La pagina Facebook del Museo di Ravenna oscurata è solo l’ultimo caso di una lunga serie: gli algoritmi sono incapaci di intendere l’uomo

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È di questi giorni una notizia che non è certo la prima del suo genere, offre spunti di riflessione interessanti, ma non sul tema di cosa è arte o pornografia, il livello di lettura più gettonato e vendibile che mi sembra secondario. La pagina del Museo d’Arte della città di Ravenna (Mar) è stata oscurata per quasi un mese da Facebook, il cui algoritmo ha decretato che una immagine del fotografo Paolo Roversi era censurabile perché non rispettava i dettami del social sul nudo. 

La mia considerazione non riguarda il discrimine che dividerebbe secondo alcuni, e certo secondo l’algoritmo, arte e pornografia in modo netto, diatriba inutile che lascio volentieri a chi ama tessere geremiadi contro un preteso clima censorio senza precedenti o sul mala tempora currunt del momento. L’oscuramento in questione sottende un tema molto più focale che include anche le distinzioni posticce come corollario del suo ventaglio di conseguenze nefaste. Più volte ho presentato e sostenuto argomentazioni per cui la AI non potrà mai sostituire il cervello umano nella sua essenza e nelle sue peculiarità più specifiche. 

La notizia che riguarda Facebook e il Mar offre una occasione ulteriore che ritengo difficilmente contestabile, anche da chi si ritiene vestale profetica dell’avvento di un incontrastato dominio delle macchine prossimo venturo. L’algoritmo onniscente e onnipresente, in realtà generatore di un enorme catalogo di dati di cui non ha alcuna coscienza, non potrà mai individuare una componente fondamentale che caratterizza tutto l’agire umano e i suoi processi cognitivi: l’intenzione. 

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