XLI Anniversario del ritorno al Padre di Giorgio La Pira

L’oc­chio di La Pira verso l’uomo rifletteva lo sguardo del Si­gno­re verso ciascuno di noi

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Articolo già apparso, in occasione dell’anniversario della morte di Giorgio La Pira il 5 novembre 197, sulle pagine di www.lademocraziacristiana.it a firma di R. Paolucci

Fi­ren­ze ama il suo gran­de sin­da­co, Gior­gio La Pira, in oc­ca­sio­ne dell’an­ni­ver­sa­rio del suo ri­tor­no al Pa­dre ( 5 no­vem­bre 1977), lo com­me­mo­ra con una se­quen­za di ma­ni­fe­sta­zio­ni, ini­zia­te do­me­ni­ca 4 no­vem­bre con la mes­sa dei po­ve­ri di San Pro­co­lo. Isti­tui­ta da Gior­gio La Pira nel 1934 nel­la pic­co­la chie­sa, la mes­sa ven­ne suc­ces­si­va­men­te tra­sfe­ri­ta nel­la più am­pia Ba­dia Fio­ren­ti­na.

Ieri 5 no­vem­bre la Ce­le­bra­zio­ne Eu­ca­ri­sti­ca si è svol­ta nel­la Ba­si­li­ca di San Mar­co, dove pro­pria­men­te ri­po­sa­no le spo­glie del sin­da­co di Fi­ren­ze dal 1951 al 1957 e dal 1961 al 1965. Ho par­te­ci­pa­to alla mes­sa in­sie­me al caro ami­co Pie­ro Cio­ni, pro­fes­so­re di me­di­ci­na in­ter­na e già pri­ma­rio di me­di­ci­na al com­ples­so di San Luca dell’ospe­da­le re­gio­na­le di Ca­reg­gi. Pie­ro che è fio­ren­ti­no doc, è per­so­na di gran­de spes­so­re uma­no, ol­tre che pro­fes­sio­ni­sta se­rio e con il qua­le con­di­vi­do la mia, anzi la no­stra pas­sio­ne po­li­ti­ca, di vec­chi de­mo­cra­ti­ci cri­stia­ni po­po­la­ri. Ma tor­nia­mo alla Chie­sa di San Mar­co e al suo con­ven­to. Il ri­fe­ri­men­to sto­ri­co è evi­den­te: la ba­si­li­ca ven­ne co­strui­ta da Co­si­mo il vec­chio dè Me­di­ci nel 1437, data in cui ven­ne de­ci­sa la ri­strut­tu­ra­zio­ne di tut­to il com­ples­so chie­sa con­ven­to. L’ope­ra fu af­fi­da­ta a Mi­che­loz­zo, men­tre del­la de­co­ra­zio­ne del­le pa­re­ti si in­ca­ri­ca­ro­no Bea­to An­ge­li­co e Be­noz­zo Goz­zo­li (vo­glio an­che ri­cor­da­re che nel 1808, quan­do Na­po­leo­ne Bo­na­par­te ven­ne di­chia­ra­to an­che re d’Ita­lia, poi­ché ave­va in­ten­zio­ne di al­lar­ga­re la piaz­za, ave­va avu­to l’idea di ab­bat­te­re la ba­si­li­ca, ma si fermò quan­do gli ven­ne ri­cor­da­to che era­no pre­sen­ti gli af­fre­schi di Bea­to An­ge­li­co e Be­noz­zo Goz­zo­li..). Il co­sto di tut­ta la ri­strut­tu­ra­zio­ne e co­stru­zio­ne, a ca­ri­co di Co­si­mo il vec­chio, fu di ben 4000 fio­ri­ni d’oro. Que­sto ri­fe­ri­men­to mi in­tro­du­ce in un di­scor­so più am­pio dell’uso del de­na­ro in un’epo­ca in cui le per­so­ne do­ta­te di gran­di ta­len­ti nel cam­po ar­ti­sti­co ve­ni­va­no in­gag­gia­te per rea­liz­za­re le loro gran­di qua­lità pro­fes­sio­na­li. Era il pie­no di­spie­ga­men­to di quel­lo che oggi vie­ne chia­ma­ta “eco­no­mia rea­le”, quel com­ples­so di at­ti­vità e di ope­re che sono al ser­vi­zio del­le per­so­ne e che si chia­ma­no an­che beni co­mu­ni.

