Zaccagnini, 30 anni dopo.

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A trent’anni dalla morte, avvenuta il 5 novembre del 1989, il ricordo di Benigno Zaccagnini (segretario molto amato della Dc a cavallo del rapimento e uccisione di Moro) è ancora vivo, costituendo motivo di approfonditi ragionamenti politici. Nel 2003, nella ricorrenza del ventesimo anniversario, ne scrisse anche Giovanni Galloni, che di Zaccagnini fu vice-segretario vicario nel periodo 1975-1978. Del testo, il cui titolo originario era “L’onesto Zac? Un uomo di profonda cultura“, diamo qui la versione integrale.

Il ritratto convenzionale ha esalto gli aspetti di onestà e mitezza del segretario del rinnovamento Dc, il cui nome per altro è strettamente legato alla stagione della solidarietà nazionale. Con ciò si è voluto far credere, con qualche malizia, che Zaccagnini non avesse grandi qualità politiche ed intellettuali. Invece Giovanni Bersani, stilandone un ricordo a caldo, mise in evidenza la sua preparazione e sensibilità culturale. Oggi l’interesse va riposto su questa caratteristica, associata alla rettitudine e severità di costume, di un leader molto amato dalla base e assai stimato da amici e avversari.

di Giovanni Galloni

1.- Vorrei iniziare il mio ricordo di Benigno Zaccagnini richiamandomi all’ultimo saluto che gli diede, nel trigesimo della morte, l’on. Giovanni Bersani, deputato della Camera eletto a Bologna il 18 aprile 1948 e maggiormente conosciuto come deputato nella prima elezione del Parlamento europeo. Bersani disse allora che gli venivano “alla memoria molte stagioni tra i primi anni Trenta, quando con Zaccagnini ci siamo conosciuti: io liceale dell’ultimo anno, lui già al secondo anno di medicina e studioso delle filosofie tomiste dove primeggiava nelle riflessioni filosofich
Giovanni Bersani capovolse il concetto di Zaccagnini presentato, già allora, per la sua innata semplicità, come “l’onesto Zac”, mentre era invece “uomo di profonda cultura”.
Da qui vorrei oggi partire per un breve ricordo di Zaccagnini.

2.- Con l’apertura della guerra, Zaccagnini prestò generosamente servizio militare. L’8 settembre 1943 lo colse in Yugoslavia dove miracolosamente sfuggì alla deportazione in Germania per raggiungere Ravenna, la sua città, e prendere immediatamente contatto con i suoi vecchi amici dell’Azione Cattolica, molti dei quali già erano entrati nella Resistenza come comunisti, come repubblicani o semplicemente come cattolici. Subito Zaccagnini coordinò questi suoi vecchi amici assumendo significativamente il nome di battaglia di Tommaso Moro e divenendo Presidente del CLN della provincia di Ravenna, mentre Arrigo Boldrini, con il nome di battaglia di Bulow, già militante comunista, era il comandante delle Brigate Garibaldi, le formazioni militari operanti nella zona.
In questo, la posizione di Zaccagnini fu analoga a quella di Dossetti a Reggio Emilia. Anche Dossetti, in una provincia nella quale i comunisti erano in maggioranza, era stato all’unanimità riconosciuto Presidente del Comitato di Liberazione e dirigeva politicamente la Resistenza pur non avendo mai personalmente sparato un colpo… Si definì come Dossetti “ribelle per amore”.
Tra il 18 e il 20 aprile 1945, dopo che gli Alleati avevano sfondato il fronte, le formazioni partigiane sotto la guida di Tommaso Moro e di Bulow occuparono l’intera Romagna e si misero in contatto, comune per comune, con gli Alleati, dopo che i tedeschi erano già fuggiti.

