PRESIDENZIALISMO, LA TENTAZIONE CHE TORNA A DIVIDERE IL PAESE.

La stabilità di governo si può e si deve ottenere senza sminuire il ruolo del Parlamento. Il presidenzialismo è sempre stata una ipotesi di lavoro - o meglio, appunto, una tentazione - che la Destra ha caldeggiato nell’ottica di una “verticalizzazione” del potere.

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Riannodiamo frammenti di un itinerario di studio che tra storia e prospettive ci sollecitano a guardare al parlamento e al suo futuro come una lunga storia alla prova del nuovo secolo. Nella storia del pensiero politico del Novecento l’idea “presidenzialistica” sembra presente, in un contesto comunque democratico, per lo più nei Paesi in cui non ci sia stata un’esperienza totalitaria alle spalle. Non è il caso dell’Italia nella cui Costituzione non si può assolutamente leggere la possibilità di un’idea di leadership relativa al concetto di sovranità, ma soprattutto di decisionalità, che non risieda solamente nell’azione legislativa dei rappresentanti dei cittadini e perciò del Parlamento.

L’idea dell’arco costituzionale si è fondata soprattutto su questo presupposto che ha coronato la concezione di un potere orizzontale e pluralisticamente inteso con pesi e contrappesi e che si oppone a qualunque visione culturale e “antropologica” di uomo forte e tendenzialmente solo al comando. La stessa filosofia politica della Costituzione repubblicana riposa su tali presupposti e come tale definisce lo stesso arco costituzionale. Si sa bene che di questo facevano parte tutti i partiti democratici e antifascisti, quelli per intenderci legati a un patrimonio assiologico della Costituzione che dell’antifascismo ha fatto il proprio caposaldo. Per cui può senz’altro essere una democrazia liberale di tipo presidenziale, ma questa non sembra essere possibile nel caso italiano per i motivi storici, cultuali e istituzionali di cui sopra.

Qualunque proposta in questo senso nella sua “eversività” di fondo rischia di essere solamente un elemento di distrazione rispetto a un’azione di governo ove non riesce a portare avanti un’azione mirata all’impegno del Paese nel contesto europeo e a spostare spazi di polemica politica per il tramite di un tatticismo e una comunicazione politica che fondano la propria azione su un’oggettiva impossibilità strutturale e istituzionale. Con l’adozione della Carta del 1948, dall’impianto pluralista e garantista che veniva a trovare il suo specchio naturale e diretto nel governo parlamentare, il tema del presidenzialismo, salvo rare e marginali eccezioni, scompariva dalla scena politica.

Negli anni ottanta prende avvio la stagione delle Commissioni bicamerali, dalla cui conclusione negativa Leopoldo Elia trae «una importante lezione di metodo: da una parte le riforme della Costituzione esigono maggioranze ampie e convinte su posizioni chiaramente condivise e dall’altra emerge la necessità di non contaminare oltre certi modelli storicamente collaudati, con il rischio, altrimenti, di mantenere ambiguità ed antinomie, foriere di futuri conflitti». È utile ricordare il pensiero di Giuseppe Dossetti, uno dei grandi architetti della Carta: «Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti postbellici e da risentimenti faziosi volti al passato. Altri pensano che essa nasca da una ideologia antifascista di fatto coltivata da certe minoranze che avevano vissuto soprattutto da esuli negli anni del fascismo. Altri ancora – come non pochi dei suoi attuali sostenitori – si richiamano alla Resistenza, con cui l’Italia può avere ritrovato il suo onore e in un certo modo si è omologata a una certa cultura internazionale. E così si potrebbe continuare a lungo nella rassegna delle opinioni o sbagliate o insufficienti. In realtà, la Costituzione italiana è nata ed è stata ispirata – come e più di altre pochissime costituzioni da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale. Questo fatto emergente della storia del XX secolo va considerato, rispetto alla Costituzione, in tutte le sue componenti oggettive e, al di là di ogni contrapposizione di soggetti, di parti, di schieramenti, come un evento enorme che nessun uomo che oggi vive, o anche solo che nasca oggi, può e potrà accantonare o potrà attenuarne le dimensioni, qualunque idea se ne faccia e con qualunque animo lo scruti».

Pietro Scoppola, si sofferma, non a caso, su questo passaggio di Dossetti, offrendoci una interpretazione che ha fatto scuol: «La coscienza ben viva nei Costituenti, che si ritrova nei loro scritti e nei loro ricordi, è di una grande responsabilità storica, quella appunto di dar voce alla domanda che saliva dal Paese di una radicale rifondazione della convivenza dopo gli orrori della guerra; occorreva una risposta che fosse all’altezza della vicenda epocale con cui l’Italia si era coinvolta. Indubbiamente vi fu compromesso tra i partiti, tra le componenti culturali in Assemblea costituente, basta rileggerne gli atti. In ogni caso, il compromesso era la condizione necessaria perché partendo da premesse culturali e politiche diverse quella speranza di liberazione, quella rifondazione morale del Paese potesse essere espressa e realizzarsi. Fu compromesso nel senso più alto del termine cioè del con-promettere, del promettere insieme impegnandosi su valori comuni».Il quadro instabile delle alleanze dei primi anni novanta, la debolezza dei partiti, la necessità di dare un governo al Paese ha richiesto profondi cambiamenti anche nella prassi parlamentare.

Se la precedente legislatura ha preso il via con la richiesta di impeachment di Mattarella da parte del Movimento 5 Stelle, si è chiusa invece con il respingimento del disegno di legge costituzionale (Atto Camera n. 716; Atto Senato n. 1489 della precedente legislatura) presentato alle Camere nel giugno del 2018 da Fratelli d’Italia per l’elezione diretta del Capo dello Stato. Orbene, non sfugge che dopo il 25 settembre la proposta sia di nuovo rilanciata, assumendo a questo punto il carattere di una vera e propria connotazione di tipo programmatico, come emblema della Destra di governo.

Si tratta di un disegno che annuncia motivi di contrasto e divisione, anziché di convergenza e solidarietà, quali invece servirebbero per unire maggiormente il Paese. Il presidenzialismo suscita il timore che si voglia impoverire la dialettica democratica puntando in effetti a verticalizzare – e dunque ad accentrare – il potere politico. Ci sono altre vie che possono condurre al rafforzamento delle nostre istituzioni, certamente assicurando al governo le pre-condizioni della stabilità, ma senza alterare le forme giuridiche dell’ordinamento attuale che vede nel Parlamento il perno costituzionale della democrazia, del pluralismo e delle libertà.

L’articolo è tratto da “DemocraticiCristiani”, periodico dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), pubblicato a fine anno 2022. Qui l’articolo completo