NON BASTA IL PD, ANCHE I POPOLARI DEVONO RIGENERARE LE PROPRIE IDEE.

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L’idea di Roberto Di Giovan Paolo – rilanciare il Ppi secondo una modalità di organizzazione assimilabile a quella del Partito radicale – non è campata per aria. Anche Castagnetti è preoccupato della deriva del Pd. Spetta comunque ai Popolari ritrovare la cifra della loro proposta culturale e sociale, prima che politica.

 

Ho letto con attenzione il pezzo di Roberto Di Giovan Paolo.
L’idea di un Partito di ispirazione Popolare che non abbia la pretesa di essere oggi “contenitore elettorale”, ma l’ambizione di offrire il proprio libero contributo di idee e di valori (sul modello “metodologico” dei Radicali), anche con l’istituto della “doppia tessera”, mi sembra sensata e interessante.

Dobbiamo vivere il nostro tempo, con tutte le sue contraddizioni. Ivi compresi gli effetti di una transizione nei meccanismi della rappresentanza politica che pare tremendamente infinita. Nessuno ha la più pallida idea di come e quando questa transizione finirà e di quali potranno essere gli approdi di sistema. E tuttavia avvertiamo che senza l’apporto delle culture politiche – pur in evoluzione naturale, a fronte dei nuovi scenari del nostro tempo – la transizione diventa deriva inarrestabile di tatticismo e di banalizzazione. Con un grave danno per la democrazia e per il “senso” della Politica.

Serve una approccio umile. Anche i popolari devono rigenerare le proprie idee e ritrovare la cifra della loro proposta culturale e sociale, prima che politica.

Ho letto poi del dibattito in seno alla Assemblea della Fondazione dei Popolari. Ed ho apprezzato l’analisi preoccupata di Pierluigi Castagnetti. Tuttavia, perdonate la franchezza, mi pare che la riflessione sul futuro della cultura del popolarismo di matrice cattolico-democratica debba andare molto al di là delle dinamiche interne al Pd. Certo, questo partito (al quale non ho mai aderito, ma che ho sempre considerato una presenza essenziale nella politica italiana) ha cercato di interpretare anche la nostra cultura, a partire dalla storia personale di molti dei suoi fondatori, dirigenti e militanti. Ma credo che quella scommessa non abbia avuto l’esito che si prometteva. E non per colpa dei vari e mutevoli equilibri interni o del generoso impegno di chi vi ha concorso, ma a causa di un problema strutturale irrisolto: il rapporto tra identità culturali e strumenti di azione politico-elettorali.

La cultura degasperiana della “coalizione tra diversi partiti” è stata tradotta nella suggestione di un “partito unico plurale”. Ma – almeno nella tradizione italiana post prima repubblica – un partito (ad eccezione di quelli “personali”, dove le identità sono sostituite dalla persona del “capo”) vive le diversità culturali come ostacolo all’azione politica e come forma di organizzazione più di potere che di idee.

L’improvvida eutanasia è stata quella dell’Ulivo. L’Ulivo rispondeva in modo innovativo al problema irrisolto di cui sopra. Era “più” di una coalizione elettorale, ma “meno” di un partito. Era un Patto per il Governo del Paese, ma non comportava nessuna “reductio ad unum” delle identità e delle culture politiche. Era, forse, il seme di una “nuova forma” di rappresentanza politica. Purtroppo è andata come è andata.

Ora occorre una nuova seminagione, con i tempi che ciò comporta. La cosa importante è non lasciar inaridire le sementi. E non buttarle tutte in una terra che può anche essere poco fertile.