all’estero al primo gennaio 2018 erano più di 5 milioni (5.114.469). Emigrati o figli di emigrati che hanno raggiunto i quattro angoli del pianeta nel corso dei decenni, sulla scia della grande epopea migratoria che, dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta del secolo scorso, ha visto un gran numero di persone, spesso famiglie intere, lasciare l’Italia alla ricerca di condizioni di vita migliori di quelle che il loro Paese di origine poteva offrire. La crescita economica e le nuove opportunità che si presentarono agli italiani del miracolo economico aveva poco alla volta ridotto quella che un tempo era stata un’ondata di piena. Si pensi che in soli quarant’anni, tra il 1876 e il 1915, lasciarono l’Italia quasi 10 milioni di persone, un dato che allargato a un intero secolo (1876-1975) arriva a superare i 25 milioni tra Europa e Americhe (di cui 11 milioni e mezzo solo per l’emigrazione diretta verso il continente americano).

Si tratta dunque di un fenomeno di lunga durata, accompagnato dalla nascita di vere e proprie comunità di italiani espatriati, che per il loro numero hanno via via attirato anche l’attenzione della politica di casa nostra, spesso in modo non propriamente edificante e con molte polemiche, in particolare in prossimità di un voto politico o di un referendum. In tempi recenti, l’emigrazione italiana all’estero è stata per lo più assente dal dibattito nazionale; almeno fino a quando ha ripreso a salire, a partire dal 2010, quindi un paio d’anni dopo l’esplosione della crisi finanziaria ed economica che ha segnato, e ancora segna, il tessuto socioeconomico del nostro Paese. Da quel momento l’emigrazione è ripartita. Purtroppo, e non solo in Italia, i dati disponibili sui fenomeni migratori sono assai poco uniformi e non sempre del tutto affidabili. Si può considerare il numero complessivo degli italiani residenti in un determinato Paese. Oppure osservare i flussi di coloro che rinunciano a una residenza in Italia in favore di una residenza all’estero. Ma anche in questo caso risulta difficile procedere in maniera ordinata e compiere confronti.

Anche limitandosi ai dati degli iscritti Aire (l’Associazione degli italiani residenti all’estero), l’aumento delle uscite negli ultimi dieci anni è comunque evidente. Nel 2007 si registrano circa 36 mila persone verso l’estero. Un dato che nel 2011 già sale a 50 mila, per superare nel 2017 le 128 mila unità.

A partire da qualche anno, dunque, la dimensione del fenomeno ha fatto sì che di emigrazione italiana si tornasse a parlare, nonostante il dibattito nel frattempo si sia concentrato prevalentemente sugli arrivi, dunque sugli immigrati, anziché sulle partenze. Ma se di emigrazione si è ricominciato a parlare lo si è fatto soprattutto in termini di «fuga dei cervelli». E soprattutto in relazione alla fasce più giovani della popolazione. Non a caso: da un lato infatti la disoccupazione giovanile è cresciuta enormemente (passando dal 20,3% nel 2007 al 37,3% nel 2013, per poi ridiscendere un poco verso valori che oggi si attestano intorno al 33%), e al suo interno è cresciuta la cosiddetta disoccupazione intellettuale. Dall’altro lato, tra chi lascia il Paese cresce la quota dei più istruiti: se nel 2005 gli emigrati laureati erano il 15%, tra il 2013 e il 2016 essi hanno raggiunto il 24%, un dato che tocca il 30% se si guarda alla fascia di età 25-44 (e oltre il 35% considerando solo le donne). Dunque cresce il numero di italiani che lasciano il Paese – un fenomeno il cui allarme, tuttavia, secondo alcuni andrebbe ridimensionato osservando tendenze analoghe in altri Paesi europei – e cresce in proporzione il numero di chi ha alle spalle un percorso formativo più lungo e qualificato. Tuttavia, questa visione dell’emigrazione italiana contemporanea rischia di lasciare in ombra tutti gli altri, coloro che hanno lasciato il Paese con in tasca un diploma o, in non pochi casi ancora oggi, la sola licenza media.

