LE LETTERE DI ZAC

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È stato presentato ieri sera a Ravenna il libro «Caro Zaccagnini…». Lettere scelte ad un credente prestato alla politica, a cura di Aldo Preda, edizioni Studium. Riportiamo di seguito l’intervento di Pierluigi Castagnetti.

Riparlare di Zac a oltre trent’anni dalla sua morte, per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, è occasione di refrigerio spirituale. La memoria riporta subito davanti agli occhi quel suo volto radioso e sereno che aveva colpito anche Papa Giovanni. Su quel volto si potrebbero scrivere pagine e pagine, qualche studioso arrivò persino a ipotizzare che fosse stato scelto come segretario della Dc proprio per la sua faccia. Che era un discorso da sola. Parlava. Diceva la genuinità, l’unicità, la schiettezza, l’onestà della persona, la sua anima.

Sia chiaro, Zaccagnini, è stato un grande uomo politico, e sarà ricordato per le sue scelte, dalla Resistenza alla solidarietà nazionale, ai 55 giorni della prigionia del fratello e maestro tanto amato, sarà ricordato per i suoi discorsi pieni di passione, per la fermezza mostrata in alcuni tornanti della vita della Repubblica. Ma personalmente credo che lo sarà anche per l’uomo che è stato. Lo “zaccagninismo” (se così vogliamo definirlo) era infatti, oltre che una linea politica, uno stato d’animo, un modo di stare di fronte al potere, una regola esistenziale, una prassi comportamentale, una condizione psicologica e spirituale, un modello inconsapevolmente pedagogico, una tipologia dell’uomo libero. E, dunque, la conseguente dimostrazione pratica che tutto ciò non era solo compatibile con, ma doveva rappresentare l’essenza dell’uomo politico.

Prima e dopo di lui l’uomo politico era spesso ritenuto un cercatore di potere o un realizzatore di disegni di respiro corto, da cui la crescente diffidenza verso la politica e gli uomini politici considerati – con una generalizzazione ingiusta – tutti permeabili dalle tentazioni del successo e del potere; con Zaccagnini e altri della sua generazione, il politico era invece essenzialmente un uomo (o una donna) che viveva pienamente la sua umanità e la sua responsabilità di abitante della città, cittadino tra cittadini. Basta leggere le lettere di Nilde Iotti qui pubblicate (“ci ripensi”, rispetto all’intenzione di Benigno di non ripresentarsi alle elezioni), Tina Anselmi (“…per quello che nella mia vita significa la tua presenza…e la tua testimonianza politica”), Sandro Pertini (“…ho saputo delle condizioni non buone di salute del tuo figliolo. Ne sono addolorato, amico carissimo…”), per cogliere la qualità di questa umanità di donne e uomini politici che si rispettavano e si volevano bene, al di là delle diversità politiche. Ricordo questi aspetti che possono rivelare qualche inconsapevole segno di cedimento da parte mia alla nostalgia di altre stagioni, perché colgo nella sfiducia di oggi da parte di molti cittadini nei confronti della politica anche la denuncia di una certa mancanza di qualità umana: “tu non mi conosci”, “tu non hai mai parlato con me”, “che ne sai della mia sofferenza?”, “ti ho incontrato al supermercato con tua moglie, ma non ti ho mai visto controllare il prezzo della merce prima di scegliere”,…viene detto ai politici.

Mi rendo conto che il giudizio morale, spesso disinformato della vera realtà, può facilmente degenerare in moralismo e poi in qualunquismo, ma se ciò è uno stato d’animo che si sta diffondendo sempre più bisognerà pur occuparsene. Ai tempi delle polemiche su “la casta”, una sera, in un dibattito piuttosto acceso in una sezione del partito proprio a Ravenna, un amico parlamentare ha dovuto urlare: “Per favore basta, questi vostri discorsi mi fanno soffrire e sento che la maggior parte di noi parlamentari non li merita. Perché queste accuse non le avete mai fatte a Bulow e a Benigno?”. Sì, perché?

Perché quella domanda in effetti conteneva la risposta. La gente, i militanti soprattutto, manifestavano nostalgia di Bulow e Zac. Mi tornano alla mente le tante conversazioni con Benigno fatte in aereo o in treno proprio nell’ultimo anno della sua vita quando talvolta – non spesso per la verità – si lasciava prendere dallo sconforto: “ma noi, quasi cinquant’anni fa, ci siamo dati alla macchia e abbiamo combattuto contro i nazisti, alcuni hanno sacrificato la vita, per un’Italia diversa, per una politica diversa”. Impressionava la sua lucidità e la sua freschezza morale ancora integra come ai tempi della scelta della Resistenza.

Mi viene alla mente un verso del poeta partigiano Giorgio Caproni (che Zac conosceva): “Sono tornato là dove non sono mai stato”. Questa nuova pubblicazione che l’inesauribile intraprendenza memorialistica di Aldo Preda ci regala quest’anno, dovrebbe servire proprio a questo, a far “tornare” tanti giovani là dove non sono mai stati, a conoscere un modo di essere e di fare politica che non hanno mai conosciuto, perché nessuno gliene ha parlato e insegnato che la politica è una cosa bella, perché è bello lavorare, e persino dare la vita, per difendere la libertà, combattere le ingiustizie e costruire la pace. È bello prepararsi al giorno in cui tuo figlio ti chiederà: tu papà, tu mamma, cosa avete fatto per migliorare il mondo? E poter rispondere: non sono stato con le mani in mano, mi sono impegnato come potevo, ho cercato dei maestri e ne ho trovat: Zaccagnini ad esempio, quel vecchio uomo politico che ultimamente si appoggiava al bastone e che sapeva piangere in pubblico per la perdita di un amico, che accompagnava al treno la sua collaboratrice domestica portandole la valigia, che la domenica pomeriggio girava per le parrocchie a fare spettacoli di burattini, che come cristiano era incantato dal magistero di don Sangiorgi, don Primo Mazzolari e don Zeno Saltini, e che per una vita intera ha inseguito il sogno di voler cambiare il mondo a misura dei bisogni della povera gente.

Gli ultimi dieci anni della sua vita lo hanno segnato molto, lo sapevamo, era diventato più silenzioso pur restando uomo sereno, li ha vissuti nella preghiera e nella riflessione, come se sentisse che la Provvidenza gli aveva voluto parlare proprio con la fatica e il dolore, perché non solo nella vita familiare aveva provato l’esperienza del dolore indicibile, ma anche nella vita politica. Non poteva essere un caso. Certo i cristiani conoscono il dono della libertà fatto dal Signore perché ne facciano buon uso sin dai primi giorni della maturità e conoscono la loro personale responsabilità in tutti i fallimenti della propria vita, epperò la coincidenza di tanti segni non si poteva archiviare facilmente. È vero che in politica come nella vita tante cose semplicemente accadono, ma tante altre accadono come conseguenza di errori e inadeguatezze precedenti. Era necessario allora capire dove si fosse sbagliato, chi e con quali complicità anche nostre, quali errori insomma erano stati compiuti.