Vivere in epoche diverse sullo stesso pianeta

Il negazionismo che si oppone alle evidenze razionali della scienza e dell'impresa tecnica

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In questo lungo, interminabile anno di  terrore pandemico che ha cambiato la nostra vita siamo stati talmente assorbiti dalle vicissitudini ubiquitarie del nostro pianeta, minacciato dai pericoli della sostenibilità ambientale e del big crash dell’estinzione globale che credo in pochi abbiano alzato gli occhi al cielo per scrutare i misteri della volta celeste. Avvicinandosi un Capodanno mesto in cui non ci sarà nulla da festeggiare ma solo coltivare la  speranza di affidare i nostri destini alla scienza e ai vaccini, mi è capitato di ripensare al  1° gennaio 2019 quando, alle 6.33  la sonda spaziale della NASA  New Horizons aveva raggiunto in fly by  “Ultima Thule” , il corpo celeste n° 486958 – 2014 MU69, appartenente alla “fascia di Kuiper”, ai confini del sistema solare e a 6,5 miliardi di km dalla Terra, inviandoci foto a 10.000 pixel che arrivavano insieme a segnali tecnici attesi dalla missione al Centro Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University, viaggiando alla velocità della luce, in 6 ore e 25 minuti. 

Non si parla più di questo viaggio nell’universo per raggiungere l’ultimo corpo celeste del sistema solare: è assai probabile che terminata la sua missione, New Horizons seguirà le sorti delle sonde Voyager 1 e 2, esplorando l’eliosfera esterna, l’elioguaina e l’eliopausa, che potrebbe raggiungere nel 2047. Si sa per ora che la New Horizons non supererà mai le sonde Voyager, anche se è partita più velocemente dalla Terra, per via della fionda gravitazionale data dai sorvoli ravvicinati di Saturno e Giove. Poco importa che di Ultima Thule nel sorvolo più ravvicinato di New Horizons sia giunta alla NASA l’immagine inusitata di un corpo celeste a forma e colore di tartufo: sono moltissime le informazioni ricevute che gli scienziati studieranno nei prossimi anni per ricostruire la storia dell’universo. Ricordo quell’evento, che in un certo senso celebrava le potenzialità della scienza e la forza illuminante della competenza, perché da una notizia di stampa avevo appreso proprio in quel periodo che una studentessa universitaria aveva presentato per il dottorato di ricerca una tesi che dimostrava che la Terra è piatta ed è il Sole che le gira intorno.

Questa polarizzazione siderale di punti di vista e di rappresentazioni del mondo mi aveva colpito. Eppure a distanza di due anni se dovessi misurare il proselitismo di questi ‘opposti’ che non si toccheranno mai – affidandomi all’enfasi delle opinioni crescenti in una comunicazione massmediale che sembra prediligere le mere, inverosimili opinioni  e il paradosso rispetto alle evidenze dimostrate-  riscontrerei forse che mentre la maggioranza dell’umanità confida saldamente nel progresso della scienza secondo le conquiste tramandate nel corso della Storia, monta un’onda esponenziale di negazionismo e di diffidenza che sta tra il nichilismo acritico e l’empirismo minimalista e senza costrutto logico: è noto infatti che il “terrapiattismo” è una credenza cresciuta non tra gli eredi degli aborigeni ma ancor più in quel Paese – gli USA – che ha scommesso il futuro dell’umanità puntando le sue fiches nella ricerca spaziale.

Due rappresentazioni del mondo inconciliabili eppure compresenti, oggi.

La mitologia sull’Ultima Thule è ricca di un fascino antico che risale addirittura al 330 a.C. quando il navigatore greco Pitea parlò nel suo diario di viaggio di un’isola di fuoco e ghiaccio ai confini del mondo.

Ma anche Tacito e poi Virgilio citarono questo luogo misterioso ora come punto estremo dei confini della Terra, ora come indefinito e indefinibile punto oltre l’umano terrestre intelligibile.

