CULTURA POPOLARE: UN NUOVO CAPITOLO, NON UNA CELEBRAZIONE DEL PASSATO.

Dobbiamo provare - dice l’autore - a “non essere solo rivendicativi, nostalgici, celebrativi” per “riscoprire quella vena intrepida dei cattolici democratici di spingersi in terreni inesplorati, in discipline che non consideriamo “nostre” a priori”.

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L’incontro del 19 dicembre scorso all’Istituto Sturzo, promosso dall’Associazione I Popolari, era molto atteso ed è stato allo stesso tempo utile, festoso, corroborante.

Con anche alcune novità per il 2023: Castagnetti ha detto che la ripresa delle pubblicazioni del “Popolo”, di cui ricorrerà il centenario dalla nascita, è ormai un “segreto di Pulcinella”, e devo dire che anche la mia provocazione sulla ripresa di attività del PPI come un movimento culturale d’avanguardia politica che diffonda idee ed azioni politiche incidendo sull’agenda politica contemporanea, alla maniera del “partito radicale” come modalità d’azione non elettoralistica, ha avuto una certa attenzione anche se non una immediata possibilità d’attuazione (ma qui mi sono rimesso alla leadership di Pierluigi che sa se e quando converrà praticarlo, e lo stesso Giampaolo D’ Andrea e uno degli intervenuti, il giovane amico di Taranto Domenico Rogante, ci hanno rassicurato che ci vedremo presto).

Voglio perciò fare un passo in più, stimolato dai molti interventi del Domani d’Italia tra cui, come sempre, apprezzo per la sua sagacia Lorenzo Dellai.

Innanzitutto non mi soffermerò sul fatto che ridare vita alla pubblicazione del “Popolo” non è cosa da poco: conosco il giornalismo e l’editoria, e so che fatica immane è avere una continuità ed anche che, mettere assieme articoli e saggi, non è solo una composizione di metodo ma anche una composizione politica e massmediologica, per cui io immagino che il Popolo possa diventare anche il raccordo -“federale” per così dire- di tanti che come il Domani d’Italia di Lucio D’Ubaldo hanno in questi anni coperto un settore (e continueranno a farlo, io credo) che aveva bisogno di esprimere voci e sentimenti, oltre che naturalmente ragionamenti compiuti. Mettere assieme digitalmente, e anche in cartaceo per noi del secolo scorso, tante voci, significa lasciare liberi tutti di continuare il proprio impegno e mettere assieme con cognizione e in maniera sistematica mondi che sono presenti a livello nazionale e locale; e proprio in questo “mosaico” ben rappresentano l’idea sturziana di adesione al territorio che è una delle caratteristiche dei cattolici democratici. Ma avremo modo di riparlarne concretamente.

Il passo in più che io ritengo si debba fare è invece legato alla giusta idea espressa da Lorenzo Dellai che i cattolici democratici, se vogliono essere conseguenti a se stessi e alle proprie affermazioni debbano confrontarsi con il “contemporaneo” e dunque aprirsi anche a nuove tematiche, spesso in passato un po’ oscurate, vuoi dalla emergenza pratica del governare che dalle tradizioni “disciplinari” della nostra scuola di pensiero. Questo indipendentemente da dove ognuno di noi ritiene o riterrà in futuro di portare le sue idee, movimenti o partiti che siano (ricordate che io propugno la “doppia tessera”? E difatti a certe condizioni (le indicava chiaramente Enrico Farinone) manterrò la mia del Partito Democratico, ma non è qui che voglio parlarne e per certi versi non lo avrei fatto neanche all’Istituto Sturzo se non avessi voluto seguire il filo del ragionamento di Pierluigi Castagnetti e dei molti amici intervenuti).

Ecco dunque che si tratta, per noi cattolici democratici, di fare un salto e superare le consuete discipline praticate della storia, delle scienze politiche, della giurisprudenza, del costituzionalismo, ed aggiungere con curiosità culturale e partecipazione nuove frecce al nostro arco cognitivo. Non può bastarci (in realtà storicamente non ci è mai bastata) come cattolici democratici la cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa”. Con tutto il rispetto, sulle alleanze internazionali, la questione energetica, lo sviluppo economico non è che la Democrazia Cristiana non abbia saputo andare sempre oltre, ed anche ai tempi dei PPI, per fortuna, De Gasperi, Sturzo stesso e certamente Donati e Ferrari seppero “leggere” la situazione sociale pre-fascista e dittatoriale ben meglio della Chiesa stessa.

