Virus e rivoluzione digitale hanno accelerato il tramonto dello Stato-Nazione. Nell’era della nuova globalizzazione non abbiamo imparato a divorziare dal passato

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di Giuseppe Terranova

L’autore, docente di universitario di geografia politica, prende spunto anzitutto da due importanti lavori, rispettivamente di Piero Bassetti e Massimo Russo, per affrontare la questione del “glocalismo” nei suoi risvolti più impegnativi e complessi.

Con la pandemia l’umanità è entrata in un mondo nuovo, ma con i vecchi strumenti di gestione del potere. A chi vada attribuita la funzione di innovarli è un interrogativo al quale non ci si può sottrarre, osserva Piero Bassetti nel suo ultimo libro Lo Specchio di Alice (Guerini & Associati, 2020, pagg. 192). Questo invito del Presidente dell’Associazione “Svegliamoci Italici” è stato idealmente raccolto da Massimo Russo, autore di Statosauri. Guida alla democrazia nellera delle piattaforme (Quinto Quarto editore, 2021, pagg.205).

 

I due autori non si conoscono, ma a leggerli si ravvisa un comune sentire, sia pur scontate le differenze di stile, di metodo e di approccio alla tematica. Il loro incontro ideale è un’ottima notizia per chiunque abbia a cuore (come hanno rilevato da queste colonne Lucio D’Ubaldo e Umberto Laurenti) la ricerca di un nuovo umanesimo che consenta di individuare la cassetta degli attrezzi per orientarci in quella che gli americani definiscono the new normal. Piero Bassetti e Massimo Russo hanno inaugurato quella che potremmo definire una fucina delle nuove idee che può contribuire a rispondere all’attuale richiesta di innovazione culturale e politica su scala globale, a partire dal Vecchio Continente, come ha sottolineato lo scorso 9 maggio il Presidente del Parlamento Europeo nel suo discorso in apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa.

 

Sono almeno due gli assi concettuali sui quali entrambi gli studiosi convergono nella loro indagine su quel che sarà il futuro prossimo venturo.

 

Il primo: il virus e la rivoluzione digitale hanno accelerato il tramonto dello Stato-Nazione.  Non un cambiamento epocale, ma un cambio d’epoca. Si assiste al passaggio dal vecchio ordine vestfaliano, basato sui princìpi eleatici dello stare (e dello Stato) al nuovo ordine glocale, incentrato sul concetto eracliteo del tutto scorre. Insomma, dall’era dei territori a quella delle piattaforme. Un concetto, quest’ultimo, che Massimo Russo confessa di avere sentito esprimere per la prima volta cinque anni fa durante un’intervista all’ex Primo Ministro israeliano, Premio Nobel per la Pace con Yasser Arafat, Shimon Peres: “La crisi non appartiene solo a questarea, è mondiale. Le nostre istituzioni sono state costruite per lera della terra e dei confini. Ma nellepoca di internet si può crescere senza conflitto. Il problema è che non abbiamo ancora divorziato dal passato. Si è chiusa lepoca dei territori e si è aperta quella della scienza. La conoscenza oggi permette di diventare grandi senza bisogno della guerra”.

 

Peres guardava in particolare a quelle che definiva piattaforme, le grandi aziende internet cresciute dal 2000. Perché, come scrive anche Piero Bassetti, il rapporto tra sapere e potere, come quello tra globale e locale, in un’epoca profondamente innovata si è separato dalla prassi delle istituzioni consolidate. La perdita di fiducia e di stima nei confronti della politica, in questo senso, è giustificatissima. Fanno più politica a Google, Microsoft o nei laboratori di life sciences che riprogettano il genoma e quindi il vivente, rispetto a un presidente degli Stati Uniti che, sì, può dare una mano, ma dove vada la storia del suo Paese non è lui a deciderlo.

 

Lo stesso vale, ad esempio, in ambito finanziario: il caso Gamestop, oppure il boom delle criptovalute, dimostra lo strapotere degli influencer, forse non competenti ma potenti, rispetto alle tradizionali istituzioni che governano i mercati internazionali. Tant’è che come ha ricordato Massimo Gaggi (Finanza Usa in balìa degli influencer, “Corriere della Sera”, 21 maggio, 2021), l’arcigna authority che sorveglia le Borse americane e sanziona chi viola le regole, preoccupata dalle controindicazioni dei consigli di investimento da parte degli influencer, ha pubblicamente dichiarato: “Non è mai una buona idea investire in uno strumento finanziario solo perché qualche personaggio famoso lo sponsorizza”. Non la pensa così un numero crescente di investitori privati che scommettono sul disruption power degli influencer, cioè sulla loro capacità di sovvertire paradigmi consolidati, a discapito dei tradizionali professionisti della materia.

 

Il secondo: in questo mondo nuovo, la globalizzazione, contrariamente a quanto sostenuto da più parti, non è morta, ma è entrata in una nuova fase evolutiva che Piero Bassetti definisce glocale perchè vede il rafforzamento della correlazione tra la sfera del locale (es. la città) e la sfera del globale (es. le comunità transnazionali). Le caratteristiche di questo passaggio sono diverse, ma tutte concordi nei loro effetti: la velocità del processo e la sua portata stanno aumentando.Perché l’epoca delle piattaforme ha ridefinito gli stessi concetti di spazio-tempo.

 

Le comunità non sono solo più geografiche, ma aggregate secondo funzioni e interessi transnazionali e trans-territoriali. Slegate sovente da ogni dimensione di prossimità, ma riorganizzate invece secondo le passioni.