3.- A Liberazione avvenuta, Zaccagnini aderì subito formalmente alla D.C. e si mise in contatto a Bologna con Giovanni Bersani e Angelo Salizzoni, a Modena con Ermanno Gorrieri e a Reggio Emilia con Giuseppe Dossetti schierandosi subito, per ragioni culturali e politiche, con la sinistra democristiana guidata da Dossetti che fu nominato da De Gasperi nel giugno del 1945 vice-segretario nazionale della D.C. con il compito di preparare il partito per la scelta verso il referendum tra monarchia e Repubblica.
Eletto alla Costituente il 2 giugno 1946 Zaccagnini, pur non partecipando alla Commissione dei 75, fu sempre solidale con Dossetti fino all’approvazione della Costituzione ed entrò nella sua lista del Consiglio Nazionale in quanto parlamentare nel III Congresso di Venezia della D.C. del giugno 1949.
Dopo l’uscita di Dossetti dalla D.C. nel settembre del 1951 a seguito dell’incontro di Rossena, Zaccagnini scelse di continuare a servire la D.C. in una posizione che si riconobbe in una sinistra non più contrapposta a De Gasperi, ma condizionatrice di De Gasperi, aderendo dapprima al quindicinale denominato “Iniziativa democratica”, di fatto diretto da me, che pubblicò sette numeri, ma fu sospeso quando De Gasperi offerse alla seconda generazione democristiana, con a capo Fanfani, Rumor, Taviani e tra i quali era compreso Zaccagnini, una collaborazione a partire dal Congresso di Roma dell’autunno del 1952, fino alle dimissioni di Fanfani e alla elezione di Moro a segretario del partito nel 1959.
In quel periodo a Zaccagnini, al quale sia De Gasperi che Fanfani, Rumor e Moro, avendo riconosciuto i suoi alti meriti culturali, furono offerti posizioni di responsabilità prima nella direzione di importanti uffici nel partito e poi nel governo, tra le quali – per un tratto di tempo – anche quella di Ministro del Lavoro e dei Lavori Pubblici.

4.- Dopo la duplice caduta di Fanfani nel 1959 sia da segretario del partito che da Presidente del Consiglio, Zaccagnini scelse Moro, si battè con lui, visto l’esaurimento del centrismo, per iniziare l’avvicinamento al centro-sinistra e per contrastare l’apertura a destra di Ferdinando Tambroni.
Sempre come moroteo, Zaccagnini fu eletto al Congresso di Napoli della D.C. del 27 gennaio 1962 e nel febbraio successivo fu eletto, su indicazione di Moro, Presidente del gruppo parlamentare D.C. alla Camera.
L’11 luglio 1963, durante il dibattito parlamentare per la fiducia al governo cosiddetto “estivo” di Giovanni Leone, Benigno Zaccagnini, come Presidente del gruppo parlamentare D.C. alla Camera, tenne il suo intervento contro i comunisti di allora con parole che assumono oggi il valore di una profezia. Era stato da poco eretto il muro di Berlino dopo l’inasprirsi del contrasto tra Occidente ed Est del mondo.
“Vi è – disse – un mondo nuovo che vuole e deve nascere”. Il muro di Berlino nasce “non per impedire che altri dall’esterno penetri, ma per impedire che chi soffre all’interno della città di Berlino-est possa uscirne e raccontarne. Noi sappiamo, onorevoli colleghi – aggiunse – che anche quel muro verrà abbattuto, e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzeranno nel mondo”. E così concluse: “Noi crediamo in questa vittoria, vogliamo lavorare per questa vittoria di tutti gli uomini e di ciascuno di essi perché ognuno possa finalmente vivere e progredire libero in giustizia e in pace”.
Questa profezia si realizzò pochi giorni dopo la scomparsa di Zaccagnini proprio alla fine del novembre del 1989 con la caduta del muro di Berlino che segnò la data storica della fine del comunismo sovietico nato nel 1917 e quindi di tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano, collegati a Mosca.
Di essa in qualche modo Zaccagnini parlò nell’ultimo discorso pubblico tenuto ai giovani di Cesena. Se prossima era allora la fine del comunismo non si trattava di assumere i valori della civiltà occidentale ma, come disse Giuseppe Dossetti 14 anni dopo, di dare inizio ai valori della nuova civiltà, la civiltà post-moderna che si apre dopo la fine della cultura moderna finita con la caduta del muro di Berlino.