Sulla scorta del Viaggio in Italia pubblicato lo scorso anno, questo Viaggio tra gli italiani all’estero cerca di dare uno sguardo il più possibile d’assieme di un fenomeno che, come si è detto, è assai variegato, difficile da cogliere e molto spesso presentato per stereotipi. Entrambi i Viaggi sono uniti dal proposito di descrivere l’Italia e gli italiani cercando di rendere il senso di una realtà piena di sfaccettature, che non si lascia ridurre a semplici contrapposizioni. La nuova emigrazione tocca tutti da vicino. Sia perché, come ci ricorda Maddalena Tirabassi, «più o meno direttamente tutta la popolazione italiana ha avuto un’esperienza migratoria e più o meno chiunque di noi oggi conosce – perché parente, amico, collega, compagno – qualcuno che ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi all’estero». Sia perché non si può trascurare la decisione di vivere altrove presa da un numero crescente di persone che, in ragione della loro età, dovrebbero costituire l’architrave del Paese in cui sono nati. Non è soltanto la tanto citata «fuga dei cervelli» che viene analizzata in questo volume. Ma più in generale una nuova emigrazione – o, se si preferisce, una diversa e più vivace mobilità, quella di cui ci parla qui Piero Bassetti, con uno sguardo meno pessimistico – spesso non caratterizzata da lavori altamente qualificati che coinvolgono però anche persone con un livello di istruzione medio-alto.

Quella del «Mulino» è una tradizione di analisi, che anche in questo volume – un monografico che segna il numero 500 della rivista, uscita senza interruzioni a partire dal 1951 – viene confermata grazie al lavoro di alcuni dei principali esperti di emigrazione italiana. Dopo l’introduzione affidata a Enrico Pugliese, una prima parte di contributi, aperta dalla lettura storica di Maddalena Tirabassi, analizza nelle sue diverse sfaccettature l’emigrazione italiana contemporanea. Una terza parte presenta le diverse forme di autonarrazione (nel secolo del grande esodo, quando si scrivevano lettere e memorie, spesso senza alcuna consapevolezza che un giorno qualcuno le avrebbe lette; in questi anni Duemila, ricorrendo ai social network e ai blog, consapevoli viceversa che un pubblico ci sarà comunque) e ripercorre alcune forme di racconto cinematografico dell’emigrazione italiana.

Del tutto nuova nell’impostazione è invece la seconda parte. Suddivisi per area geografica – e preceduti da un breve capitolo di inquadramento delle caratteristiche migratorie nei diversi Paesi – quaranta italiani che hanno scelto di vivere all’estero si raccontano in altrettante storie autobiografiche. Le motivazioni all’origine del trasferimento, l’arrivo, la ricerca di una casa e di un lavoro, le difficoltà con la lingua, i primi contatti con la comunità ospitante, il processo di inserimento e l’evoluzione del percorso migratorio, i rapporti con l’Italia e la famiglia di origine sono solo alcuni dei temi che ciascuno di loro tratta nel riportare la propria esperienza migratoria. Sono storie anche molto diverse, ognuna speciale a suo modo, dove abbiamo cercato di comprendere il maggior numero possibile di casi, raggruppandoli per Paese di destinazione in base alle mete preferite in Europa, ma anche considerando alcuni Paesi europei di nuova emigrazione e, naturalmente, l’emigrazione extraeuropea.

Nel raccogliere le varie testimonianze si è scelto di includere più livelli di formazione e professionalizzazione. Ogni contatto è stato preceduto da diversi scambi di mail e messaggi e da vari colloqui. Anche per noi, come è per loro nei rapporti con i parenti rimasti in Italia, l’aiuto di Skype e WhatsApp è stato fondamentale. Non sempre è stato facile darsi un appuntamento: chi lavora in un ufficio più spesso riusciva a trovare una mezzora di tempo lungo la giornata. Chi lavora in un cantiere o nella ristorazione, viceversa, il più delle volte preferiva un colloquio di prima mattina o a tarda sera. In qualche caso abbiamo disturbato le persone nella loro intimità familiare – e di questo ancora una volta ci scusiamo – in altri durante una pausa nel turno di lavoro.

A ogni modo, da tutti abbiamo ricevuto una grande disponibilità. All’inizio non lo davamo per scontato: mettere in pubblico la propria vita, seppure per sommi capi, soprattutto accettando di raccontare non solo i successi e le soddisfazioni ma anche le difficoltà e i fallimenti, non è facile. Ci sono infatti storie di crescita, altre di arretramento. Storie nate in base a nuovi, forti legami affettivi, altre decise in base a un promettente percorso professionale. Qualcuno, dopo un’esperienza più o meno lunga all’estero, è rientrato in Italia. Ma per quasi tutti la vita ha preso una strada che poco alla volta li ha allontanati dal Paese in cui sono nati e cresciuti. La loro scelta, il più delle volte definitiva e il più delle volte motivata da difficoltà riscontrate in Italia a trovare un’occupazione degna, a costruire un proprio percorso famigliare, è un segno da prendere molto sul serio – ci pare – di un declino italiano che, per essere arrestato, richiederebbe una visione che possa ridare fiducia nel futuro. Quel futuro che in tanti oggi scelgono di cercare altrove.