Zamagni, il nuovo partito post-dc e la lezione di Ruini: un argine politico alla rivoluzione di Papa Francesco?

La novità non è di poco conto.

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Stefano Zamagni è studioso autorevole e uomo di punta della cultura cattolica italiana. Per certo gli si attaglia il titolo di intellettuale impegnato, fedele al Magistero della Chiesa, idealmente prossimo a quel Giuseppe Toniolo, oggi sepolto nell’oblio, che fu considerato tra fine ottocento e inizio novecento il Mosè del cristianesimo sociale. Come Toniolo, infatti, assegna un ruolo preminente alla sociologia, e per la precisione a una sociologia astretta a precisi dettami della Dottrina. Da sempre, in questa logica, il rigore si confonde con la rigidità, nell’ossequio perciò di formule burocratiche. A Romolo Murri appariva una posizione improduttiva, addirittura controproducente, perché blindava il movimento cattolico nella gabbia di un’azione pre-politica che proprio i documenti pontifici autorizzavano in forma di actio benefica in populum. Zamagni, in ogni caso, vuole andare oltre. Pensa, come tutti sanno, a un nuovo partito.

Date le premesse, viene facile spiegare quanto sia importante il confronto su questo ritorno alla visione socialcristiana nella battaglia democratica. Ciò implica un necessario e vitale sforzo di discernimento, per evitare equivoci nella definizione di ciò che unisce il variegato e smarrito popolo cristiano – se oggi esiste in quanto tale e con adeguata consapevolezza. Zamagni, dunque, sostiene l’esigenza di una riaggregazione dell’area socio-culturale che una volta si riconosceva nella Dc. Ovviamente, siccome i tempi sono cambiati, anche il registro della proposta cambia. In una recente intervista a “Il Nuovo Giornale”, settimanale della Diocesi di Piacenza-Bobbio, il suo ragionamento sembra mettere a fuoco l’impresa legata alla rinascita di un partito d’ispirazione cristiana ponendosi nell’ottica di un rilancio di suggestioni intraecclesiali, con qualche affanno in termini di chiarezza propositiva.

Spostare il discorso dalla storia democristiana alla pastorale sociale della Chiesa significa adombrare, secondo un disegno invero generoso e tuttavia problematico, la possibile ricomposizione di antiche fratture incidenti sulla buona prassi dei cattolici impegnati nella società. Alla domanda sul ritorno alla Dc Zamagni ha opposto un secco no. “Un anno e mezzo fa ho scritto un saggio – si legge nell’intervista – in cui dicevo che la Dc ha avuto una grande funzione ma ha esaurito il suo corso storico. Nessuno ha in mente di ricostruire la Democrazia cristiana: chi dichiara il contrario o è stupido o in malafede. Lobiettivo è piuttosto quello di dar vita ad un partito aperto a credenti e non credenti, che si riconoscano in una piattaforma. Se non può esserci un partito dei cattolicic’è più che mai bisogno di un soggetto autonomo dispirazione cristiana, nel solco della lezione ruiniana del dialogo con altre forze politiche”.

La novità non è di poco conto. Il richiamo a Camillo Ruini, cardinale di arcigne vedute neoguelfe, ostico a suo tempo verso i Popolari, fa pensare a un “dialogo” che invece di nutrirsi di moderazione sceglie di pasteggiare a moderatismo. Non è la stessa cosa, come ripeteva Mino Martinazzoli nel suo inviso ragionamento – inviso a Ruini medesimo – sulla bontà di un “centro politico” capace di aggiornare, dopo la caduta del Muro di Berlino, la lezione del popolarismo. Ed essa differiva in effetti dalla “lezione ruiniana” perché escludeva compiacenze e asservimenti nei riguardi di una equivoca novità, tesa in fondo a sbarazzarsi della cultura riformatrice cattolica, rappresentata dalla folgorante ascesa di Forza Italia. A differenza dei post-comunisti, attratti in qualche modo dal modernismo politico-mediatico di Berlusconi, i Popolari di Martinazzoli ne videro in toto la degenerazione sull’asse della vecchia tesi gobettiana del fascismo come “autobiografia morale” della nazione. 

Ora, sebbene vi sia una correzione del ruinismo, laddove si contempla la fine di quella diaspora che per esso aveva trovato un canale di pur algida ricezione, il prescritto dialogo con “altre forze politiche” – leggi sempre Zamagni – definisce una vocazione a fare del cattolicesimo politico un baluardo di moderatume, per usare il tagliente neologismo adottato più di un secolo fa dal giovane Sturzo. Siamo nell’epicentro di una strana rivoluzione all’indietro, scevra di suggestioni lapiriane alla Bassetti, il Presidente della CEI, semmai corriva alle prudenze del ventre molle dell’episcopato, come inconsapevole contributo, probabilmente, alla normalizzazione del messsaggio davvero rivoluzionario di Papa Francesco. Se le origini della democrazia cristiana ebbero il carattere di una sfida epocale alle ritrosie vaticane circa il pieno accoglimento della Rerum Novarum di Leone XIII, qui e ora si declina un progetto a corto raggio, più arretrato rispetto al messaggio di rinnovamento del pontificato, dando alla figura del nuovo partito ancora in fase di tormentata gestazione il connotato di testimonianza cristiana nell’orbita di una destra dal volto umano, essendo il nuovo centro nient’altro che tale destra per così dire umanizzata. Questo è il limite che segna, al di là delle intenzioni, la personale iniziativa di Zamagni.

 

Il testo integrale della intervista a Zamagni è disponibile utilizzando il seguente collegamento

http://www.ilnuovogiornale.it/archivio-articoli/in-primo-piano/6132-zamagni-politica-insieme-per-ricreare-il-centro.html