San Mar­co è nota an­che per l’al­lo­ra ar­ci­ve­sco­vo di Fi­ren­ze An­to­nio Pie­roz­zi, di­ve­nu­to Sant’An­to­ni­no da Fi­ren­ze, la cui con­sa­cra­zio­ne ad ar­ci­ve­sco­vo di Fi­ren­ze av­ven­ne il 12 mar­zo 1446. In que­sti anni, gra­zie alla mu­ni­fi­cen­za di Co­si­mo de’ Me­di­ci, An­to­ni­no as­sun­se a Fi­ren­ze il go­ver­no del nuo­vo con­ven­to di S. Mar­co.An­to­ni­no fu an­che tra i mag­gio­ri so­ste­ni­to­ri dell’im­po­nen­te ri­strut­tu­ra­zio­ne del­la chie­sa di S. Mar­co, che all’epo­ca si tro­va­va al cen­tro del­la vita di Fi­ren­ze, ac­can­to al Pa­laz­zo Me­di­ci Ric­car­di, re­si­den­za del­la fa­mi­glia Me­di­ci. Ma Sant’An­to­ni­no è ri­cor­da­to so­prat­tut­to come eco­no­mi­sta, nel­le sue prin­ci­pa­li ope­re, a cui la­vorò sino alla mor­te: la Sum­ma theo­lo­gi­ca o, come ven­ne an­che si­gni­fi­ca­ti­va­men­te chia­ma­ta, Sum­ma mo­ra­lis, e il Chro­ni­con, o Sum­ma hi­sto­ria­lis, Que­sti scrit­ti sono un vero trat­ta­to di eco­no­mia ci­vi­le. La To­sca­na nel Quat­tro­cen­to, con Fi­ren­ze e Sie­na al cen­tro, è il mo­to­re di un vi­go­ro­so ap­pro­fon­di­men­to del pen­sie­ro teo­lo­gi­co-pa­re­ne­ti­co an­che in ma­te­ria eco­no­mi­ca. La teo­ria del giu­sto prez­zo, la cen­tra­lità del la­vo­ro e del sa­la­rio, la con­dan­na di ogni pra­ti­ca usu­ra­ia fino all’ob­bli­go cri­stia­no e ci­vi­le del­la re­sti­tu­zio­ne: sono temi vivi che, su­pe­ran­do la vi­sio­ne sta­ti­ca to­mi­sta, pre­lu­do­no agli svi­lup­pi mo­der­ni. È viva in lui la pre­oc­cu­pa­zio­ne di man­te­ne­re l’eco­no­mia come un li­be­ro e se­re­no gio­co di ope­ra­to­ri one­sti, giu­sti e lea­li, che nel­lo sfor­zo quo­ti­dia­no sia­no in gra­do di ri­ca­va­re i mez­zi per vi­ve­re per sé, per la pro­pria fa­mi­glia e per il bene del­la co­mu­nità.

