Il nostro Paese è arrivato ad un “punto di non ritorno”: va, dunque, presa con fermezza la strada della trasformazione del “sistema Italia”. Ed è qui che il Governo attuale non sembra all’altezza. Non tiene nel dovuto conto che per distribuire ricchezza è necessario produrla; un procedimento non certo sostituibile con l’indebitamento internazionale, né con i sussidi a fondo perduto, che possono essere una terribile droga. Ha ragione chi sostiene che se una persona ha fame, bisogna darle da mangiare. Ma è anche vero che costui è destinato comunque a morire di fame, se l’aiuto non è appropriato ad una logica produttiva di reddito a medio-lungo termine.

La politica di trasformazione deve tenere conto, in particolare, che il benessere nell’attuale società non è dato solo dalla elevata e crescente quantità di beni, ma anche dalla quantità e qualità dei beni consumati.
Da questo punto fermo discende l’opportunità di una coerente politica di redistribuzione del reddito, che abbia ben presente che l’offerta tradizionale del” welfare state” è ormai non solo obsoleta, ma anche economicamente non più sostenibile dalle economie nazionali.

Bisogna partire, in altri termini, da innovative politiche del lavoro, perchè il digitale ha cambiato il lavoro nell’impresa, secondo modalità molto innovative rispetto alla tradizionale impresa fordista.
Questi mutamenti, tra le altre cose, fanno crescere la domanda di una più evoluta professionalità nei lavoratori. Infatti, ai robot vengono delegati i lavori ripetitivi ed a basso costo, che nel modello fordista venivano invece svolti dagli operai. La risposta va, appunto, cercata in nuovi investimenti immateriali per un welfare che venga dalla società e non discenda dallo Stato. E’ bene che lo Stato venga affiancato e progressivamente sostituito da nuove forze sociali, perché la burocrazia statale non è certo di aiuto nel nuovo scenario digitale.

Dunque, chi può essere un soggetto idoneo a promuovere nuove forme di questa “welfare society”?
Questo ruolo potrebbe essere ricoperto con maggiore successo da forze sociali come i sindacati dei lavoratori e della cooperazione, mediante la costituzione e la gestione di un fondo, alimentato da contributi deducibili ed agevolati, che investa prioritariamente nelle imprese sociali, perché operino con investimenti a medio-lungo termine nel mondo della produzione, per una nuova qualità digitale del lavoro.

A proposito di responsabilità sociale dell’impresa, sicuramente il risultato attuale dell’evoluzione della “corporation” (che sembra essere oggi la forma d’impresa più diffusa) è molto distante da un modello d’impresa che persegua una significativa responsabilità sociale. Nel tempo si è persa del tutto la dimensione civica dell’attività economica, e qualsiasi riferimento alla Comunità. Alla dimensione sociale si è sostituita la massimizzazione dell’utilità individuale, ovvero il profitto degli azionisti. Si punta a una efficienza di tipo egoistico, mentre il reddito andrebbe distribuito in funzione di una massimizzazione del principio di equità.

Per ridare slancio alle forze sociali serve una rotta, chiara e trasparente, sapendo dove andare, tenendo conto che il sistema produttivo italiano è inserito ed integrato nella produzione globale. Va sottolineato che ,alla base della crescita economica, c’è l’innovazione tecnologica, che è diventata il vero motore della società: su questo terreno il sistema produttivo italiano è in grave ritardo.

A tal fine, a nostro modesto avviso , le ricette congiunturali servono ben poco. Su questi temi, a dire il vero, la difficoltà non è tanto nel trovare buone soluzioni di gestione della ricerca e/o delle opere pubbliche , ma nel “non fare” della politica attuale, in preda alla paralisi, incapace di darsi un’agenda economica che possa ripristinare seriamente un processo di crescita, ad iniziare dall’innovazione tecnologica. Va detto, con franchezza, il voler dare un sussidio a tutti può servire a rastrellare voti in funzione elettorale, ma certo non consente di gestire la transizione dall’economia industrializzata a quella dell’innovazione, costruendo anche, a medio termine, protezione sociale.