5.- Un anno dopo, nel passaggio così travagliato dal primo al secondo governo Moro-Nenni, quando il Presidente della Repubblica Antonio Segni tentò di fare saltare il centro-sinistra preparando, contro l’ipotesi di una vasta reazione popolare, l’uso della forza militare con il “piano Solo”, Zaccagnini partecipò il 16 luglio 1964 ad una riunione in casa di Tommaso Morlino, alla presenza di Moro e del segretario della D.C. Mariano Rumor, per impedire la rinunzia di Moro al mandato, sollecitata giornalmente da Antonio Segni. La soluzione fu trovata con una riduzione del programma di governo che fu accettata da Pietro Nenni, in quel momento vicepresidente del Consiglio dei Ministri.
Il 4 ottobre 1967 la Camera approvò con 304 voti a favore e 204 contrari la mozione Zaccagnini per la revisione del Concordato con la Santa Sede sollecitata da Moro.
Nel dicembre del 1971, in occasione della scelta del successore di Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica, riemerge il ruolo di Zaccagnini. In quell’epoca, a Flaminio Piccoli era subentrato nella segreteria della D.C. Arnaldo Forlani con la vicesegreteria di Ciriaco De Mita. Presidente del Consiglio dei Ministri era Mariano Rumor e Aldo Moro, dopo un periodo di opposizione nel partito (dal 1968 al 1970) era divenuto, il 5 agosto 1969, nel secondo governo Rumor, Ministro degli Esteri, dove fu confermato anche nel terzo governo Rumor. La segreteria Forlani–De Mita deluse Moro e anche Zaccagnini, dopo che essi si erano accorti che i due puntavano a far prevalere nella D.C. la “terza generazione” diretta ad emarginare gli allora cosiddetti “cavalli di razza” Fanfani e Moro, così come fu manifestato al convegno di S. Ginesio nelle Marche, svoltosi tra i fanfaniani più vicini a Forlani e i basisti di De Mita.
La Direzione della D.C. propose in un primo momento il nome di Fanfani. Ma dopo una serie numerosa di votazioni negative la Direzione tornò a riunirsi e propose – nonostante una drammatica reazione dell’interessato – il ritiro della proposta di Fanfani e la scelta di un nuovo candidato attraverso una designazione affidata, con votazione segreta, agli elettori democristiani (parlamentari e delegati regionali). Venne indicato per presiedere lo scrutinio l’on. Zaccagnini con l’impegno di rendere pubblico il risultato mantenendo però segreto il numero dei voti ricevuti da ciascun candidato.
I dorotei annunciarono subito la candidatura di Giovanni Leone. Spontaneamente nacque la candidatura di Moro. Io andai subito dal capo doroteo Mariano Rumor per vedere come era possibile trovare una convergenza su Moro. Rumor mi rispose che questo gli sembrava possibile a condizione che Moro fosse disposto a trattare per fare conoscere i suoi orientamenti. Ma Moro, per salvaguardare l’autonomia del futuro Presidente della Repubblica, si rifiutò di trattare con i dorotei, come si era rifiutato di trattare con i comunisti che pure erano disponibili a sostenerlo.
L’esito della votazione, annunciata da Zaccagnini, fu, con suo dispiacere, favorevole a Leone, ma Zaccagnini, fedele al mandato ricevuto, si rifiutò sempre di far conoscere la differenza dei voti tra i due candidati. Tuttavia, secondo le voci raccolte quella differenza era stata minima, forse di appena 6 voti rispetto agli oltre 400 votanti. Era stato così raggiunto l’obbiettivo della emarginazione dei due cavalli di razza?
Rimangono ancora dubbi non irrilevanti, per la storia del nostro Paese, che avrebbe potuto essere diversa. Siamo sicuri che tutti gli amici stretti di Forlani e quelli di De Mita abbiano votato per Moro e non per Leone? Non lo sapremo mai.

6.- Moro e Zaccagnini si resero conto del rischio a cui conduceva la segreteria Forlani-De Mita che portò, sia pure per cercare il rinvio di due anni del referendum sul divorzio, a puntare mediante lo scioglimento delle Camere e le votazioni anticipate del 7 maggio 1972. Esse portarono ad un incremento della destra e condussero alla formazione di un governo Andreotti-Malagodi. A questo governo non parteciparono Moro con i morotei e la sinistra D.C.. Ma rimane evidente la contraddizione – messa in evidenza anche da Moro – in cui si è posto De Mita che si dichiarò contrario al governo Andreotti-Malagodi ma sostenitore della segreteria del partito che lo aveva promosso.
Per riprendere in mano la situazione, per ricostruire l’unità della D.C. doveva realizzarsi un nuovo incontro tra Moro e Fanfani, che si realizzò a Palazzo Giustiniani, pochi giorni prima del XIII Congresso della D.C.. I punti concordati furono i seguenti: 1) ripresa della politica del centro-sinistra; 2) sostituzione nella D.C. della segreteria Forlani con la segreteria Fanfani; 3) sostituzione della Presidenza del Consiglio Andreotti con un ritorno ad un governo di centro-sinistra presieduto da Rumor; 4) elezione di Zaccagnini alla Presidenza del Consiglio Nazionale della D.C.; 5) presenza di Piccoli, doroteo, alla Camera come Presidente del gruppo parlamentare D.C.; 6) presenza di un fanfaniano alla Presidenza del gruppo D.C. del Senato.

