AUTONOMIA DIFFERENZIATA, IL SILENZIO DEL NORD. L’APPROFONDIMENTO DE “IL MULINO”.

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Modificare la Costituzione per dare maggiore autonomia a tre regioni? Non è una questione territoriale fra Nord e Sud, è un grande tema politico. Di cui occorre parlare, anche al Nord.

Gianfranco Viesti

C’è un grande, sorprendente e preoccupante silenzio al Nord sull’autonomia regionale differenziata, tema su cui il lettore potrà trovare ampia documentazione su questa rivista. Anche in conseguenza di questo silenzio, la questione appare sempre più come uno scontro fra Nord e Sud: una deriva pericolosa e fuorviante. Preoccupa in particolare il recente protagonismo di alcuni presidenti di Regioni del Sud, che si sono autoproclamati “campioni del Sud”: quasi che il confronto fosse di carattere territoriale e interno a segmenti delle classi dirigenti regionali e non, invece, di natura politica e tale da interessare tutti i cittadini.
Si può obiettare che il “Nord” si è già espresso: i cittadini lombardi e veneti hanno partecipato ai referendum consultivi del 22 ottobre 2017. Ma è un’obiezione assai debole. A quel referendum la partecipazione in Lombardia fu piuttosto modesta, intorno al 38% (ancora inferiore nelle aree urbane). Di fatto dunque non è dato sapere che opinione abbiano sul tema quasi i due terzi dei Lombardi. Alcuni di essi, come il sindaco di Milano Sala, hanno espresso la propria contrarietà.

Diversa la situazione del Veneto, dove quel giorno la maggioranza degli elettori si recò alle urne per esprimere il proprio sì; ma a un quesito assai semplice (“volete voi maggiore autonomia”), che non necessariamente corrisponde alle richieste gigantesche formulate successivamente, a novembre dello stesso anno dal Consiglio Regionale, che vanno dalla regionalizzazione della scuola alla proprietà delle reti ferroviarie. Non pochi veneti sono, in ogni caso, contrari, come ad esempio dimostrano le posizioni da sempre assunte dalla Cgil in regione. Quanto all’Emilia-Romagna, nessuno ha mai chiesto ai cittadini come la pensino. Il sindaco di Bologna Lepore, ma anche gli ex presidenti della Regione Errani e Bersani, o personalità come l’ex sottosegretaria Maria Cecilia Guerra, non hanno nascosto le loro fortissime perplessità. Qui non si discute del principio di differenziazione, ma delle concrete proposte delle tre regioni, che potrebbero a breve concretizzarsi.

Nel complesso l’interesse e il dibattito fra posizioni differenti, in particolare nelle tre regioni appena menzionate, sono stati piuttosto modesti; il che non è un bene, proprio perché molte voci contrarie si sono invece levate dal Mezzogiorno. Il silenzio degli uni e il prendere posizione degli altri possono far pensare, come si diceva, che si tratti esclusivamente di una questione fra Nord e Sud. Certo, non si può negare che le richieste finanziarie lombardo-venete siano, nella costante tradizione leghista, mirate a trattenere le maggiori risorse finanziarie possibili, “togliendole” così al resto del Paese, specie alla parte più debole: come plasticamente mostrato dalle posizioni ufficiali della regione Veneto. In effetti è anche una questione territoriale. Ma solo in parte. Leggerla così lascerebbe infatti in primo luogo intendere che l’autonomia differenziata è certamente un vantaggio per i cittadini del Nord. E che quindi le (poche) posizioni contrarie di alcuni di loro nascerebbero sostanzialmente da una generosità solidaristica, contro i propri interessi. Non è così.

Le richieste di autonomia differenziata di cui discutiamo portano certamente forti, ulteriori, poteri alle classi dirigenti regionali; possono rafforzare il predominio delle istituzioni regionali su quelle cittadine: non a caso non pochi sindaci sono contrari. Ma è assai discutibile che portino automaticamente vantaggi ai cittadini. Si può pensare questo solo se si accetta la vulgata leghista – priva di riscontri teorici, scientifici e fattuali – secondo cui più sono forti le Regioni, meglio è per i loro cittadini.

Pensiamo alla scuola. Perché per le famiglie lombarde sarebbe meglio avere gli insegnanti dei propri figli selezionati da concorsi regionali, con criteri stabiliti dalla Regione e, una volta assunti, essere alle dipendenze dell’Assessore regionale? Perché dovrebbe essere meglio avere programmi definiti (oltre le differenziazioni che già esistono) su base regionale, magari con forti richiami alle antiche tradizioni? Un programma che preveda più Alberto da Giussano e meno Verga è forse preferibile?

Pensiamo poi alla sanità. Perché per famiglie lombarde dovrebbe essere meglio una esclusiva competenza regionale fuoriuscendo dal Servizio sanitario nazionale? Per avere, nell’infausto caso di una nuova pandemia, una politica regionale di acquisto dei vaccini; criteri regionali, differenziati, di vaccinazione; criteri diversi per limitarne la diffusione? Per lasciare che il sistema regionale evolva come negli ultimi vent’anni, depauperando l’assistenza sociosanitaria territoriale, invece di far parte di un sistema nazionale che il Pnrr sta orientando verso una rete nazionale di case della salute e ospedali di comunità; e magari avere così, anche in quella malaugurata evenienza, tassi di mortalità particolarmente alti come registrati purtroppo con il Covid?

