Voglia di Pace: separare il grano dal loglio.

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“La vera posta in gioco della guerra di Putin – dice Dellai – è proprio questa: superare la crisi strutturale delle democrazie liberali e della globalizzazione tornando al deserto delle autocrazie e dei nazionalismi imperialisti, oppure ricercare una rotta nel mare aperto di quel Nuovo Umanesimo – che, solo, può rigenerare la democrazia in Occidente e nel Mondo – di cui parla Francesco?”.

Il tempo, alla fine, aiuta inesorabilmente a distinguere il grano dal loglio. Vale anche – ormai siamo al quarto mese – per la guerra di Putin contro l’Ucraina. Il tempo non cancella del tutto le tracce: semplicemente basta volerle vedere. E le sementi del loglio – nemiche di quelle del grano – sono evidenti nelle cronache dei pregressi rapporti tra il regime di Putin e molti movimenti politici “anti sistema” in Italia, in Europa e non solo.

Ci si meraviglia giustamente di Salvini. Ma sappiamo che non è il solo. Il setaccio del tempo, in ogni caso, separa ormai con abbastanza evidenza, per chi la vuole vedere, il “grano della vera voglia di Pace” dal “loglio del malcelato putinismo”. In Italia, in Europa e nel Mondo. Confondere il grano col loglio è tradimento di verità e suicidio di futuro. Chi parla di Pace col linguaggio biforcuto dell’invasore non è la soluzione: è parte del problema e mina alla radice ogni possibilità di una Pace giusta e dunque possibile e duratura.

La Pace non è “resa al più forte”. Per questo non può esistere “utopia di Pace” senza “Utopia di Libertà e di Giustizia”. Lo scarto tra queste tre utopie misura oggi il vero dramma delle Democrazie, l’impotenza della Comunità Internazionale, lo smarrimento delle culture politiche democratiche. Non è solo questione di apparati governativi, ma anche di sentimenti popolari. Da un lato, in Occidente, abbiamo smarrito il senso della “memoria storica”. La Storia ha smesso di insegnare: viviamo in un presente senza ricordi e senza visioni di futuro. Abbiamo colpevolmente rimosso i passaggi drammatici che ci hanno consentito di “vivere in democrazia”. E anche gli effetti nefasti che l’iniziale pavida titubanza verso il despota di turno ha imposto all’Europa. E l’impoverimento dei nostri ceti medi e medio bassi che la globalizzazione “non governata” ha comportato in questi decenni, ci ha fatto dimenticare che la nostra stessa ricchezza deriva dalla nostra Democrazia e dalla scelta Europea ed Atlantica.

Dall’altro, accettiamo senza particolare patema d’animo la dissociazione totale tra “morale” e “politica”. È il frutto di una secolarizzazione che ha prodotto valori preziosi di libertà e di laicità, ma ha affievolito la percezione comunitaria del “senso vero e ultimo” delle cose. Morale e politica non possono coincidere al cento per cento: la laicità della politica – in ispecie a livello internazionale – é garanzia di superamento di ogni fondamentalismo. Lo vediamo nei regimi islamisti e lo vediamo a Mosca, nell’alleanza blasfema tra “trono e altare”, in chiave nazionalista, tra Putin e Kirill. Tuttavia, quando esse si separano totalmente, lasciano campo libero al cinismo opportunista; alla ammirazione della logica del “più forte”; alla domanda che spesso echeggia nei nostri bar: perché dobbiamo fare sacrifici per Kiev? Che ne viene a noi?

L’Europa e l’Occidente navigano, perigliosamente e spesso confusamente, tra Scilla (testimoniare concreta e coerente solidarietà umanitaria, politica e militare all’Ucraina) e Cariddi (cercare, alla fine, di farla finire con Putin “a tarallucci e vodka”). E cosi, anche il valore fondamentale della Pace (che come cristiano e come cattolico-democratico avverto come essenziale nella mia formazione personale e culturale) viene immiserito in un dibattito tutto domestico ed ipocrita, incapace di capire ciò che sta avvenendo veramente in Ucraina e dintorni; collocato lontano mille miglia dai processi storici che si stanno avviando; usato anche talvolta come copertura di una sostanziale affinità con Putin e con la sua visione del mondo e della società.

È un modo inaccettabile di mescolare, appunto, il grano con il loglio. Non mi è dato di sapere se Salvini, uno degli ambasciatori ufficiosi in Italia di Putin, aveva veramente concordato i suoi traffici irresponsabili con qualche autorità della Santa Sede. La Storia – sempre la maledetta Storia – ci dice che talvolta può anche accadere. Quello che so è che il messaggio di Pace di Francesco non può in nessun modo essere rivendicato per legittimare fiancheggiamenti di questo tenore.

Francesco sa bene – lo ha detto e lo ha scritto in molte Lettere Encicliche – che la Pace passa da un Nuovo Umanesimo che si fa Libertà, Giustizia, Solidarietà e Fratellanza, non “intelligenza” interessata con i violenti e gli usurpatori. Se qualcuno intende far finire questa guerra “a tarallucci e vodka” – umiliando l’Ucraina; gelando le speranze di tante nazioni dell’est europeo che speravano in una prospettiva di liberazione da ogni “impero”; dando un segnale micidiale alle tante Nazioni del Mondo oggi difronte al bivio “democrazia o autocrazia” – non lo può certo fare nel nome di Francesco e dei valori cristiani.

Anche per questa ineludibile esigenza di chiarezza, auspico sinceramente che vi sia un sussulto di coscienza e di responsabilità in quella parte del pacifismo italiano (cattolico e non) che sa e può, appunto, distinguere il grano dal loglio. La vera posta in gioco della guerra di Putin è proprio questa: superare la crisi strutturale delle democrazie liberali e della globalizzazione tornando al deserto delle autocrazie e dei nazionalismi imperialisti, oppure ricercare una rotta nel mare aperto di quel Nuovo Umanesimo – che, solo, può rigenerare la democrazia in Occidente e nel Mondo – di cui parla Francesco?

Non esistono terreni neutrali o congetture di equidistanza. Chi crede alla seconda prospettiva, deve essere consapevole che il criminale azzardo di Putin va sconfitto. Punto. E va fatto – purtroppo, temo, andava fatto – prima che si avveri il famoso detto “Dum Romae consulitur, Saguntum espugnatur”. Questa volta, noi siamo – assieme – Roma e Sagunto. Perché nessuno può disconoscere che l’attacco alle democrazie e alla Pace di tutti sia lucido, evidente, perfino dichiarato da tempo. 

Speriamo che il “ventre molle” della maggioranza di governo italiana non metta in crisi la linea di Draghi e Mattarella. E speriamo che le pulsioni talvolta imperscrutabili di Parigi e Berlino (finora a quanto pare gestite con saggio equilibrio dal nostro Premier) non puntino a far emergere l’idea di una sorta di “Pace separata” con Mosca. Una larga parte di Paesi dell’Est Europa potrebbe a quel punto cedere al ricatto di Mosca, oppure riconoscersi al contrario in una sorta di nuova alleanza a guida anglo-americana, di fatto diversa da quella euro-atlantica. Sarebbe una prospettiva dai contorni inimmaginabili e non certo positivi per il nostro futuro.

Post Scriptum

Leggiamo che il nome del Patriarca di Mosca è stato tolto in extremis dalla lista dei personaggi del regime russo oggetto delle sanzioni. Su questo punto l’ha spuntata Orban, col suo costante potere di ricatto. Il sodale del Cremlino ringrazia. Dio – che pure è misericordioso – non credo sarà cosi magnanimo con Kirill. Ma questa è altra storia.