La ritirata americana arriva da lontano

Il punto è che Washington non ritiene più essenziale investire enormi risorse economiche e militari, con linevitabile e drammatico corollario di perdite di vite umane, in ogni angolo del globo. Non a caso, Gideon Rachman, lautorevole opinionista del Financial Times, ha delineato la fine della presenza americana in Afghanistan come linizio del mondo post-americano”. Ecco, sarà bene rifletterci sopra, a cominciare da noi europei.

 

Enrico Farinone

 

E’ difficile analizzare i diversi elementi che compongono il puzzle afgano senza avere negli occhi le drammatiche immagini viste in questi giorni. Ed è parimenti arduo farlo senza forzare i toni intorno agli aspetti che si ritengono basilari e, soprattutto, più vicini alla propria sensibilità e alle proprie idee. Arriva però sempre il momento nel quale, superata l’onda della prima commozione, occorre recuperare lucidità per poter osservare le cose in termini oggettivi e quindi poter affrontare la situazione al meglio, considerandola per quella che è.

 

Uno degli elementi, quello su cui vorrei soffermarmi qui perché conduce alle nuove responsabilità dell’Unione Europea (che tratterò in un prossimo articolo), è stato ormai rilevato quasi unanimemente dagli analisti politici. Ovvero il ritrarsi degli Stati Uniti da quel ruolo di primo rappresentante degli interessi occidentali nel mondo che ne aveva caratterizzato l’azione durante il secolo scorso.

 

Occorre prenderne atto: Washington non ritiene più essenziale investire enormi risorse economiche e militari, con l’inevitabile e drammatico corollario di perdite di vite umane, in ogni angolo del globo. Ha mutato l’ordine delle priorità: prima le esigenze interne, dopo – semmai – quelle legate alla politica estera, e anche fra queste ultime il focus non è il più il medesimo: ieri, a fronte del comunismo sovietico e della strategicità degli approvvigionamenti petroliferi, era orientato prevalentemente su Europa e Medio Oriente (quindi Atlantico e Mediterraneo, quindi Occidente); oggi, a fronte dell’avanzata cinese in ogni campo incluso quello militare, è innanzitutto rivolto a quello che noi definiamo oriente asiatico ma che per gli USA è occidente, al di là di quell’Oceano Pacifico che bagna le sabbiose spiagge della California.

 

Forse questa considerazione renderà parzialmente felici gli inesausti oppositori dell’imperialismo amerikano, quello con la kappa, così come sorprenderà quanti avevano immaginato che l’America first trumpiano fosse una delle tante anomalie di un Presidente non all’altezza, oltre che reazionario.

 

In realtà il progressivo cambio di orientamento nella politica internazionale degli Stati Uniti si era cominciato a percepire già ai tempi della presidenza Obama. E’ stata ricordata la sua intenzione di ridurre la presenza di truppe in Afghanistan sin dal 2010 (poi in realtà, cedendo alle pressioni e alle analisi strategiche e sul campo del Pentagono, aveva aumentato gli effettivi in situ). E già allora il vice presidente Biden si era dichiarato contrario rispetto a quest’ultima scelta. Io però vorrei qui rammentare anche la cortese ma ferma richiesta rivolta agli alleati europei nella NATO di contribuire maggiormente alle spese per quest’ultima (andata un po’ nel dimenticatoio solo perché ripresa da Trump con più vigore e con la volgarità tipica del personaggio): segnale pure esso di un diminuito interesse verso il quadrante europeo intervenuto dopo la fine dell’Unione Sovietica.

 

E che dire, ancora, delle incertezze palesate, sempre da Obama, nella vicenda siriana, che nel tempo hanno consentito non solo la permanenza al potere del massacratore del suo popolo, Bashar al-Assad, ma anche il consolidamento di basi militari russe sul Mediterraneo orientale?

 

Insomma, il quadro strategico è cambiato. E non di poco. Molti osservatori, fra i quali il sottoscritto, avevano erroneamente interpretato l’America is back di Joe Biden come il ripudio totale della dottrina Trump, probabilmente ingannati dal proprio radicale dissenso nei confronti delle idee e dei modi del magnate newyorchese; ma in realtà il cambiamento data ormai da quasi tre lustri, e in esso certamente la crisi economico-finanziaria innestata nel 2007 dalla questione dei mutui subprime ha esercitato un ruolo non secondario. Perché ha indirizzato l’elettorato statunitense a richiedere alla politica più attenzione e risorse per infrastrutture, creazione di posti di lavoro, sanità, politiche sociali e meno per dispendiose iniziative militari internazionali delle quali l’americano medio non comprende – oggi, svanito il pericolo comunista – la necessità né tanto meno le motivazioni d’ordine geopolitico.

 

Biden è riuscito a sconfiggere Trump soprattutto tracciando un quadro di ripresa interna – a partire dalla sconfitta del Covid-19, senza il quale probabilmente Trump sarebbe stato rieletto – e ora è su questa che verrà misurato dagli elettori. Ed infatti – al di là della disastrosa ritirata da Kabul, sulla quale occorrerà indagare meglio perché è evidente che gli americani con essa hanno perduto in credibilità e potere di deterrenza – già ora il suo consenso è in diminuzione a causa soprattutto della ripresa di forza del virus, dovuta anche alla non completa immunizzazione vaccinale della popolazione, che pure era stata assicurata. E’ il problema del consenso. Dei voti da raccogliere. Un tema che il politico che opera in una democrazia non può mai trascurare, a differenza degli autocrati o dei dittatori. Ciò però può indurre – come è stato nel caso in questione – a commettere errori, anche gravi. Che possono generare mutamenti di scenario imponenti.

 

Gideon Rachman, l’autorevole opinionista del Financial Times, ha delineato la fine della presenza americana in Afghanistan come linizio del mondo post-americano”. Forse con un po’ troppa enfasi, ma certo è che ora, nel 2021, siamo ormai pienamente nel XXI° secolo, che taluni han definito il ”secolo asiatico”. Sarà bene rifletterci sopra. A cominciare da noi europei.