 

Se non ci credete, scrive Massimo Russo, “trascorrete mezzora su Twitch, la piattaforma video acquistata da Amazon, a osservare i vostri figli o i vostri nipoti che guardano chi gioca. Imparerete una serie di termini che sembrano inglese, ma che nel contesto del gioco hanno tuttaltro significato: «Tac!», «Turtling», «Mansion», «Slip Stream», «Full send!», «A chug splash!». Ascoltate la neolingua-esperanto globale che hanno inventato gli adolescenti per comunicare attraverso i continenti e commentare i passaggi più arditi di un videogioco come Fortnite.

 

Secondo Piero Bassetti, tra tutte le comunità globali, quella con caratteristiche culturali spiccatamente attrattive sembra essere quella italica. L’aggettivo stesso vuole includere semanticamente quello di italiano, che è riferibile alle logiche territoriali dello Stato-nazione. Occorre, tuttavia, andare oltre il dato storico dell’emigrazione italiana nel mondo, al fine di cogliere un’identità globale italica fondata su una mentalità, un gusto e una visione della vita che si esprimono non soltanto in un modo di parlare, di mangiare e di vestire, ma anche di rapportarsi agli altri, di condurre affari e di riconoscersi in un certo tipo di arte e cultura. Si tratta, in altri termini, di una community di esperienze e ideali che accomunano tutte quelle persone che abbiano una radice italiana o che sappiano apprezzare la storia e la cultura italiane. Riconoscersi in questa comunità non implica la rinuncia alle proprie identità e appartenenze nazionali. Bensì è un invito a trascenderle, aggiungendo alle realtà di cui ciascuno fa parte, con la sua cittadinanza, anche una seconda appartenenza, più ampia e arricchente. Caratteristiche che rievocano da vicino quel concetto di pluri-identità teorizzato da Amartya Sen (Multiculturalism, unfolding tragedy of two confusions, Financial Times, August, 21, 2006).

 

È di tutta evidenza che questi processi di ibridazione, di creazione e irrobustimento delle comunità globali siano stati accelerati dalla pandemia e dalla rivoluzione digitale che stanno cambiando le prassi in ogni ambito della vita. Hanno condotto al tempo zero che rivoluziona i processi decisionali perché la velocità infinita è difficile da governare, hanno alterato il concetto di spazio, hanno cambiato il modo di relazionarsi, hanno posto in forma nuova il problema della prossimità e della convivenza. Tracciare e inseguire il virus, individuare un hacker oppure decrittare un generatore automatico di fake news sono compiti da guerra di movimento, non di posizione.

 

È uno scenario che indebolisce le tradizionali frontiere della geografia fisica e politica. Per dirla con Parag Khanna (Connectography, Fazi Editore, 2016, pagg. 610), che non a caso Piero Bassetti e Massimo Russo citano: “letà dellorganizzazione del mondo secondo lo spazio politico (il modo in cui legalmente suddividiamo il globo) sta cedendo il passo alla sua organizzazione secondo lo spazio funzionale (il mondo in cui lo usiamo). In questa nuova era il mondo de iure dei confini politici sta per essere sostituito dal mondo de facto delle connessioni funzionali”. Per tale ragione, come ha osservato Hans Köchler (Co-existence of civilizations in the global era, Glocalism Journal, 2020), una delle maggiori sfide del nostro tempo sarà la necessità per le comunità globali di concordare un insieme di meta-valori sulla base della reciprocità ai fini di una nuova governance globale.

 

Da questo punto vista il rigurgito neopopulista e sovranista su scala internazionale non stupisce né Piero Bassetti, né Massimo Russo. Per la semplice ragione che la storia dimostra che i grandi processi di modernizzazione, e quindi di cambiamento, non sono mai win-win: ci sono vincenti e perdenti. Si pensi ai luddisti che scesero in strada per protestare contro la macchina a vapore oppure agli amanuensi che si batterono contro la macchina da stampa a caratteri mobili di Gutenberg che in un giorno produceva quello che fino a poco tempo prima avrebbe richiesto mille giorni di scrittura a mano. Entrambi gli autori hanno contezza che questo cambio d’epoca accentuerà, soprattutto in Occidente, i conflitti tra due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione dell’analista britannico David Goodhart (The road to somewhere, Penguin Edition, 2017, pagg. 263).

 

Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese a tutela per lo più dei loro interessi: ad esempio, sottolinea David Goodhart, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati (Borjas G, We wanted workers, Norton&Company, pagg.240). È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa sfida epocale, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più convinto all’eterogenea galassia di capi-popolo che dal 2016, anno del clamoroso sì alla Brexit, esce vincente dalle urne occidentali (G. Bolaffi – G. Terranova, Populismi e Neopopulismi europei, GoWare, 2014, pagg. 220).

 

Un problema complicato dal fatto che, per richiamare un tema affrontato nel 1983 dall’economista Premio Nobel Wassily Leontief, i left behind, il popolo degli esclusi dai processi di innovazione e dalla mobilità transnazionale, non sono come i cavalli che all’avvento dei trattori si fecero mettere da parte fino a scomparire dall’agricoltura moderna in silenzio e senza protestare. Ma proprio per questo la fucina delle nuove idee, prodotto dell’incontro virtuale tra Piero Bassetti e Massimo Russo, è meritoria, va alimentata e sostenuta per accelerare la ricerca di quella cassetta degli attrezzi indispensabile per orientarci in questo mondo nuovo.