Oppure pensiamo all’energia. Perché, nelle settimane in cui ci si sta rendendo conto degli altissimi costi della mancanza di una politica energetica comunitaria, della scarsa interconnessione delle reti, della drammatica diversità delle scelte nazionali, dovrebbe essere meglio ricondurre al potere di un Assessore regionale il passaggio delle grandi reti energetiche sul territorio o la definizione di criteri per i nuovi impianti? E, in materia di ambiente, in cui si sta drammaticamente cercando di costruire un consenso planetario intorno alla lotta al cambiamento climatico, sarebbe davvero opportuna una maggiore potestà regolamentare regionale su ambiente e rifiuti?

E, ancora, perché dovrebbe essere meglio – al di là delle possibili rendite finanziarie regionali di opere pagate dalla fiscalità nazionale – staccare le reti autostradali e ferroviarie dal patrimonio nazionale e affidarne gestione e manutenzione a società regionali? Sarebbe meglio, nel caso che l’autonomia regionale fosse concessa alla Liguria nei termini approvati da quella Giunta regionale l’8.3.2019, pagare tariffe autostradali stabilite da quella stessa Giunta per andare da Milano al mare; e nel caso delle imprese magari pagare tariffe di accesso al porto di Genova, ormai parte del demanio ligure?

Non sono esempi forzati: ma possibilità concrete che rivengono dalla lettura, parola per parola, delle bozze di intesa a suo tempo predisposte dall’allora (2019) ministra Erika Stefani insieme alle Regioni.

Ma, naturalmente, c’è molto di più. È davvero preferibile per chi vive nelle regioni più ricche il principio leghista del lavorare per trattenere nella propria comunità la quota maggiore del gettito fiscale? Il portafoglio è davvero l’unico criterio per avere un’opinione su queste richieste? Magari sapendo che poi la più ricca provincia di Milano potrà usare lo stesso principio con la più povera provincia di Pavia; o che il più ricco comune capoluogo potrebbe applicarlo nei confronti dei comuni dell’hinterland più poveri? Da Sud si insiste molto sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni previsti nell’articolo 117 della Costituzione e finora mai precisati. Ma è davvero un provvedimento caritatevole nei confronti degli sventurati meridionali? O non è invece uno dei pilastri della definizione della cittadinanza in un moderno Paese europeo con forme di decentramento? Nelle esperienze di tutti i Paesi non c’è decentramento senza perequazione delle basi fiscali. Senza l’idea che quando si nasce si gode di diritti fondamentali in materia di salute, istruzione, assistenza in quanto italiani, e non perché si ha la ventura di nascere a Reggio Emilia invece che a Reggio Calabria. Altrimenti, ci si esprima apertamente a favore dello ius domicilii: dei diritti parametrati sulla residenza.

Quest’ultima considerazione ci porta al nocciolo della questione. L’autonomia regionale differenziata così come richiesta da Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna è una questione politica enorme. Riguarda ruolo e funzionamento dello Stato, principi delle politiche pubbliche, diritti di cittadinanza. Non la compassione verso il Mezzogiorno. Perché dovrebbe essere meglio lasciar cadere una grande infrastruttura cognitiva e formativa come la scuola pubblica nazionale italiana, che – con tutti i suoi difetti – ha avuto e tuttora ha un ruolo fondamentale nel “fare gli Italiani”? Possibile che in Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna interessi così poco? Che non se ne parli nella città che un tempo menava giustamente vanto di essere la capitale morale del Paese, in grado di mostrare a tutta l’Italia i futuri possibili?

È chiaro che il tema, per motivi ben noti, è scottante in casa del Partito democratico, per le posizioni del presidente della regione Emilia-Romagna Bonaccini, ora candidato alla segreteria nazionale. Ma sia permesso chiedere: se un partito, anche attraverso una complessa e faticosa sintesi non riesce a esprimere una posizione su un tema come questo (come avvenuto dal 2017 ad oggi), a “prendere partito”, a che serve? Ma allo stesso tempo il tema è assai scomodo in casa dei Fratelli d’Italia, che vengono da una cultura fortemente centralista e ora sono alle prese con la necessità di concedere spazio alla Lega proprio su questo terreno così scomodo. Ma anche l’interesse dei 5 Stelle è a corrente alternata; seppur vada riconosciuto loro l’indiscutibile merito – nel silenzio del centro-sinistra – di aver bloccato la concretizzazione delle Intese Stato-Regioni nel 2018-19 dopo aver sottoscritto un “contratto di governo” che le indicava come “prioritarie”. Ma proprio l’opacità delle posizioni partitiche dovrebbe rendere il tema più interessante per gli intellettuali; così come la complessità e l’articolazione della materia fornire spunti per convegni e incontri nelle aule universitarie.

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