Dalla mitologia più remota alla storia antica fino alla ricerca astrofisica e spaziale dei nostri giorni il fascino dell’”Ultima Thule” ha sempre rappresentato l’idea immaginaria dell’estremo conoscibile, di un punto di non ritorno, una sorta di materializzazione dell’infinito per porre un limite al noto e allo stesso ignoto.

A molti di noi in una notte d’estate è capitato di essere incantati dal cielo scuro illuminato da una infinita presenza di luci puntiformi, con un senso di profondità e di lontananza che ci faceva scrutare quello spettacolo, affascinati da tanta bellezza e da tanto mistero.

Ma la vita in fondo è sempre stata una grande alchimia di opposti e di contrari e nell’universo ha trovato posto ogni congerie di pensieri e “pensatori”. Qualcuno si è fermato al VII secolo d.C. e all’applicazione letterale del libro di un profeta, altri praticano la cultura Amish rinunciando ai vantaggi del progresso, gli evangelici ortodossi negano la teoria dell’evoluzione di Darwin. 

Scienza e religione coesistono in un mix millenario di superstizioni, prove, invenzioni, scoperte, diatribe, eresie. Tra la terra e il cielo c’è una lunga teoria di contraddizioni irrisolte: sta all’uso del pensiero critico e all’evidenza della realtà dimostrata consentirci di acquisire certezze scientifiche che ci permettano di dare ordine alle cose, di credere nel progresso e nell’evoluzione delle teorie, che altro non è che l’anticamera della nostra libertà di scegliere.

Noi europei ed occidentali abbiamo a poco a poco separato la scienza dalla religione: abbiamo avuto il Rinascimento, Leonardo, Galilei, Keplero, Copernico, Newton, Hume, Einstein, Marconi, Fermi, Popper. 

Credo – in estrema semplificazione – che la nostra etica della conoscenza si fondi su due idee: la fiducia nell’uomo e nelle sue potenzialità e il desiderio di migliorare il presente “guardando oltre”. 

Sempre partendo dal “dubbio”, agendo per prove ed errori.

Tesi, antitesi e sintesi non sono astrazione teoretica ma metodo del pensiero.

Dovremmo applicare lo stesso principio alla coesistenza sul pianeta di modi di vivere diversi dal nostro: il bene e il male sono ubiquitari, come le guerre, le dittature, i genocidi. 

Anche se mi riesce difficile accettare che qualcuno sostenga – anche in convegni internazionali, veri rassemblement di superficialità antiscientifiche-  che la Terra sia piatta, una tavola senza un diritto e un rovescio, un inizio e una fine,  senza un confine all’orizzonte raggiunto il quale si cade inevitabilmente nel baratro del nulla.

Come ebbe a dire Max Weber  richiamando le regole del pensiero critico e  la forza della ragione, si impone una risposta: “Non posso far diversamente e da qui non mi muovo. Non importa, continuiamo”.

Questo è l’insegnamento che dobbiamo trarre dalla Storia e dalla Scienza per fronteggiare il negazionismo crescente, che si tratti di Olocausto, di sfera terrestre o di vaccini. Chi ripudia la Scienza privo di argomentazioni la rende indispensabile per metter ordine nel guazzabuglio delle opinioni irrazionali.

Questo empirismo sensoriale e lo svincolo dall’impresa scientifica e tecnica producono- ricordo le parole di Giulio Giorello – “il fenomeno dell’ abbandono dello spirito critico”. 

Non consistendo tuttavia la civiltà nell’annullamento delle credenze altrui ma nell’accettazione della diversità come valore,  le ipotesi emergenti nei vari contesti rendono attuali epoche diverse della storia, abitando contemporaneamente, oggi,  lo stesso pianeta.

Ciò non significa rinunciare alla nostra identità culturale nel mondo definito “globale”: la Terra è tonda, se Dio vuole, e oggi più che mai, visti i pericoli incombenti per un’umanità impreparata e distratta, l’esplorazione del cosmo ci affascina e ci aspetta.