Per que­sti mo­ti­vi An­to­ni­no esplo­ra la pos­si­bi­lità di scri­ve­re una Sum­ma che rie­sca a co­glie­re la realtà che egli va os­ser­van­do nel suo con­cre­to ma­ni­fe­star­si, sen­za però fer­mar­si alla sem­pli­ce os­ser­va­zio­ne o alla ri­co­stru­zio­ne di mo­del­li di com­por­ta­men­to so­cioe­co­no­mi­co. In essa ten­ta di pre­sen­ta­re la vita del­la gen­te con la mol­te­pli­cità del­le sue rea­li at­ti­vità, in­se­ri­te in un con­te­sto di ‘ci­viltà cri­stia­na’ e di ‘eco­no­mia ci­vi­le’. Noi sap­pia­mo che l’eco­no­mia di mer­ca­to, non il ca­pi­ta­li­smo, che vie­ne dopo l’eco­no­mia di mer­ca­to, e che si im­po­ne tre se­co­li dopo, è sta­ta te­nu­ta a bat­te­si­mo dai fran­ce­sca­ni, che fra il il 1300 e il 1400, in ter­ra di To­sca­na e poi dal­la To­sca­na, nel re­sto dell’Ita­lia e dell’Eu­ro­pa, met­to­no le basi dell’eco­no­mia di mer­ca­to. Se an­da­te a leg­ge­re i te­sti (che nes­su­no leg­ge) di San Ber­nar­di­no da Sie­na, San Ber­nar­di­no da Fel­tre, per­ché a Bo­lo­gna ar­rivò San Ber­nar­di­no da Fel­tre, men­tre San Ber­nar­di­no da Sie­na si oc­cu­pa­va dell’Ita­lia cen­tra­le fino a Roma, ma pen­sa­te an­che ai mon­ti di pietà, il pri­mo dei qua­li fu fon­da­to a Pe­ru­gia nel 1460 e pen­sa­te che i fran­ce­sca­ni li aves­se­ro fon­da­ti per fare spe­cu­la­zio­ne? No cer­ta­men­te, essi ser­vi­va­no per ser­vi­re i beni co­mu­ni, per­ché in quei tem­pi l’usu­ra mie­te­va vit­ti­me.

Il con­ta­di­no se­mi­na­va ad ot­to­bre, ma mie­te­va a giu­gno e in quei mesi, come fa­ce­va a man­gia­re? Ecco al­lo­ra i mon­ti di pietà che an­ti­ci­pa­va­no e poi dopo al rac­col­to il con­ta­di­no pa­ga­va i suoi de­bi­ti.

Pen­sa­te alla strut­tu­ra del­la eco­no­mia di mer­ca­to, come la Lex Mer­ca­to­ria, quel­la che noi oggi chia­me­rem­mo, il co­di­ce com­mer­cia­le. La leg­ge mer­ca­to­ria vie­ne fuo­ri nel 1400 e sono gli stes­si mer­can­ti, cioè gli im­pren­di­to­ri dell’epo­ca as­si­sti­ti dai fran­ce­sca­ni, pen­sa­te a Luca Pa­cio­li, fran­ce­sca­no di Luc­ca, che era un ge­nio, ave­va in­ven­ta­to la par­ti­ta dop­pia, la con­ta­bi­lità di azien­da; egli af­fer­ma­va “dob­bia­mo istrui­re la no­stra gen­te a non far­ci tur­lu­pi­na­re, da quel­li che gli fan­no cre­de­re che due più due fa cin­que, ed ecco che dob­bia­mo in­se­gna­re a fare i con­ti, a fare bi­lan­cia­re le en­tra­te e le usci­te”.

Lo stes­so prin­ci­pio di sus­si­dia­rietà è nato in casa no­stra, con San Bo­na­ven­tu­ra da Ba­gno­re­gio, alla fine del XIII se­co­lo. Egli è il se­con­do San Fran­ce­sco e in­se­gna­va alla Uni­ver­sità di Pa­ri­gi e Dan­te lo met­te in­sie­me a San Do­me­ni­co, di­cen­do que­sti sono i due soli dal pun­to di vi­sta cul­tu­ra­le. Vi di­ran­no, al­tri, che la sus­si­dia­rietà è sta­ta in­ven­ta­ta da Gro­zio, ma sia­mo nel 1600. Ma lui l’ave­va pre­sa da San Bo­na­ven­tu­ra, per­ché la sus­si­dia­rietà, la so­li­da­rietà, as­sie­me alla cen­tra­lità del­la per­so­na e al bene co­mu­ne, sono i pi­la­stri del­la DSC. Cioè a dire, quel­lo che i fran­ce­sca­ni ave­va­no ca­pi­to al­lo­ra, se vo­glia­mo il bene co­mu­ne, esso non si con­se­gue solo con le pa­ro­le, ma con strut­tu­re e que­sta tra­di­zio­ne è con­ti­nua­ta fino al 1700, quan­do vie­ne co­nia­ta l’espres­sio­ne eco­no­mia ci­vi­le.

