IL TUNNEL SENZA SBOCCO DELLA GUERRA: QUANDO FINIRÀ, E COME, L’ASSURDA PROVA DI FORZA IN UCRAINA? 

Dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Occorre ammettere che non è facile essere ottimisti. Il rischio è che la guerra - assurda prova di forza - duri ancora a lungo.

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Dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Occorre ammettere che non è facile essere ottimisti. Il rischio è che la guerra – assurda prova di forza – duri ancora a lungo.

Enrico Farinone

L’anno nuovo è arrivato e con passo veloce ci si avvia al primo anniversario del tragico inizio della guerra in Ucraina, quella da Putin chiamata “operazione militare speciale”. Ed in effetti tale avrebbe dovuto essere, nei piani dell’oligarca russo, l’assurda prova di forza: un intervento mirato ed efficace che avrebbe provocato la cattura o l’uccisione del presidente ucraino e di pochi altri politici a Kyiv, qualche edificio distrutto nella capitale medesima e qualche morto accidentale. Nulla di più. In meno di una settimana, a dir tanto, ci sarebbe stato un nuovo governo, prono ai voleri di Mosca.

Le cose, si è visto, sono andate ben diversamente. Il Presidente Zelensky, un attore comico e nulla più (immaginava Putin), si è dimostrato all’altezza del ruolo, non è stato catturato e non è fuggito; il popolo ucraino tutto, incluso in larga misura anche quello russofono residente nell’est del Paese, si è unito intorno alla propria leadership e ha fatto muro all’avanzata dell’esercito nemico; le forze militari ucraine, già addestrate e rifornite dagli americani, si sono rivelate assai più pronte e preparate di quanto i servizi di Mosca avessero anche solo immaginato; la solidarietà nei confronti degli aggrediti da parte dell’Occidente è stata unanime (anche se differenziata) e nel tempo ha armato le forze ucraine con sempre maggiore intensità. Infine, l’esercito russo si è dimostrato clamorosamente inadeguato a condurre un’operazione militare rapida e penetrante, col risultato non solo di aver fallito totalmente l’obiettivo iniziale ma pure – e ciò è anche più grave per il futuro della Russia – di avere mostrato agli occhi del mondo (potenziali alleati e potenziali avversari) la propria arretratezza strategica e tattica, davvero imprevista a questi livelli da tutti gli osservatori, e probabilmente anche dagli stessi americani (gli unici, non lo si dimentichi, ad aver compreso per tempo le intenzioni del Cremlino). Tant’è che col trascorrere del tempo e con il progressivo fallimento dell’avanzata russa in territorio ucraino la minaccia velata, a volte neppure tanto, dell’utilizzo dell’arsenale nucleare è stata la vera arma che Mosca ha utilizzato, impedendo così agli occidentali di osare una controffensiva che sul campo avrebbe potuto divenire devastante per l’armata russa.

Ora, dopo quasi un anno e proiettandoci alla fine del lungo inverno ormai iniziato, è legittimo domandarsi “quando finirà”. E come finirà. Quali sono i margini per stabilire una tregua nei combattimenti che dia tutto il tempo necessario alle diplomazie per architettare una costruzione politica in grado di garantire una pace duratura.

Occorre ammettere, con franchezza, che non è facile essere ottimisti. Certo, in molti hanno visto nelle proposte di cessazione delle ostilità fatta da Putin per consentire le celebrazioni del Natale ortodosso un segnale di debolezza e dunque di disponibilità ad una trattativa fino ad oggi mancata. Ma per contro, ammesso e assolutamente non concesso che questa ipotesi sia attendibile, la dura risposta di Kyiv (e degli americani) ha confermato la volontà di combattimento e di vittoria degli ucraini, ancorché fiaccati nell’ultimo mese dalla nuova strategia russa, volta a colpire le loro infrastrutture vitali e dunque a far patire loro duramente il freddo inverno. D’altro lato, il piano di pace in dieci punti predisposto da Zelensky così come è stato predisposto è palesemente inaccettabile per Putin ed è francamente difficile trovarvi qualche spiraglio nel quale entrare per trovare una qualche via d’uscita dalla crisi.

Il rischio, quindi, è che la guerra duri ancora a lungo. E non sempre a bassa intensità, come con espressione ipocrita e fuorviante a volte si dice. Con la conseguenza non solo della permanenza di un conflitto grave ai confini dell’Unione Europea. Con l’ulteriore rischio di un suo allargamento, qualora in esso dovesse entrarvi direttamente anche la Bielorussia, evento purtroppo da non escludere del tutto. Ma anche con la conseguenza della devastazione dell’Ucraina, perché se le incursioni dei micidiali droni di fabbricazione iraniana (e qui si apre un altro capitolo di indubbia pericolosità sul quale varrà la pena tornare) proseguiranno a lungo, nonostante le difese approntate dagli assaliti, è evidente che l’infrastrutturazione complessiva dell’Ucraina collasserà.

E a quel punto, e forse prima di quel punto, quale sarà la reazione degli alleati occidentali dell’Ucraina? E al tempo stesso, sul terreno, nel Donbass non saranno nel frattempo ulteriormente avanzate le forze armate di Kyiv alla riconquista di quei territori, data la debolezza esibita sul campo dai russi? Come sarà possibile una trattativa se nessuna delle parti sarà disponibile a cedere qualcosa? Ma come è possibile, per gli ucraini, cedere? Significherebbe riconoscere a Mosca una vittoria, perché ormai pure la Crimea è stata associata all’invasione del 24 febbraio, anche se occupata dai russi da oltre due lustri, e quindi rivendicata (giustamente) come legittimo territorio ucraino non negoziabile. Per contro, Putin non può permettersi alcun cedimento dopo aver rivendicato territori in nome addirittura della Storia della Madre Patria russa. Siamo in un tunnel buio pesto. Il suicidio nucleare, inquietante e tragico, è là certo lontano, ma non tanto purtroppo da essere un’ipotesi meramente teorica.