Noi siamo laici e post-conciliari. Nostro è il dovere, “a causa della fede”, non per la fede o peggio ancora per la nostra religione, di vivere in questo mondo, senza farci abbagliare dal mondo. Ed allora ecco che dobbiamo tornare ad interrogarci sulla ECONOMIA, dove siamo stati presenti ma oggi ci troviamo a dover convivere con un capitalismo consumista che ha perso anche lo spirito del capitalismo originario; che dà più spazio alla finanza che alle realizzazioni concrete; che vede nascere e fiorire la iconografia dei grandi possessori di denaro (lo 0,001% del mondo?) i quali ora pretendono anche di decidere al pari degli Stati: Elon Musk è un esempio ultimo di pervasività nella comunicazione, nella economia nazionale degli Usa, negli affari internazionali con i suoi satelliti che sono al servizio nella guerra ucraino-russa…della “parte giusta” ma…se fossero al servizio della “parte sbagliata”? E se la proprietà di un social network più potente di mille giornali nazionali di oltre duecento anni di “anzianità” fosse volta solo a formare una ideologia globale che superi le barriere e i confini nazionali? O vogliamo parlare del ruolo di aziende come i Gafam (Google-Amazon-Facebook-Apple-Microsoft) che hanno bilanci multinazionali superiori ad almeno 100 dei 196 Paesi presenti alle Nazioni Unite? L’ ECONOMIA DIGITALE, in cui le proprietà di calcolo, gli algoritmi segreti, i server nascosti nelle piane artiche o in “paradisi” fiscali e legislativi, sta disegnando scenari molto diversi da quelli classici anche del “Turbocapitalismo” anni ottanta e novanta.

Come possiamo parlare di persona e comunità in senso generico, senza invece interpretarli alla luce di ciò che accade oggi?

Possiamo solo dibattere di commi legislativi e leggi elettorali mentre leadership internazionali sono condizionate da nuovi sistemi ingegneristici dell’economia, che cambiano tutti i “business models” e rendono i giovani solo pedine per i “like” sui social networks facendoli partecipare alla nuova produzione di “plus valore” dalla “catena di montaggio” del computer o dallo smartphone di casa propria? Sia chiaro, questo cambio di paradigma scandisce ancor più la vetustà di certe battaglie di Landini o delle richieste antiche ed anche un po’ stridule di Bonomi, più ancora dei nostri riferimenti ad una economia della persona in cui la comunità si sviluppa (sostenibilmente) solo attraverso la comprensione dei meccanismi e la ripresa in mano (non dirigistica o autoritaria, non siamo la CINA (turbosocialcapitalistica) delle leve della economia digitale contemporanea e di una cultura del lavoro realmente contemporanea.

E l’AMBIENTE, o meglio l’ECOLOGIA INTEGRALE, non è e non può essere semplicemente un “omaggio” a Papa Francesco e San Francesco, suo ispiratore. Bene il Santo Padre…meno male…ma come ricordava l’amico Rogante, non a caso di Taranto, la sfida per noi laici non è solo enunciare o citare, ma spiegare come tieni assieme il dovere di produrre in uno dei quattro soli poli industriali europei di produzione dell’acciaio, le ragioni dello sviluppo (sostenibile…ed è possibile tecnicamente realizzarlo), del diritto al lavoro e contemporaneamente della salute individuale e collettiva di una città. È rispondere a Taranto, oggi; alla città e ai lavoratori, all’Europa ed all’Accordo di Parigi 2015 (Cop 21) che fa una politica, non solo le enunciazioni generiche. (E nel frattempo c’è stata la fallimentare Cop 27 a Sharm el-Sheikh, ma anche una Cop 15 sulla biodiversità a Montreal interessante, con oltre 10000 progetti ambientali di città nel mondo, città dove vivono ormai il 55 percento degli abitanti del Pianeta e l’URBANIZZAZIONE E RICUCITURA URBANISTICA ED ARCHITETTONICA sono certamente uno dei problemi del futuro…).

E delle condizioni della SCUOLA dopo due anni di pandemia (anno scolastico 2020-2021 pari per giornate in presenza a quelle dell’anno scolastico 1944-1945, per dire…) e la guerra in casa Europa, dove si annidano le frustrazioni di generazioni giovani impaurite e destinate a far crescere le situazioni NEET (non vai a scuola ed università e nemmeno al lavoro)? Possibile che dopo i proclami di voler aprire le scuole tutto l’anno, di tenere lezioni a giugno e luglio, di far scendere le classi al numero giusto di 15 alunni per classe (anche a fini sanitari oltre che culturali), tutto si riduca alla “restaurazione” autoritaria, e il “merito” vero, quello dell’emancipazione e dell’ascensore sociale, non sia degno di dibattito di nemmeno una giornata del nostro Parlamento dall’inizio della pandemia ad oggi?

Per ora mi fermo qui. Non voleva essere una sorta di “cenni sulle vicende universali”…Credetemi. Anche di molti di questi problemi vorrei saperne di più, ascoltare pareri, idee nuove…e per fortuna il 19 abbiamo avuto Ernesto Maria Ruffini, Fabrizia Abbate, Monica Canalis, Federico Manzoni e Domenico Rogante ad introdurre nuove angolature, spazi interconnessi, provocazioni culturali…No, voleva essere una “riflessione-stimolo” – a me stesso per primo- a rispondere alla giusta preoccupazione che molti amici, e Lorenzo Dellai tra gli altri in maniera davvero stimolante, hanno espresso di non essere solo rivendicativi, nostalgici, celebrativi ma anzi di riscoprire quella vena intrepida dei cattolici democratici di spingersi in terreni inesplorati, in discipline che non consideriamo “nostre” a priori, insomma a fare davvero la “minoranza di choc” (Maritain). In primo luogo verso noi stessi ed un eventuale gradevole senso di soddisfazione ed appagamento solo per il fatto di esserci, e venire riconosciuti culturalmente o politicamente.