La pri­ma cat­te­dra uni­ver­si­ta­ria al mon­do di eco­no­mia vie­ne isti­tui­ta a Na­po­li, nel 1753, non in In­ghil­ter­ra, che era ar­re­tra­ta, da que­sto pun­to di vi­sta. La pri­ma cat­te­dra si chia­merà ECO­NO­MIA CI­VI­LE e il pri­mo cat­te­dra­ti­co sarà An­to­nio Ge­no­ve­si, che era un aba­te, e il suo li­bro Le­zio­ni di eco­no­mia ci­vi­le ven­ne pub­bli­ca­to nel 1765. Da Na­po­li si tra­sferì poi a Mi­la­no. Ma dal­la fine del ’700 e l’ini­zio dell’800, vin­ce il pa­ra­dig­ma dell’eco­no­mia po­li­ti­ca, che na­sce in­ve­ce, in In­ghil­ter­ra, con Adam Smi­th. Poi­ché la po­ten­za eco­no­mi­ca dell’In­ghil­ter­ra, su­bi­to dopo la pri­ma ri­vo­lu­zio­ne in­du­stria­le, si af­fer­ma, chi ha la po­ten­za eco­no­mi­ca fi­ni­sce per eser­ci­ta­re l’ege­mo­nia cul­tu­ra­le. Il che vuol dire bru­cia­re tut­ti i li­bri che par­la­no di eco­no­mia ci­vi­le, ma ven­go­no bru­cia­ti ve­ra­men­te, tan­to è vero che del li­bro ori­gi­na­le di Ge­no­ve­si se ne sal­va solo una co­pia.

Ma tor­nan­do al no­stro sin­da­co Gior­gio La Pira, come po­trem­mo rias­su­me­re la sua azio­ne se non nel suo sguar­do all’uomo, all’uomo tut­to in­te­ro, in­te­so come crea­tu­ra di Dio e fi­glio di Dio. L’oc­chio di La Pira ver­so l’uomo ri­flet­te­va lo sguar­do del Si­gno­re ver­so cia­scu­no di noi, egli ave­va lo stes­so sguar­do di Gesù ver­so il gio­va­ne ric­co, come si leg­ge nel Van­ge­lo ” lo guardò e lo amò”, ver­so i po­ve­ri, e non solo i po­ve­ri, ma com­pren­de­va tut­te le ca­te­go­rie uma­ne, fino ai gran­di pro­ta­go­ni­sti del­la sto­ria uma­na del suo tem­po, che fos­se­ro o non fos­se­ro cre­den­ti. Per­ché per La Pira, ogni uomo, an­che se pro­va­to dal­le vi­cen­de ne­ga­ti­ve del­la sua vita, ri­ma­ne sem­pre un uomo, in ogni tem­po, in ogni luo­go. C’era que­sto ab­brac­cio pie­no del mon­do e del­la sto­ria uma­na, che an­ti­cipò di al­me­no mez­zo se­co­lo, tut­te le ini­zia­ti­ve di pace che poi fu­ro­no con­dot­te real­men­te. Nel suo tem­po, que­sto pic­co­lo si­ci­lia­no di Poz­zal­lo, po­te­va sem­bra­re un vi­sio­na­rio, quan­do in pie­na guer­ra fred­da e con il pe­ri­co­lo di una guer­ra ato­mi­ca, por­ta­va la pace del Van­ge­lo in tut­to il mon­do, mo­stran­do il vero vol­to del Si­gno­re ri­sor­to. Ma sap­pia­mo che le vie del Si­gno­re non han­no li­mi­ti di tem­po e di iti­ne­ra­rio e que­sto ci con­for­ta, ogni gior­no, nel no­stro quo­ti­dia­no per­cor­so fa­mi­lia­re e so­cia­le.