ALLARME COVID, SI RIPARTE DALLA CINA TRA PRESSAPPOCHISMO E SOTTOVALUTAZIONE.

Chi aveva pensato di essersi scrollato di dosso questa peste del terzo millennio ha ceffato di brutto. La Cina torna a far paura. In ogni caso, nessuno può dire di non avere commesso errori. Anchel’Occidente ha sbagliato, e dunque anche l’Italia.

Ci risiamo: l’impressione è che siano state rimosse troppo in fretta un po’ ovunque nel mondo le cautele sulla diffusione del Covid. Oltre due anni di pandemia e di restrizioni hanno sfiancato tutti, dal personale sanitario, ai pazienti, alla gente comune. E’ che governi e autorità sanitarie non si sono voluti accollare l’onere della prudenza, e l’accusa di essere menagrami: molto più facile ed elettoralmente redditizio nell’immediato, cedere alla lusinga del liberi tutti. Ma passare da martellanti campagne per l’estensione quanti-qualitativa dei vaccini, per fasce di età e tipologia dei soggetti a rischio, ad una sorta di distaccato pressappochismo con ampie tolleranze e zero controlli ha prodotto un effetto sottaciuto ma temuto dagli scienziati, ben sapendo che la mutazione delle varianti costituisce il pericolo maggiore. Chi aveva pensato di essersi scrollato di dosso questa peste del terzo millennio ha ceffato di brutto. I dati che arrivano (manco a dirlo) dalla Cina sono catastrofici: ci sono città dove le salme non riescono ad essere smaltite dai forni crematori.

L’atteggiamento delle autorità cinesi è stato sconcertante: da una politica draconiana di misure di profilassi anche con l’uso della forza, alla totale rimozione di ogni precauzione, sotto la pressione della popolazione inferocita. Si sa che una pandemia parte da un solo caso: così era stato a Wuhan così rischia di essere in ogni megalopoli, città, sobborgo o villaggio della nazione più popolata del pianeta. E immaginare di fermare la diffusione del contagio oltre confine è una pia illusione: come tentare di arginare uno tsunami con l’ombrellone da spiaggia. Per questo i cittadini cinesi partono liberamente con voli di linea diretti in ogni angolo del mondo: solo a Malpensa il 50% dei controlli effettuati in questi giorni sui passeggeri sbarcati ha dato esito positivo.

Che qualcuno sfugga al più accurato monitoraggio è un dato matematicamente certo. Per questo- in considerazione dei dati allarmanti provenienti dalle autorità sanitarie di Pechino – in ogni altro luogo del pianeta la ripartenza di controlli e misure restrittive è e sarà sicuramente tardiva. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra ha fatto sapere di aver chiesto a Pechino “informazioni dettagliate su casi, ricoveri ospedalieri e unità di terapia intensiva”. Ma da un regime autarchico non ci si possono attendere dati veritieri. Per tutto il 2022 l’OMS ha bombardato di note e messaggi che invitavano e non dare per sconfitto il virus: la teoria delle sue mutazioni genetiche lo rende impermeabile ai vaccini che devono essere continuamente adattati. Quelli cinesi si sono rivelati a conti fatti disastrosi e fallimentari. E se l’eziopatogenesi del morbo consiste nel passaggio del virus dall’animale all’uomo gli stili alimentari riscontrati ai mercati cinesi non sono rassicuranti. A fine anno la stessa OMS ha diffuso un dato ufficiale che dovrebbe portare sulla via di Damasco il più ottuso negazionista e detrattore della medicina ufficiale: tra il 2020 e il 2022 il SARS CoV-2 ha procurato in via diretta o per postumi 14,83 milioni di decessi oltre la media annuale a fronte di 651.918.402 casi registrati nel mondo.

L’Occidente ha tuttavia colpe imperdonabili e l’Italia esce da una lunga campagna piena di contraddizioni, remore, teorie no vax propugnate anche da una parte del mondo sanitario. Ora ne ricomincia un’altra pari allo zero aritmetico: rimosse le restrizioni, le mascherine e gli assembramenti in nome delle libertà civili conculcate, non siamo stati in grado di porgere l’orecchio al reiterarsi dei contagi nelle parti meno controllate del pianeta. Forse non si è capito che il coronavirus non ha riguardi né sconti per le democrazie più garantiste e liberali se in qualche modo il melting pot demografico rimescola le carte della popolazione mondiale e dei suoi incessanti spostamenti. L’aveva scritto più volte David Quammen, l’abbiamo riscontrato ahimè a posteriori: siamo un’umanità debole, che non regge la sostenibilità con l’ambiente e fondamentalmente impreparata. A me fa piacere che il Governo di turno, dopo i DPCM ansiogeni (ma più efficaci?) del passato ora ci tranquillizzi su una futura convivenza libera da lacci e lacciuoli medievali. Che sostenga che non si tornerà al lockdown e alla morte civile. Ma dagli ospedali giungono segnali di preoccupazione. E mentre – pur sapendo che era imminente l’arrivo una nuova, grande ondata dalla Cina (a nessuno è venuto in mente di sospendere intanto il Memorandum della via della seta, il più infausto accordo commerciale foriero di spostamenti di merci e di flussi umani degli ultimi anni) – nella legge di bilancio e nel decreto milleproroghe tra incertezze, ripensamenti e rilievi della Ragioneria dello Stato sembrano ‘sparite’ le tutele per le persone fragili, le più esposte al contagio. Ho scritto ‘sembrano’ perché non se n’è più parlato. Hanno prevalso i temi dei dehors dei bar, dei bonus, delle spiagge e dei cinghiali in città. Si può sperare in una notizia rassicurante? Facciamo le corna ma se la nuova variante arriva davvero bisogna attrezzarsi, anche normativamente, per tempo. In fondo, come ho già scritto… ‘se il Covid c’è lo decide il Governo’.