SALVATORE LA ROCCA NELL’ANNIVERSARIO DELLA SUA SCOMPARSA: RILEGGIAMO IL RICORDO DEGLI AMICI SU “IL POPOLO”.

Dirigente della Dc romana e poi del PPI, La Rocca ci lasciava il 20 gennaio del 1999. “Un insegnamento prezioso - così “Il Popolo” nel testo qui riproposto - che dovrebbe aiutare a capire quanto sia importante concorrere alla formazione di un indirizzo politico”.

16160

Salvatore La Rocca, consigliere nazionale del partito, si è spento nella sua casa romana di via Pio Foà 23, la sera di mercoledì scorso. I funerali si svolgeranno nella mattinata odierna, alle ore 11,30, presso la Parrocchia di Santa Maria Madre della Provvidenza, via Donna Olimpia 35. Giorgio Pasetto, Elio Mensurati, Federico Fauttilli e Lucio D’Ubaldo tracciano qui, con un breve ricordo, il profilo umano e politico dell’amico Salvatore. A tutti i suoi cari, in particolare alla moglie e ai figli, le condoglianze della redazione de “Il Popolo”. 

In questi ultimi anni, Salvatore La Rocca era tornato a svolgere con la semplicità, l’abnegazione e l’intelligenza che lo contraddistinguevano un lavoro umile, impegnandosi a fianco degli amici popolari di Monteverde, nella realtà della XVI circoscrizione. Aveva iniziato così, da giovanissimo, accompagnando e vivendo la nascita della esperienza romana della sinistra democristiana. Quando la Sezione di Montesacro, dove egli sul finire degli anni ‘50 svolgeva la sua attività militante, registrò il formarsi di una nuova maggioranza attorno ai giovani della componente di “Base“, anche per opera della sua prese corpo l’idea di affidare a Giovanni Galloni la Segreteria sezionale, come segnale simbolo di una battaglia politica di rinnovamento della linea politica democristiana.

Per i suoi indubbi meriti fu via via sollecitato ad assumere incarichi e responsabilità a vari livelli: dirigente locale del partito, Vice Segretario regionale, Presidente dell’ACEA, Deputato, Segretario romano, Consigliere comunale, Amministratore in aziende pubbliche di rilievo nazionale e romano.

Ma tutto questo, che pure descrive lo sviluppo di un pregevole curriculum vitae, non dà conto della personalità di Salvatore.  

Colpì nella sua azione la capacità di vivere con distacco l’esercizio democratico del potere. Aveva invece la consapevolezza di dover stabilire, con se stesso e con gli altri, un modulo d’impegno che fosse aperto costantemente alla necessaria assunzione – se del caso – dell’onere e delle responsabilità di stare in minoranza, di essere opposizione.

Senza tuttavia cadere nella tentazione inversa dell’isolamento moralistico e strumentale.

Ha potuto perciò trasmettere un insegnamento prezioso che dovrebbe aiutare a capire quanto sia importante nella vita di partito concorrere sempre alla formazione di una linea e di un indirizzo politico, anche se le circostanze dovessero imporre di distinguere le proprie responsabilità dalle occasionali maggioranze. Ecco perché il gusto, la scelta, il desiderio di organizzare la proposta attraverso il dialogo con tutti gli interlocutori possibili, nella intima convinzione che nessuna scelta in politica abbia valore e sostanza al di fuori di una cultura delle alleanze e del consenso. 

“Parlare con Salvatore“ era nella Democrazia Cristiana di Roma, il ricorrente e in un certo senso obbligato passaggio a cui sembrava giusto ricorrere, allorché vi fosse il problema di chiarire e di spiegare le ragioni di un determinato processo politico. 

Ha saputo parlare, discutere, comprendere ciò che gli uomini e le cose disponevano sul tavolo della politica, intrecciando così un legame complesso e fecondo con leve successive di militanti democristiani. La sua mitezza ha contenuto e nascosto, in fondo, un legittimo motivo di orgoglio: quello di aver rappresentato in ultima istanza la coscienza critica, per così dire, dei gruppi dirigenti della DC romana. Fino a quando, non ha incontrato l’opacità e il degrado della vita di un partito sempre più svuotato dei suoi valori originari e sempre più dominato da nuove, deprecabili regole. Non si è arreso, ma ha preferito accompagnare con il consiglio e la discrezione le battaglie di altri uomini e di altre generazioni. Il PPI era la sua casa, l’orizzonte entro cui poteva ridisegnare i motivi della sua prima esperienza di giovane aclista, l’altra Democrazia Cristiana che aveva a modo suo immaginato e difeso, talvolta con incomprensioni e con difficoltà, forse anche sbagliando, ma avendo dalla sua quell’impareggiabile lucidità, quell’incredibile distacco emotivo e intellettuale dalle vicende particolari. Tutto questo, di lui, ci mancherà.

Fonte: “Il Popolo” – 22 gennaio 1999.