7.- Durante la segreteria Fanfani gli inconvenienti furono sostanzialmente due.
Il primo fu il risultato del referendum del 12 maggio 1974 per abrogare la legge che introduceva il divorzio. Su questo referendum il Pontefice Paolo VI – nonostante la diffidenza di Moro – contava su una larga prevalenza del SI, ma questa posizione fu formalmente contestata da un numero molto alto di intellettuali cattolici che, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, si erano pronunciati per il “NO”, tra i quali c’erano molti giornalisti amici di Moro e di Zaccagnini, come Orfei, Pratesi, Raniero La Valle, ex direttore de L’Avennire d’Italia, lo storico Pietro Scoppola, i sindacalisti Luigi Macario e Pierre Carniti.
Dai risultati del referendum risultò che uno schieramento di centro-sinistra con la D.C. era inferiore di circa il 10% alla maggioranza assoluta.
Il secondo inconveniente dimostra lo spostamento a sinistra dell’elettorato, documentato dai risultati elettorali delle elezioni regionali e amministrative del 15 giugno 1975, quando la D.C. scese del 2,5% rispetto ai risultati elettorali precedenti e dove il P.C.I. aumentò del 5,6%, rischiando addirittura il sorpasso della D.C.. Di qui la reazione contro Fanfani dei dorotei, seguiti dalla sinistra di Base e da Donat Cattin che misero subito in discussione la segreteria Fanfani.
Moro invece la difese, senza però trovare il consenso di alcuni tra i più qualificati morotei, come Leopoldo Elia, Franco Salvi e Corrado Belci. Così nel Consiglio Nazionale della D.C., svoltosi il 20 luglio 1975, l’ordine del giorno Butini per la conferma di Fanfani fu respinto con 103 voti contro 69 e i dorotei indicarono come candidato alla Segreteria Flaminio Piccoli. Quasi all’inizio della votazione, Moro propose a sorpresa la candidatura di Benigno Zaccagnini che, a votazioni già iniziate, condusse al ritiro della candidatura di Piccoli e alla elezione di Zaccagnini, apparsa, in un primo momento, provvisoria, in attesa del successivo Congresso.

8.- Proprio per questo, per rendere meno bruciante la sconfitta di Fanfani e quasi per non contrastare in modo evidente la linea di Palazzo Giustiniani, la prima scelta di Zaccagnini fu quella di non rimuovere dai loro incarichi di partito dorotei, fanfaniani e andreottiani al fine di assicurare una gestione unitaria, ma nello stesso tempo fece una scelta qualificata dei suoi stretti collaboratori politici (il sottoscritto come basista, Bodrato come Forze Nuove, Belci come moroteo, il giovane Pisanu, deputato moroteo, come capo della segreteria, il romagnolo Umberto Cavina suo amico personale per l’ufficio stampa, Luigi Granelli per la politica estera, Beniamino Andreatta per la politica economica, Leopoldo Elia per la politica istituzionale).
Dopo il Congresso sulla segreteria Zaccagnini, io fui nominato vicesegretario vicario, Bodrato direttore del servizio di propaganda SPES, Belci diretto del “Popolo”.
Vorrei solo insistere sui seguenti punti:
1) la elezione di Zaccagnini ebbe un effetto imprevisto: la crescita immediata di popolarità della D.C.. Potemmo ritornare a parlare nelle Università e nelle fabbriche e ad avere un contatto diretto con la gente istituendo le feste dell’amicizia;
2) per le elezioni anticipate del 1976 mettemmo nella lista candidati indipendenti cattolici come Pietro Scoppola ed escludemmo, non sempre con il consenso di Moro, i candidati che avevano superato le tre legislature;
3) dopo le elezioni politiche del 1976, per evitare l’atteso sorpasso dei comunisti, Zaccagnini, nei primi contatti avuti con i diversi partiti, si rese conto che il centro-sinistra non era più ricostruibile perché socialisti, repubblicani e perfino socialdemocratici dissero che non avrebbero partecipato ad un governo senza la presenza dei comunisti. Apparve invece possibile nei contatti con Berlinguer, tramite Tatò, che i comunisti lasciassero passare un monocolore democristiano. Zaccagnini pregò Moro, Presidente del Consiglio uscente, di sollecitare Andreotti. Cosa che Moro fece;
4) durante i 55 giorni della prigionia di Moro, che furono il momento più terribile e drammatico della sua esistenza, Zaccagnini, il quale conosceva le minacce giunte sin dal settembre 1973 a Moro da Kissinger (che dominava i servizi segreti americani), ma non conosceva la presenza così vasta nel Ministero degli Interni della P2 e dei servizi segreti italiani deviati, era convinto che lo scambio dei prigionieri richiesto da Craxi, e anche invocato da Moro nelle sue lettere, avrebbe portato la messa in crisi della Repubblica e non solo alla fine della D.C.. Tutti i contatti possibili con le B.R. che comportassero un cedimento su questioni di principio furono tentati;
5) dopo l’assassinio di Moro, Zaccagnini si rese conto che era finita in Italia la stagione dei partiti ideologici ed era iniziata la stagione dei partiti di potere, e che era insorta la corruzione. In omaggio al principio che far politica non era un diritto, ma un servizio, prese di conseguenza la decisione, nel rispetto dell’autonomia della magistratura, di sospendere da ogni carica nel partito e nelle istituzioni pubbliche tutti coloro sui quali fosse iniziata, anche con un semplice avviso di garanzia, un’indagine giudiziaria, salva la ripresa dell’attività politica dopo la definitiva assoluzione dalle imputazioni.

