TORNARE A PARLARSI? SÌ, MA IN VISTA DI UNA POLITICA: NUOVE NARRAZIONI SFIDANO IL POPOLARISMO.

10486

Un nuovo incontro dei Popolari appare possibile ricercando una politica. Se la si costruisce, poi ci saranno anche voti nelle urne e spazi negli organigrammi. La reattività verso i cambi di narrazione in atto sulle questioni fondamentali è il crogiolo in cui si forgia la ricomposizione del popolarismo.

 

Sono tra coloro che ritengono che l’invito lanciato su queste colonne da Giorgio Merlo ad una riaggregazione dei Popolari vada quantomeno dibattuto. Perché tale invito aiuta sia i suoi critici che i suoi sostenitori a interrogarsi sulla prospettiva.

Di fronte ai radicali mutamenti in atto che pongono problemi inediti alla democrazia, è sufficiente una presenza organizzata dei cattolici democratici come corrente di un partito, il Pd, o come componente di una federazione, quella di centro, in assenza di una peculiare ed autonoma elaborazione sul piano culturale, politico e programmatico?

É sufficiente, se, come si è ampiamente visto nel Pd, tale declinazione identitaria mira soprattutto a perpetuare poltrone per i capicorrente, talora per coniugi e familiari, per la loro ristretta cerchia. Appare invece inadeguata una tale forma di presenza rispetto alla sfida di concorrere a governare il cambiamento e di offrire risposte convincenti alla classe media, sottraendola alle sirene populiste della destra oppure richiamandola alla partecipazione dalle praterie dell’astensionismo.

Mi pare che a tal fine servano sia lo strumento organizzativo che le idee e il dibattito.

A mio parere l’area di centro rimane politicamente agibile perché risulta meno soggetta all’ideologia miope e essenzialmente totalitaria del politicamente corretto, che sta asfissiando la gauche “qatar”, peraltro in un deficit di coerenza che ogni giorno appare più stridente. Stiamo andando verso un periodo di profondi mutamenti ed anche di cambio di narrazione su diversi grandi temi, di gestazione di nuovi equilibri. L’operazione da fare, a mio avviso, è quella di non lasciare che tale cambio ci passi sulla nostra testa. Sono occasioni da cogliere per costruire una politica.

Le narrazioni stanno velocemente cambiando. E come sempre tutto parte dal Paese guida dell’Occidente. Negli Stati Uniti la Cia viene messa sotto pressione per prove compromettenti sull’assassinio di John Kennedy, ovvero la parte di stato deviata che da almeno sessant’anni agisce nell’oscurità contro la vita democratica, viene richiamata alle sue responsabilità, proprio mentre da noi il quotidiano già di sinistra, diretto dal noto neocon, pubblica un dossieraggio Cia che infanga la memoria della persona simbolo della rinascita italiana, Enrico Mattei il cui antifascismo è al di sopra di ogni insinuazione. E proprio mentre il Piano Mattei di Draghi per l’Africa si sta rafforzando in modo inversamente proporzionale al dominio neocoloniale francese. Come se non bastasse l’Amministrazione americana tramite la segretaria all’energia di Biden ha lanciato un messaggio inequivocabile all’Occidente, enfatizzando i risultati ottenuti sulle nuove tecnologie energetiche.

Gli Usa si propongono, nella parte di mondo non cinese, come la guida delle tecnologie (in cui c’è molta Italia) basate sulla fusione nucleare: energia abbondante, pulita e a buon mercato. Mettendo la parola fine a uno schema di governo dell’ambientalismo radicale, fondato sulla scarsità di energia alla sola potenza prodotta dalle rinnovabili, che finisce per minare la stabilità sociale, aumentare le disuguaglianze, ridurre i diritti fondamentali. E si potrebbe continuare su temi che riguardano la politica internazionale, la guerra (la posizione della Santa Sede è molto più realista e apprezzata dagli Stati Uniti di quanto possa apparire pubblicamente), la moneta e il debito, la tutela della salute, il pluralismo culturale e informativo, la famiglia.

Questo, a mio parere, è il crogiolo in cui si forgia la ricomposizione del popolarismo. Stare dentro questo molteplice e simultaneo cambio di narrazione sulle questioni fondamentali, e farlo in modo avvertibile dalla classe media che, nel disegno che sta manifestando segnali di cedimento, altro ruolo non aveva se non quello del tacchino a Natale. Serpeggia nel popolo, in un popolo in cui ormai domina la paura di esprimere le proprie opinioni tale è la violenza verbale e psicologica, esercitata dagli aguzzini del discorso politicamente corretto, una sensazione quasi di scampato pericolo. Ma i ceti popolari prima di rivedere il loro voto o di tornare a votare vogliono avere la certezza che chi si candida a rappresentare il centro sia affidabile e autonomo e non una marionetta nelle mani di chi per troppo tempo ha sovragestito gli Stati e le organizzazioni internazionali, usurpandone il potere e facendo prevalere gli interessi di pochissimi al posto del bene comune.

Se vogliamo evitare, ancora una volta nella storia, come ci avverte Guido Bodrato, che questo sentimento dominate nelle masse occidentali in tempi di acuta crisi si trasformi in un fiume in piena cavalcato dalla destra per realizzare il suo disegno autoritario, occorre che si senta tra i Popolari la responsabilità di costruire una politica e una organizzazione che punti al grado di unità possibile, capace di parlare all’elettorato e di ascoltarlo, per poterlo rappresentare adeguatamente, in autonomia e libertà. La riaggregazione dei Popolari appare possibile ricercando una politica. Se la si costruisce, poi ci saranno anche voti nelle urne e spazi negli organigrammi.