A nostro avviso, nel “che fare” di oggi è indispensabile una inversione di rotta rispetto al passato, ripartendo innanzi tutto da una diversa gestione delle attuali spese di ricerca e di sviluppo. Sappiamo che lo Stato eroga oggi, annualmente, somme destinate alle attività di ricerca sia nelle Università che negli istituti di ricerca pubblici. E’ un’attività svolta tra professori e ricercatori, spesso anche valida, ma sostanzialmente libera da vincoli tematici, e non sempre al servizio delle forti ragioni del bene comune. Data anche la scarsità delle risorse finanziarie disponibili, ci sembra auspicabile un radicale cambiamento nella direzione di una programmazione della ricerca finalizzata decisamente ad una attività di interesse pubblico.

In merito a questo tema ,non tutti sembrano consapevoli di come la vera fonte del benessere di una società sia imprescindibile dalla conoscenza e dall’attività tecnologica. Solo operando in tal senso avremo una società più aperta alle idee e alle persone, e la sicurezza di un benessere diffuso e duraturo a medio e lungo termine.
Va ricordato che il riformismo dei governi di centro sinistra, negli anni sessanta, si era prefissato l’attuazione di un radicale cambiamento amministrativo a supporto delle nuove metodologie di programmazione e di controllo della spesa pubblica.
Si evidenzia la comune consapevolezza che, senza una profonda trasformazione della pubblica amministrazione, non sarebbe realizzabile una efficace gestione della spesa pubblica.

Senza questi presupposti, gli investimenti sono destinati a fallire. Questo accadde e in passato contribuì ad esaurire la spinta riformatrice degli anni sessanta nella Pubblica Amministrazione, e portò alla conclusione della esperienza di programmazione economica degli anni sessanta/settanta.

E’ indubbio che la P.A. sta oggi vivendo un periodo di grande difficoltà anche per gli effetti delle dinamiche dei nuovi sviluppi economici. Per i paesi europei, il quadro politico è radicalmente cambiato: chi detiene il potere non è più in Europa, ma negli USA, in Cina, altrove. E’ emersa una nuova classe globale, cosmopolita, transnazionale, ricca, molto potente. Un piccolo gruppo di capitalisti esprime la nuova forza della produzione mondiale, cavalcando l’onda della tecnologia digitale del “5G”, delle tecnologie verdi ecc.
Il nodo del problema, a mio parere, non è, come si pensa comunemente, un eccesso di burocrazia: al contrario, abbiamo una notevole carenza di burocrati all’altezza dei nuovi compiti che si affacciano su uno scenario sempre più esteso, ben oltre i modesti confini nazionali. Lo si è potuto constatare anche recentemente nella gestione degli aiuti ai vari ceti produttivi e sociali messi in ginocchio dalla pandemia: parlare di “inefficienza” sembra un eufemismo. Il quadro è aggravato dalla debolezza del sistema dei partiti che dovrebbero dare l’indirizzo politico alla amministrazione pubblica. Non c’è una leadership politica che sappia tenere insieme i molteplici interessi economici sociali, con il risultato di indebolire ulteriormente lo Stato: l’Amministrazione Pubblica sembra affondare nelle sabbie mobili dei vari decreti, norme, regolamenti sfornati a pioggia dagli uffici legislativi dei vari Ministeri.

E’ questo un tema di attualita’ ,oggi, che il Parlamento esamina il programma nazionale di ripresa, che dovrebbe essere alla base dei finanziamenti del “recovery fund”. Le relative politiche governative paiono indirizzate a sostenere l’economia in una congiuntura ancora debole, che mette in discussione la capacità del sistema produttivo di crescere a ritmi sostenuti. La crescita non è un risultato scontato , soprattutto in un contesto difficile come l’attuale.

I “cluster di intervento”, previsti nelle linee guida del programma, riguardano sette aree: dall’innovazione tecnologica alla rivoluzione verde , dalla competitività del sistema produttivo alla equità sociale e territoriale, dalla salute all’istruzione.
E’ un programma correttamente centrato sui temi oggi strategici per la crescita . Tuttavia , non è di facile lettura, almeno per ora, la concretezza attuativa delle proposte. Si può ritenere , dunque, fondato il timore di un’ennesima prova di inefficienza del sistema.

Inoltre, va tenuto nel debito conto che i finanziamenti UE dovranno essere restituiti . anche se con scadenze molto lunghe. E qui ritorna quanto scritto più volte in questo Magazine ;cioè, bisogna investire nella capacità di produrre valore aggiunto a medio-lungo termine , in un quadro di forte competizione internazionale.