9.- A questo punto vorrei porre una domanda. C’è un qualche errore compiuto da Zaccagnini nel corso della sua esperienza? Sì, a mio avviso ce n’è uno, ed avvenne quando nel 1979, dopo la convocazione del Congresso, affermò: “Io ho deciso, e lo confermo, di concludere nel prossimo congresso la mia fin troppo lunga esperienza di segretario politico”. Subito dopo Forlani mi disse “se Zaccagnini aveva deciso di ritirarsi dalla segreteria, perché non si era dimesso subito? Perché – sia pure con una soluzione provvisoria – avremmo potuto, con una maggioranza del Consiglio Nazionale, eleggere un candidato da lui proposto”.
In tal modo Zaccagnini aveva lasciato il tempo che si formasse una nuova maggioranza, la quale poi, in sede congressuale, si materializzò attorno al cosiddetto “Preambolo” e dunque attorno alla prospettiva del pentapartito.
Ma anche dopo la sconfitta al XIV Congresso nel 1980, Zaccagnini mantenne l’estrema coerenza del suo pensiero che, a distanza di ventiquattro anni dalla sua morte, è ancora attuale, come giustamente ha ricordato Paolo Frascatore nel n. 6 di questo mensile, a pag. 66.
E’ attuale il pensiero tratto dagli studi giovanili su S. Tommaso d’Aquino in contrasto con Machiavelli secondo cui il potere non è il fine della politica, ma solo un mezzo per la realizzazione del bene sociale secondo i princìpi della giustizia espressi nella Costituzione.
E’ attuale il pensiero che, con la uccisione di Moro, in Italia sono entrati in crisi tutti i partiti ideologici ma è prevalsa la tendenza della loro trasformazione in partiti di potere (da cui nasce la spirale per tangentopoli) anziché in partiti di programma ispirati ai comuni princìpi fondamentali della Costituzione.
E’ attuale il pensiero di Zaccagnini: per una ribellione alla spirale della violenza e del riarmo internazionale.
In conclusione, per Zaccagnini la politica è, in una democrazia pluripartitica, un confronto tra i programmi dei diversi partiti non come puro metodo, ma come contenuto per realizzare, con le leggi approvate dal Parlamento, i princìpi fondamentali della Costituzione secondo le scelte compiute dai diversi programmi.
In realtà, come è avvenuta nel 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la fine dei partiti di ispirazione nazifascista, così dopo il crollo del muro di Berlino è avvenuta la fine dei partiti ispirati dal comunismo sovietico.
Il pensiero di Zaccagnini è dunque attuale per consentirci di superare le difficoltà in cui oggi ci troviamo e per giungere ad un accordo il più grande possibile sulle modifiche costituzionali che rispettino i princìpi fondamentali della nostra Costituzione e quelli della Rivoluzione francese fissati nella Costituzione del 1791, e ad un conseguente confronto dei partiti di programma, che possono essere di destra, di centro o di sinistra, e debbono tendere a formare governi tendenzialmente per un’intera legislatura ma che nulla hanno a che vedere né con i partiti ideologici fascista o comunista e neppure con la vecchia Democrazia Cristiana o con i partiti di ideologia laica (dal liberale al socialdemocratico).