DIO PATRIA E FAMIGLIA? DANTE NON È IL POETA DELLA DESTRA.

Dante, tirato per la giacchetta dal Ministro della cultura della Repubblica italiana, fa tenerezza. Anche nella compagine di governo si coglie un certo imbarazzo. Quanti si rifugiano nel silenzio possono cadere nel ridicolo: si chiederà di rivedere i testi scolastici?

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Domenica Nicola Tuzzabanchi – ma chi si nasconde dietro questo pseudonimo? – ha avuto il merito con la sua garbata ironia di farci pendere con tenerezza verso il grande padre Dante, tirato per la giacchetta dal Ministro della cultura della Repubblica italiana. Questi appare in tutta la sua pastosa iattanza culturale nel desiderare un’Italia assoggettata ad una dimensione piccola, se non minuscola, di una destra custode della tradizione. Una tradizione che si traduce nei valori ritenuti fondanti per questo tipo di riferimento: Dio, Patria e Famiglia (con le iniziali maiuscole). Valori che creano un imbarazzo strisciante anche nella compagine di governo, non perché di per sé siano superati, ma perché nella loro rigidità precludono quello della solidarietà, che è il cardine del cristianesimo rivendicato quale credo fondante riconosciuto.

Se volessimo portare all’estremo il ragionamento, i tre valori così come sono citati andrebbero bene per un bel numero di credo (o credi, l’Accademia della Crusca lascia a noi decidere) religiosi. In realtà, chiudere la cultura cristiana espressa da padre Dante nel quadrato politico guelfo/ghibellino significa riportare in auge uno scontro tra fazioni per le quali, alcuni secoli fa, ci siamo scannati come capretti tra cristiani, cedendo anche incosciamente all’affermazione di sé attraverso lo scontro. E anche questo è un segno poco cristiano, se il comandamento primo è amatevi gli uni e gli altri.

Peggio andò, come sappiamo, tra i guelfi bianchi e i guelfi neri, divisi dal rapporto con il Papa regnante, sicché lo scontro fu ancora più aspro, tanto da portare Dante all’esilio. Certo Tuzzabanchi non si osa al dispregio dell’esibita cultura ministeriale, tanto di letteratura che di storia e finaco di catechismo, e gliene siamo grati; ciò nondimeno noi lettori, che non siamo disincantati, sappiamo che la cultura di destra ha una rappresentanza degna di attenzione, sebbene non veda (o vedeva) il ministro nostrano tra i suoi portavoce. Umilmente segnaliamo però l’incombenza di un silenzio assordante, proprio di quanti invece di quella destra, per l’appunto degna, ne sono o ne vogliono essere testimoni. Con il rischio, a forza di silenzi, di trovarsi essi stessi a misurare l’onta del ridicolo, magari per un’eventuale, non del tutto improbabile, campagna di propaganda popolare per la revisione dei testi scolastici.