MILANO 1918: I DIFFICILI PROBLEMI DEL DOPOGUERRA. LA CONFERENZA DI STURZO CHE APRE ALLA FONDAZIONE DEL PPI.

Il 17 novembre 1918 Luigi Sturzo tenne a Milano una conferenza su «I problemi del dopoguerra», con vasta eco nel Paese. Di lì a poco, a Roma, fu decisa la fondazione del partito. Di seguito riportiamo il passo che tratta dei rapporti tra Stato moderno e libertà.

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… Farà meraviglia certo, a spiriti superficiali e ai liberali dello stampo classico, sentire che oggi il problema più significativo e l’elemento di contrasto si basa sopra una ragione di libertà. E non è certo di una libertà formale ed esteriore che intendo parlare, ma di una libertà intima e sostanziale, che pervade e informa tutto il corpo sociale.

Col crollo della Germania si è rivelato nella sua profonda crisi l’assurdo pratico della concezione panteistica dello stato, che tutto sottopone alla sua forza il mondo interno ed esterno, l’uomo e la sua ragione d’essere, le forze sociali e i rapporti umani; nella deificazione di una forza e di un potere assoluto, sostituito alle grandi ragioni di giustizia e alle grandi finalità dello spirito.

Tale concezione panteistica è penetrata, dove più dove meno, in tutte le nazioni civili a base liberale e democratica e nel pensiero prevalente della filosofia del diritto pubblico; e quelle che hanno maggiormente contrastato le finalità religiose della chiesa, hanno sostituito, nella negazione di ogni problema spirituale collettivo, una nuova religione laica, quella dello stato sovrano assoluto, forza dominatrice e vincolatrice, norma e legge morale, potere incoercibile, sintesi unica di volontà collettiva.

È evidente che doveva trovarsi una ragione ultima di questo potere dello stato; e mancando al laicismo politico la visione di Dio, ha trovato nella parola popolo la giustificazione di un potere, che oggi il popolo rivendica, poiché ne sente i vincoli, che in gran parte addebita al dominio della classe borghese; confondendo così quel che natura pone da quel che è attuazione pratica attraverso la realtà della vita, e quel che è elemento di elaborazione e di specificazione del dinamismo sociale.

Certo, il complesso della vita economica e politica di una nazione moderna è così denso di relazioni e di sviluppi, ha tali enormi compiti nel progredire delle ragioni sociali, che nuovi vincoli crea, mentre nuovi utili servizi presta; onde nuovi organismi e più sviluppati si impongono, leggi più complicate e ordinamenti molteplici si creano, pari al ritmo della vita moltiplicantesi come onde che si accavallano e si dissolvono nella tempesta dell’attività collettiva. Però, mentre ogni nuovo sviluppo di vita crea vincoli di relazione, tende per questo alla liberazione di miserie e di deficienze morali o intellettuali, politiche o economiche, secondo la natura specifica di ciascun movimento; così è nel giusto ritmo della vita sociale mantenere l’equilibrio tra lo sviluppo della personalità individuale e quello della ragione collettiva, perché ogni vincolo porti una elevazione, e ogni elevazione conquisti una libertà. Non vorrei essere oscuro: l’elemento familiare dà il più luminoso esempio al mio dire: l’uomo che si unisce ad una donna nel sacro vincolo della società matrimoniale perde una parte della sua libertà individuale e accetta le leggi e i patti coniugali ai fini specifici: ma insieme passa in una condizione di liberazione dalle ragioni di inferiorità quale era per lui la vita del celibe (nel senso naturale della parola, a parte ogni concezione di abnegazione cristiana), ottenendo l’aiuto della donna ai fini naturali, nel mutuo amore, nella filiazione, per la continuità della specie. E tale liberazione ed insieme elevazione determina in lui, con i nuovi doveri e diritti, l’acquisto di libertà sociali, cioè la possibilità di conquistare i fini della nuova società con atti di propria volontà e sotto la propria ragione personale.

Della stessa libertà, in ordine spiritualmente più elevato parlava san Paolo quando, predicando il cristianesimo, mentre annunziava la legge di Cristo, che è abnegazione e mortificazione di sensi, che è giustizia e rispetto all’altrui personalità, proclamava la liberazione da una società inferiore, la società del peccato, e annunziava la libertà dei figliuoli di Dio: una libertà psicologica rinnovatrice e vivificatrice, nel vincolo di nuova società cui si appartiene liberamente, la società cristiana. Così è in tutto lo sviluppo della vita sociale, da quella domestica a quella nazionale, da queste a tutte le forme di libere unioni: la ragione sociale è insita all’uomo, come ragione specifica della sua esistenza; e ogni novello vincolo che egli accetta o persegue per la sua elevazione e il suo miglioramento (e perciò rispondente alle sue finalità naturali) è nuovo ausilio a superare se stesso e le proprie deficienze, e nuovo mezzo per la liberazione da mali che si fuggono per beni che si vogliono raggiungere: è insomma un elemento di libertà organica.

Ma quando l’organismo, perdendo le sue finalità liberatrici, si trasmuta in tirannia personale e collettiva, in forza di inerzia, in elemento di contrasti ai più elevati sviluppi, in ragione di predominio, in mezzo di sopraffazione: in una parola quando è rotto l’equilibrio tra la ragione sociale, che è vincolo, e la liberazione subbiettiva, che è il raggiungimento del bene personale inteso e goduto: allora alla libertà diviene antagonistico il vincolo sociale, che per ciò stesso deve essere ridotto allo equilibrio ovvero spezzato e infranto.

Ebbene, questo disquilibrio fra il vincolo statale e la libertà individuale, nel godimento e raggiungimento dei beni comuni, oggi c’è ed è grande; ed è acuito da tutte le crisi che son precedute, ed è reso visibile e forte dai fenomeni della guerra, ed ha la sua ragion d’essere nella concezione statale assoluta e panteistica. C’è l’inversione dei termini: mentre il vincolo sociale deve servire alla elevazione personale di ciascun associato, nella concezione statale liberale lo Stato diviene come fine ultimo di ogni attività degli associati, legge a se stesso, principio di ogni altra ragione collettiva…

[Il testo è tratto da AA.VV., Il Partito Popolare Italiano nel cinquantesimo anniversario della sua fondazione, Edizioni Cinque Lune, 1970]