LA NUOVA TECNOLOGIA ENERGETICA AMERICANA RENDE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA SOCIALMENTE SOSTENIBILE.

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Anche l’area del cattolicesimo sociale e democratico deve lasciarsi interpellare dal radicale cambio di narrazione che comporta la scoperta di nuove fonti di energia pulita: per i ceti popolari significherà il passaggio dalla penuria pianificata a una nuova prosperità interclassista, e compatibile con la libertà e con l’ambiente.

 

Giuseppe Davicino

 

Ha destato molto clamore l’annuncio da parte degli Stati Uniti dei progressi fatti nel campo della fusione nucleare. Però è almeno da 70 anni che si sa che vi sono modi, più di uno, per ottenere energia infinita, pulita e con costi di produzione praticamente irrisori. Ma il cartello del petrolio e dell’elettricità, insieme a quello finanziario e del petro-dollaro, si è sempre premurato di fare in modo che i finanziamenti ai ricercatori che si intestardivano, venissero limitati.

 

Ieri gli Stati Uniti hanno fatto sapere alla Cina, che a quanto pare sulla fusione “calda” è molto avanti, che questa nuova frontiera del progresso la stanno presidiando anche loro. Ma fanno sapere anche alla Germania che non sarà col suo progetto, basato sulle rinnovabili (ma che in realtà non stava in piedi senza il gas russo a buon mercato, e senza gli ingenti sostegni pubblici essendo le rinnovabili diseconomiche), che si compirà la transizione energetica, ma con la tecnologia che realizzeranno gli Stati Uniti.

 

Si possono intravvedere due aspetti di questo annuncio che ci riguardano. Uno come Paese, l’altro come area politica.

Il primo aspetto consiste nel fatto che sia a livello di ricerca che di standardizzazione di queste nuove fonti di energia l’Italia può – perché ha i cervelli e le tecnologie – e deve collaborare strettamente con gli Stati Uniti, che saranno quelli, nella nuova divisione bipolare del mondo che sta avvenendo, che decideranno il prezzo e la quantità dell’energia pulita, e che ne avranno le chiavi nel nostro mondo non cinese. Con gli Stati Uniti, dunque, per arrivare prima ed essere autonomi, anche da Paesi a noi non lontani, sul piano delle nuove tecnologie energetiche.

 

Il secondo aspetto riguarda la nostra area politica. Credo che un po’ tutti noi auspichiamo un rinnovato protagonismo dei cattolici democratici e popolari. Ed è evidente che servono strumenti organizzativi, a chi nel centro o nel Pd vuole passare dalle parole ai fatti. Accanto a ciò credo sia necessaria anche una iniziativa sul piano culturale e programmatico. Anche su una questione decisiva come quella energetica.

 

Mi domando: possiamo non vedere che lo sdoganamento della free energy finirà per cambiare completamente la narrazione sulla transizione ambientale?

 

Ciò metterà in enorme difficoltà la sinistra, tutta, quella storica e quella “per caso”, che aveva assimilato così bene la narrazione della decrescita felice, fatta di deindustrializzazione, di riduzione dell’economia alla sola quantità di energia prodotta con le rinnovabili, di restrizioni e divieti climatici resi più efficaci dalla sorveglianza digitale e dall’applicazione della cittadinanza a punti ecologica.

Ora, vogliamo lasciare che l’enorme sospiro di sollievo che ci sarà tra le classi che erano destinate a soccombere dalla transizione ecologica incentrata sulle sole rinnovabili, man mano che si avvicinerà il traguardo di una forma di energia funzionale allo sviluppo anziché all’impoverimento e all’aumento delle disuguaglianze, vada tutto a favore della destra?

 

Se non lo vogliamo, allora l’area di centro credo debba far sentire la sua voce in modo che gli elettori avvertano che sta dalla parte del cambio di narrazione. Non dalla parte della penuria programmata, ma dalla parte di una nuova prosperità interclassista, e compatibile con l’ambiente.