CASTAGNETTI, IL PARTITO DEMOCRATICO E L’AREA POPOLARE.

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Sta emergendo ovunque la voglia di un rinnovato “protagonismo” politico, culturale, programmatico e soprattutto organizzativo dei Popolari e dei cattolici social. In questo quadro, la recente iniziativa di Castagnetti ha avuto il merito politico di aver fatto emergere quale strada intraprendere adesso.

 

Dobbiamo dare atto a Pier Luigi Castagnetti – politico di lungo corso e di spiccata intelligenza – della sua determinazione e tenacia nel tentare di ricostruire e consolidare una corrente di ex Popolari all’interno del Pd. Aggiungo, di “questo” Pd. Una osservazione non indifferente, nonchè decisiva, per riflettere attorno ad una questione importante per il futuro e la prospettiva stessa del principale partito della sinistra italiana.

Ora, però, ci sono almeno due questioni, l’una di natura strategica e l’altra più legata al contingente e quindi tattica, che rischiano di mettere in crisi la tenacia e la determinazione politica dimostrati dall’ultimo segretario nazionale del Partito Popolare Italiano con l’iniziativa organizzata all’Istituto Sturzo.

Innanzitutto il capitolo della prospettiva politica, culturale e programmatica del Partito democratico. È noto a tutti che dopo la disfatta elettorale del 25 settembre scorso e la crisi profonda in cui versa l’attuale Pd, la via d’uscita di trasformare definitivamente ed irreversibilmente il Pd in un partito autenticamente ed organicamente di sinistra è quantomai ghiotta e soprattutto è condivisa dalla stragrande maggioranza dei militanti, dei dirigenti, dei simpatizzanti e anche dagli elettori del partito. Come, del resto, ci dicono tutti gli istituti demoscopici. Una prospettiva di sinistra, come ci ricorda giustamente Luca Ricolfi, che si trova oggi ad un bivio alla vigilia del congresso del partito: e cioè, o dar vita ad un partito della sinistra liberale che sia però in grado di ricomporre tutta l’area ex e post comunista nel nostro paese oppure scegliere una strada che privilegia una sinistra più radicale e libertaria.

Ma, al di là degli slogan che riassumono la competizione politica in atto, quello che è certo è che il futuro – semprechè il partito voglia ancora sopravvivere a livello elettorale – del Pd sarà quello di essere un partito organicamente di sinistra. Certo, la minaccia che arriva dal partito populista e demagogico per eccellenza, cioè i 5 stelle, di aver dato vita ad una sorta di “sinistra per caso” rischia ulteriormente di minare alla radice la credibilità e lo stesso consenso del Pd. Avendo già bruciato, sempre lo stesso Pd, le carte sul versante del Centro dove si è insediato il cosiddetto “terzo polo”. Anche se questo è un campo ancora in forte evoluzione, semprechè riesca a superare l’attuale assetto di “partiti personali” e “del capo” aprendosi, invece, ad altri filoni culturali e politici.

In secondo luogo, e per fermarsi alla contingenza, assistiamo ad un dibattito all’interno del Pd dove i 3, 4 o 5 candidati alla segreteria nazionale sono tutti espressione della cultura storica della sinistra italiana che non possono che perseguire, coerentemente e legittimamente, una prospettiva e un progetto politico di sinistra. Cosa centri il ruolo, la funzione e la stessa “mission” dei Popolari e dei cattolici sociali in un contesto del genere è francamente curioso nonchè singolare. Anche perchè, come tutti ben sappiamo, il centro sinistra è credibile di fronte agli elettori e alle rispettive aree sociali e culturali solo se il Centro e la sinistra si uniscono in una alleanza di governo ma con una soggettualità e una personalità politica autonoma. Il famoso “trattino” che unisce il Centro e la sinistra in un progetto di governo.

Per fare un solo esempio, l’esperienza dell’Ulivo. Insomma, anche su questo versante si tratta di scegliere se la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana intende giocare una partita vera sul campo rilanciando la sua personalità e la sua originalità culturale e politica o se, come pare, si riduce ad essere la nuova versione – seppur aggiornata e rivista – dei “cattolici indipendenti di sinistra” degli anni ‘70. Dove sono garantiti quasi per legge una percentuale di eletti – come è avvenuto puntualmente alle recenti elezioni politiche con l’auto nomina dei capi corrente e dei loro cari nella quota proporzionale – e qualche “premio di consolazione” alla carriera negli assetti di partito per qualche altro notabile. Ovvero, per dirla con un vecchio slogan, una operazione che “fa fine e non impegna”.

Ecco perchè, a fronte di questo quadro, sta emergendo in quasi tutta la periferia italiana la voglia di un rinnovato “protagonismo” politico, culturale, programmatico e soprattutto organizzativo dei Popolari e dei cattolici sociali. Un protagonismo che non ha come obiettivo esclusivo e prioritario quello di commentare ciò che capita nel campo della sinistra italiana. E cioè, la vecchia filiera del Pci/PDS/Ds/PD. Si tratta, quindi, di scegliere. E questo perchè, come direbbe Aldo Moro, “tempi nuovi si annunciano” e non possono essere affrontati con strumenti vecchi e modalità superate dalla storia politica di questi ultimi anni. Una scelta che deve avvenire alla luce del sole, senza polemiche politiche e, men che meno, diatribe personali. E il futuro dei Popolari e dello stesso popolarismo, per usare una metafora calcistica, non può essere quello delle riserve che toccano la palla in panchina solo per darla ai giocatori in campo. In attesa di qualche riconoscimento dei titolari.

Ma l’iniziativa di Castagnetti, comunque sia, ha avuto il merito politico di aver fatto emergere quale strada intraprendere adesso. Per noi Popolari e per quello che ancora rappresentiamo concretamente nella società italiana.